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“Canzone estiva di Annalisa sfida i pregiudizi sulle popstar donne e potrebbe chiudere un’era pop

“Canzone estiva” di Annalisa chiude il ciclo synth-pop iniziato con “Bellissima”: una riflessione sul pop, sui pregiudizi verso le popstar donne e sul prezzo del successo, che prepara una possibile nuova fase artistica.
A cura di Federico Pucci
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Se fare musica pop fosse così semplice, tutti produrrebbero hit a ripetizione. E se fare la popstar fosse un mestiere come gli altri, non continueremmo ad arrovellarci su cosa significano per noi, specialmente quando parliamo di popstar donne. Bisogna quindi riconoscere un merito particolare a chi con una canzone prova a condensare entrambi i ragionamenti in un solo concetto, come ha fatto Annalisa con il suo nuovo singolo "Canzone estiva", che a tutti gli effetti ci sembra rappresentare la fine di un’era.

Bisogna cominciare dicendo che, dopo una lunga militanza di quattro anni (un’eternità in questo ambito), il sodalizio synth-pop anni ‘80 tra Annalisa e il produttore/autore Davide Simonetta aka d.whale potrebbe essere arrivato a saturazione per molti ascoltatori. E non avrebbero tutti i torti: se tiriamo una linea che parte da "Bellissima" nel lontano 2022, passa per "Mon Amour" e "Sinceramente" e altri singoli, e giunge all’album "Ma io sono fuoco", vediamo tracciato un preciso arco narrativo-artistico che per via della sua chiarezza potrebbe oggi sembrare ampiamente concluso. Certo, ci sono ancora molti palazzetti dentro cui manifestare questa strepitosa ascesa di credibilità e popolarità, per raccontare una storia di crescita che – come abbiamo avuto modo di dire altre volte – non sembra tanto una concessione al pop, quanto semmai la realizzazione delle potenzialità canore dell’artista ligure. Ma forse lo spazio di attenzione per questa proposta potrebbe essere vicino all’esaurimento. Ed è per questo che, a suo modo, le idee dentro "Canzone estiva" hanno un elemento di genialità: perché, piuttosto che proporre il sequel di una storia già conclusa, a mio avviso suona come un necessario epilogo.

Le nostre idee pregresse su cosa dovrebbe o non dovrebbe fare un musicista sono fondamentali per contestualizzare il posto che questo deve occupare nella nostra immaginazione. Ci piace pensare che, se si presentasse al pubblico con testi meno infantili e gretti, Tonypitony avrebbe un riconoscimento generale delle sue doti tecniche? Bene così, questa fantasia ci consente di elevare l’umorismo becero e così giustificare la nostra indulgenza nei suoi confronti. Non importa che non corrisponda alla realtà, perché la musica pop non ha a che fare con il reale, ma con il desiderio, il sogno, l’ansia, la speranza: è una grande illusione collettiva. E non c’è illusione più grande di quella per cui le cantanti pop (femminile, attenzione) sono costrette dal mercato a fare musica più brutta e stupida di quello che desidererebbero in cuor loro.

Di questo pregiudizio paternalista e un po’ sessista sono piene le pagine di critica e giornalismo dei cosiddetti esperti, i commenti sanremesi degli accreditati e pure le esternazioni nelle pubbliche piazze dei social della gente comune. Tra tutti i macigni che tengono ancorato il pop italiano, quest’ambiguità di fondo diffusa in una grossa parte del pubblico e in molti addetti ai lavori è in assoluto l’ostacolo maggiore: anche perché ci fa sentire persone migliori, che vorrebbero liberare le povere artiste pop dalle catene della loro musica commerciale. "Canzone estiva" si diletta a mettere in discussione questo pregiudizio benevolo giocando sulle aspettative e tradendole.

Certo, tutti si aspettavano un’altra canzone 80s da parte di Annalisa – anche se le stilettate di tastiera ricolma di chorus (forse una Roland Juno 60?) che batte e swinga sugli ottavi possono anche farci venire in mente modelli recenti, come la Chappell Roan di "Hot To Go" o la Sabrina Carpenter di "Manchild", che comunque rimandano a loro volta alla new wave europea. Insomma, che la destinazione stilistica fosse questa poteva anche risultare scontato. Ma per arrivare a questa sezione così “scontata” (“sei nel mio sogno erotico, etc”), Annalisa prende un’altra strada, per notare la quale dobbiamo fare un piccolo passo indietro.

Fai caso all’introduzione, dove in un contesto stilistico davvero lontano dal synth-pop suona un pianoforte leggermente in sordina, quasi la cantante stesse esercitandosi lontano dalla finzione della performance pop (nota l’artificio del suono del 45 giri arrivato all’ultimo solco che fruscia all’infinito). Qui, dentro quest’atmosfera che saremmo condizionati a definire autentica, l’accordo di partenza subisce una leggera estensione che concede alla voce di Annalisa lo spazio necessario per stiracchiarsi in avanti e cantare “non potresti mai CAPIRE”. La frase non è casuale: dietro un movimento di note che sembra quasi nullo per l’ascoltatore distratto, in un momento della canzone che si direbbe interlocutorio prima che arrivi il beat a dettarci l’obbligo di divertirci, c’è invece uno sforzo, uno slancio che alla fine pagherà nonostante l’indifferenza e l’incomprensione. Una prima risoluzione arriva quando finalmente gli accordi cambiano e sentiamo un chiaro spostamento ("nel pensiero più malato e inutile abbiamo perso il filo") e quindi l’inizio di ciò che effettivamente ci saremmo aspettati.

Insomma, anche per arrivare nella comfort zone serve un esercizio, un sacrificio. È come se Annalisa ci invitasse a riflettere sul costo di una canzone pop, e in effetti tutto il brano (a partire dal titolo!) sembra una riflessione metatestuale, la canzone che analizza sé stessa – ed è da anni che vado ripetendoti che dentro ogni vero tormentone c’è un elemento di autoreferenzialità. Ma spesso questa componente riflessiva della canzone pop non va oltre lo sguardo, approfittando della ripetitività di un’immagine rispecchiata all’infinito (“parole, parole, parole”) per provare a concludere qualcosa sulla condizione umana.

"Canzone estiva", invece, ragiona scientificamente su di sé, con un guizzo analitico degno degli studi accademici di Annalisa ma anche della lingua poetica di un gruppo che da qualche tempo è entrato nell’orbita di riferimenti dell’artista, cioè i Baustelle. Il ritornello di questo brano, infatti, ha lo sviluppo lungo di Sinceramente ma anche riscontrabile nei refrain di Francesco Bianconi, dove spesso un brevissimo silenzio o un’inarcatura nel mezzo dell’inciso sembra aiutare a riavvolgere il nastro e rivedere con più lucidità l’oggetto di studio (e di canto). In questo caso, il punto di svolta del ritornello è il verso “andate in pace e così sia”, dove si affaccia per la prima volta il linguaggio liturgico che non è certo nuovo alla lingua musicale italiana – si pensi anche solo all’Avvelenata gucciniana.

Ma qual è la riflessione proposta? Che, nonostante l’emozione forte che una canzone liberatoria e spensierata può suscitare in chi l’ascolta e in chi la canta (“un maledetto elettroshock”, “una botta di autostima”) e nonostante l’agio dato dalla familiarità (“pazza nostalgia”, forse in riferimento anche al sound dichiaratamente archivistico degli ultimi 4 anni di percorso), c’è un prezzo nascosto da pagare: “Magari stavo meglio prima”. Il costo più palese è quello che Annalisa deve pagare come artista donna: “Mi vuoi più suora o pornodiva?” chiede, inserendosi in una lunga tradizione di cantanti costrette a fare i conti con l’ambivalenza del ruolo che una società maschilista assegna alle donne, da Rosanna Fratello e Emma fino a La Niña. Il mestiere di cantante, poi, rende il quesito ancora più arduo da sciogliere: da una parte considerate dal pubblico soprattutto (se non soltanto) quando giocano con l’erotismo, dall’altra costrette a essere per questo ritenute meno valide dei colleghi maschi e quindi bisognose di una qualche redenzione o salvezza spirituale, le cantanti si ritrovano in una condizione paradossale che non fa che alimentare il disinteresse del pubblico italiano verso di loro – e le ricorrenti polemiche sulla fisicità di Elodie non fanno che dimostrarlo.

Annalisa vestita da suora in Canzone estiva
Annalisa vestita da suora in Canzone estiva

Seguendo questa lettura, potremmo dire che la seconda metà del ritornello ripercorre all’indietro i passi fatti finora, e in questo senso aiuta una composizione in cui la risoluzione è continuamente ritardata, grazie a un giro di accordi che esita fino all’ultimo per arrivare al quinto grado e poi chiudere il cerchio: è previsto che si stia per qualche secondo su un concetto, a dispetto della natura sbrigativa del pop. Questo ci permette di arrivare più solidamente a una qualche conclusione. “Questa non è una canzone estiva”, dice montalianamente Annalisa, additando poi l’ascoltatore inconsapevole: “sei una iena”, dice a chi nella musica pop cerca solamente uno svago, una colonna sonora per la propria fuga dalla realtà.

Il rapporto tra artista e pubblico, in un contesto simile, diventa utilitaristico: “E per questo finisce un amore che non c’era, forse c’era”, canta a pieni polmoni Annalisa, che qui ci rivela il destino inevitabile di ogni passione musicale, la consapevolezza che si trattasse solo di una fiammata, immagine simbolica in questa fase finale del recente quadriennio della cantante. E mentre il fuoco divampa, ecco che la coda del ritornello acquista un’urgenza diversa, cambiando giro di accordi per darci una linea più diretta, e forse anche un messaggio più chiaro. Qualcosa è finito per sempre, ci canta con una proiezione di voce quasi operistica la popstar avvolta dalle fiamme, costretta a rinascere per la natura stessa del mestiere che fa: mentre noi ci interroghiamo sull’ambivalenza e la moralità, mentre canticchiando l’ennesimo refrain ben tornito ci chiediamo se non siamo stanchi del trend che abbiamo noi stessi contribuito ad alimentare, la cantante sembra già proiettata oltre.

E ce lo canta a pieni polmoni e con un’energia maggiore rispetto al solito, non comune all’impassibile timbro da crooner elettronica di questi ultimi anni. E forse, se guardiamo anche il videoclip, noteremo qualcos’altro: in questa sezione finale del ritornello, infatti, vediamo che Annalisa indossa una camicia barocca che sa di hair metal e glam rock, di Bon Jovi e di Queen. Che sia un indizio della sua prossima incarnazione, dove (come da sua antica passione zeppeliniana) ritrova uno spazio per le chitarre elettriche altisonanti? E questo potrà soddisfare le persone che vogliono “di più” da un’artista donna, che considerano il suo materiale sempre al di sotto delle sue capacità?

Sarà tutto da vedere, ma senz’altro qualcosa sembra oggi giunto alla sua conclusione più logica: un legnetto dopo l’altro noi ascoltatori abbiamo messo carburante nel fuoco di questa ascesa musicale, con le nostre aspettative e i nostri dubbi, le nostre critiche e i nostri click, la nostra necessità di fuggire e il nostro bisogno di idoli e di nemici. Ora che questo fuoco ha raggiunto una temperatura intollerabile, la popstar deve fare come l’araba fenice e rinascere dalle sue stesse ceneri. Non è giusto, né sbagliato: è l’ordine culturale delle cose.

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