Che Andy Warhol sia uno degli artisti più eccentrici, stravaganti e rivoluzionari di ogni epoca è cosa nota a tutti. Forse però non tutti sanno fino a che punto arrivavano le bizzarrie del brillante leader della Pop Art americana.

In occasione di due grandi mostre che Roma e Napoli dedicano al maestro pop a partire dal 18 aprile (al Museo Fondazione Roma di Palazzo Cipolla e al Pan di Napoli), andiamo a svelarne qualche curiosità.

Non può non sorprendere, ad esempio, scoprire che Andy, sui cinque piani della casa newyorkese al 1342 di Lexington Avenue, viveva con 25 gatti siamesi, tutti di nome Sam, eccetto uno che si chiamava Hester. Forse il maestro della serialità li aveva moltiplicati come i soggetti delle sue opere?!

Quella casa è diventata leggenda: critici e artisti che la visitarono raccontano che era enorme e stranamente priva di mobili; in compenso era piena zeppa di disegni, tele e cianfrusaglie di ogni genere, distributori di caramelle, oggetti trovati o conservati, acquistati e mai scartati, giocattoli, scatole vuote di prodotti da supermercato, dischi, riviste cinematografiche. D’altra parte, Warhol, esperto accumulatore compulsivo, poteva trarre ispirazione da quel “deposito di ciarpame moderno”.

Immancabili nell'appartamento tutte le novità elettroniche che in quegli anni stavano invadendo le case e le vite degli americani e che Andy comprava appena uscivano sul mercato. Diceva di essere sposato con il suo registratore e della TV dichiarò: "Quando ebbi il mio primo televisore smisi di farmi un problema dell'avere o meno relazioni profonde con gli altri". Stereo, radio o TV erano costantemente accesi, mentre macchina fotografica e mangianastri erano accessori indispensabili anche durante i party, per registrare immagini e suoni della mondanità.

Mondano e famoso come lui, nessuno mai. Negli anni ’70 partecipava a quattro feste in una sola sera e una volta disse per scherzo che avrebbe partecipato anche "all'inaugurazione di una tazza da gabinetto". Eppure era un tipo di poche parole, elusivo, e forse nascose la propria timidezza dietro la notorietà. Ai party passava il tempo a fotografare e registrare piuttosto che a socializzare davvero. Chissà che cosa avrebbe combinato se avesse vissuto l’epoca degli smartphone e dei social network?

Anche nella leggendaria Silver Factory, Andy riusciva a starsene muto e in disparte, pur essendo il fulcro di ogni attività. Inferno argentato, la Factory era il luogo più alla moda di New York negli anni ‘60; tutti ambivano ad esservi ammessi e a vivere per un po’ l’esistenza folle che lì si conduceva: tra pareti, oggetti e persino il water ricoperti di vernice argentata o di carta d’alluminio, “era un party continuo, i fine settimana non finivano mai e tutto era in trasformazione”; qualcuno andava in giro nudo, una grupie si era addirittura tinta d’argento le parti intime!

Argentata era pure l’indimenticabile acconciatura dell’artista, una parrucca con cui lui ha falsato lo scorrere del tempo. Andy percorse la strada verso il successo con un look studiatissimo che seguiva prevalentemente la moda underground con jeans, T-shirt, giacche di pelle e occhiali scuri. Su quel fisico smagrito, anche le espressioni del viso furono come una maschera indossata perennemente: volendo conservare il mistero che aleggiava attorno alla sua figura, l’artista mise a punto l’impassibilità del volto. Forse neppure coloro che fecero coppia con lui – da John Giorno a Billy Name, a Jed Johnson – possono dire di averlo conosciuto davvero, perché l’artista non amava parlare di sé, della sua vita, del suo passato, sul quale, tra l’altro, spesso mentiva. Curioso atteggiamento, insomma, da timido narciso, per uno che – altro che selfie – si è autoritratto in tutti i modi e in tutte le vesti, così da farsi lui stesso icona. Da vero divo pop negli anni ’80 comparve più volte in TV ed anche in una puntata di Love Boat come guest star.

L’incredibile parabola da figlio di immigrati cecoslovacchi a newyorkese famoso si era compiuta in pochi anni: il “ragazzo povero” venuto da Pittsburgh, ostinato e furbo, che stazionava nella hall dell’hotel Plaza sperando di incontrare le star, era diventato a sua volta una star, amico di tutte le star, alcune delle quali lui ammirava dalla sua infanzia.

Aveva 8 anni Andrew Warhola quando per una sorta di esaurimento nervoso fu costretto a letto per molte settimane: in quel momento iniziò ad immergersi in un mondo fantastico popolato dagli eroi dei fumetti e dalle star del cinema, di cui già collezionava fotografie e autografi. Ricopiava quelle immagini in disegni che spesso regalava alla madre Julia, la quale lo aveva soprannominato Candy Andy, data la sua passione per dolci e caramelle. Julia seguì il figlio a New York e visse nel seminterrato della casa di Lexington Avenue. Non si adattò mai alla vita della City, forse non seppe neanche mai dell’omosessualità del figlio. Andy, ormai sull’onda del successo, si vergognava di lei, eppure non riuscì mai ad accettarne la scomparsa.

Quando Warhol morì, nel 1987, non era la prima volta. Nel ’68, era già stato dichiarato clinicamente morto: ferito da un colpo di pistola sparato da un’amica in preda alla rabbia, fu poi miracolosamente salvato. Da allora a lungo evitò gli ospedali, per paura di non uscirne più vivo, ma nell’‘87 un’operazione alla cistifellea divenne inevitabile. L’intervento andò bene, durante la notte però ci furono complicazioni fatali che avverarono tutte le paure di Andy. Così la fine, quella vera, arrivò dopo quasi 20 anni dalla “prima morte”, quando Warhol ne aveva solo 58.