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18 anni senza Massimo, la “smorfia” che stenta a diventare sorriso

Sono passati 18 anni dalla morte di Massimo Troisi e sembra che si faccia ancora fatica ad accettarlo. Tentiamo di racchiudere la sua breve esistenza nel significato delle parole “cuore” e “dono”, arrendendoci di fronte alla consapevolezza di aver perso qualcosa di raro e irripetibile.
A cura di Eleonora D'Amore
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18 anni senza massimo troisi

Era il 4 Giugno del 1994 quando Massimo Troisi ci ha lasciato, spegnendosi nel sonno nella casa di Ostia di sua sorella Annamaria. E’ morto 12 ore dopo aver dato alla luce il film “Il Postino”, il suo “testamento morale” come lo hanno definito in molti. La decisione di girarlo in condizioni di salute decisamente poco favorevoli derivò dalla volontà di dare a questa pellicola i suoi ultimi battiti, di recitare con il suo cuore piuttosto che con quello di un altro. Il cuore, organo che ha caratterizzato tutta la sua vita, motore di tutta la sua carriera e fine inesorabile della sua breve esistenza.

Il cuore – Lo ha usato troppo il cuore il “nostro” Massimo (l’uso del possessivo è voluto), soprattutto per riscattarsi in un mondo (quello del cinema) che sin dall’inizio gli aveva opposto forti resistenze. Era napoletano, proveniva da una famiglia “umile ma onesta”, non vantava studi significativi e, per di più, era timido, niente di meno idoneo per diventare il vanto di un Paese restìo  alle sue aspirazioni. Mossa quasi da un senso di giustizia, emergeva in ogni film la sua resistenza all’italiano e all’uso canonico di quegli stereotipi che tutti si aspettavano usasse come strumento di comicità estrapolata dalla sua gente, dal popolo partenopeo divorato dai suoi stessi clichè. Niente pizza, mandolini, caffè (è risaputo che rifiutò di diventare testimonial di una nota marca italiana), i suoi personaggi non sono mai stati ladri o camorristi, bensì la loro antitesi assoluta. Timidi e sentimentali, a tratti impacciati e sempre umili, dotati solo di una disarmante e decisamente involontaria ironia, questi furono Gaetano (in Ricomincio da tre), Vincenzo (in Scusate il ritardo), Camillo (in Le vie del Signore sono finite), Tommaso (in Pensavo fosse amore invece era un calesse) e tutti gli archetipi maschili divenuti famosi grazie ai suoi successi cinematografici.

Ognuno di loro portava con sé aneddoti ripresi dal suo vissuto familiare, forse perché la sua famiglia era stata una “compagnia stabile” (i genitori, cinque fratelli, due nonni, gli zii e i loro cinque figli avevano vissuto tutti insieme sotto lo stesso tetto), nella quale il ruolo di capocomici era spettato di diritto ai suoi nonni. Un legame indissolubile quello con la madre Elena, morta prematuramente quando lui aveva 18anni, e spesso contrastato quello con il padre Alfredo, dapprima scettico nei confronti delle sue velleità artistiche (“ma po’ mai essere che te pijano proprio a te?” soleva dire) e in seguito divenuto uno dei suoi fan più accaniti. A lui andò sempre il primo pensiero dopo ogni traguardo raggiunto, a lui spettò in regalo la Coppa Volpi vinta a Venezia nel 1989, sebbene desiderasse quella della Sorbetteria di Ranieri, a lui i pensieri quando era lontano da casa. Il medesimo attaccamento che lo legava profondamente anche a fratelli e sorelle, cresciuti con lui in quel di San Giorgio a Cremano e complici silenti in tutto il decorso della sua malattia.

Un cuore stanco quello di Massimo, che aveva amato tante donne, ma che in fondo ne aveva possedute pochissime, a causa dell’atteggiamento schivo di fronte ai legami duraturi, forse anche alimentato dalla consapevolezza di un tempo poco clemente. Non ha mai voluto mettere radici, ma in compenso si è sempre donato senza riserve. Innumerevoli le testimonianze di amici e colleghi di lavoro, da Decaro a Benigni, tutte intrise della stessa malinconia, dell’amara consapevolezza di aver perso qualcosa di raro e di difficilmente ripetibile.

Il dono – Renato Scarpa, il celebre Robertino di “Ricomincio da tre” e telegrafista Giorgio de "Il Postino", di recente ha commentato la sua dipartita con una citazione famosa di Charles Dickens: “E’ stata una di quelle persone che si incontrano quando la vita ha deciso di farti un regalo” e io penso che mai frase fosse più appropriata e di opinione comune in riferimento alla figura di Massimo Troisi. Perché lui è stato un dono, un adorabile Pulcinella senza maschera, capace di amare in silenzio e di entrare nel cuore della gente in punta di piedi. I nostri battiti oggi lo tengono in vita e alimentano ancora quel cuore che non è stato capace di sostenerlo abbastanza a lungo, ma sembrano non bastare per trasformare in sorriso quella smorfia di dolore che dal 4 giugno 1994 portiamo indelebile sul viso.

Un addio sussurrato in un caldo pomeriggio d’estate, è così che la sorella Rosaria ricorda il modo in cui Massimo si è arreso al suo cuore e ci ha lasciato per sempre:

Eravamo a tavola, ma nessuno di noi aveva molta fame. Lui si alzò e andò a sedersi sul divano in attesa che noi finissimo. La nostra nipotina Gabriella gli era andata in braccio in cerca di coccole, ma lui pareva esausto, quasi assente. Sembrava immobile e stava con lo sguardo fisso, lontano. Poi a un tratto vidi posarsi i suoi occhi inquieti su di me e rimase a fissarmi in silenzio come se volesse dirmi qualcosa e non riuscisse. Provai una strana sensazione di disagio: sentivo quello sguardo muto che non mi lasciava e non trovavo il coraggio di fargli domande. Poi si alzò lentamente e andò a coricarsi. Così ebbe inizio il suo riposo.

* Per le note biografiche si ringrazia Rosaria Troisi, autrice con Lilly Ippoliti del libro "Oltre il respiro – Massimo Troisi, mio fratello", Iacobelli Editore.

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