foto di G.Agostini
in foto: foto di G.Agostini

Un discorso dalla forma poetica e dalla sostanza politica. A pronunciarlo l'altra sera, nella lunga serata di premiazione dei Ubu a Milano, Chiara Bersani, attrice e performer classe 1984, nota per la sua ricerca teatrale, che si è affermata con la vittoria al premio Ubu 2018 come migliore attrice/performer under 35. Al momento della consegna, Chiara – che è una donna con disabilità – ha tenuto un discorso-riflessione molto efficace sulla diversità, un discorso politico fatto con parole poetiche, che sono poi la stessa cosa, nel punto più alto di ciascuno di questi linguaggi.

Se io, con il mio corpo disabile oggi sono qui, a ricevere un riconoscimento così prezioso, è perché qualcuno da chissà quanti anni ha iniziato lentamente a smussare gli angoli di un intero sistema. Se il mio corpo è qui è grazie a tutti i maestri che hanno scelto di accogliermi come allieva anche se questo significava adattare i loro metodi ai miei movimenti. È grazie ai registi, ai coreografi, ai curatori, ai colleghi attori e performer che hanno abbracciato la specificità della mia forma. È grazie a chi inizialmente non era d’accordo e poi ha cambiato idea.

Il discorso della Bersani, che da tempo è all'interno di un suo percorso di ricerca sul concetto di “Corpo Politico”, formatosi con la compagnia di Parma Lenz Rifrazioni e che si è sviluppato poi come autrice dal 2013 in un progetto più articolato, è stato anche altro, molto altro: una chiamata di assunzione di responsabilità per tutto il mondo del teatro e, ad averci le orecchie ben piantate in ascolto, alla politica, soprattutto a chi in tema di pari opportunità delle persone con disabilità potrebbe prendere qualche decisione importante:

I premi servono ad aprire questioni e io vorrei che si iniziasse a riflettere in maniera più strutturata sull’importanza di rendere veramente accessibile la formazione per attori e performer anche a corpi non conformi. Vorrei che sempre più autori, curatori, registi e coreografi iniziassero a vedere nella variabilità della forma un potenziale e non solamente un rischio. Vorrei che si uscisse dal pensiero narrativo – naturalistico per cui uno spettacolo contenente un attore appartenente a una qualsiasi minoranza debba necessariamente affrontare tematiche relative ad essa.

E poi, dalla performer protagonista di "Gentle unicorn" il paragone con gli astronauti, la loro euforica solitudine quando si avvicinano a un nuovo pianeta, per rimandare a un punto fondamentale nella comprensione delle persone con disabilità, non da considerare eccezioni quando dimostrano di avere talento, ma persone dal corpo "non conforme" e quindi, a loro modo, non eccezionali se primeggiano, vanno in scena, magari vincono premi, come è successo alla Bersani di recente agli Ubu:

Anche io oggi vorrei mettere una bandierina qui ma non per fissare un punto d’arrivo. La mia bandierina vuole essere una linea di partenza perché io non voglio più essere un’eccezione! Oggi desidero leggere questo premio come un’assunzione di responsabilità da parte del teatro italiano nei confronti di tutti quei corpi che per forma, identità, appartenenza, età, provenienza, genere faticano a trovare uno spazio in cui far esplodere le loro voci.