Doccia scozzese per i bitcoin: mentre negli Stati Uniti il venture capitalist Tim Draper (co-fondatore della società d’investimento Draper Fisher Jurvetson) si è da poco aggiudicato un’asta bandita dalle autorità statunitensi per gran parte dei bitcoin sequestrati al sito Silk Road (smantellato lo scorso ottobre dall’Fbi) e ha fatto sapere di voler lavorare assieme alla startup Vaurum per riuscire a fornire accesso ai bitcoin ad economie in via di sviluppo utilizzano proprio i circa 30.000 bitcoin appena aggiudicati all’asta come fonte di liquidità, convinto che “i bitcoin liberano le persone dalla necessità di cercare di operare in una moderna economia di mercato con valute deboli”, in Europa la musica è ben diversa.

La Bce e le singole banche centrali nazionali non sembrano fidarsi delle valute “virtuali”, al punto che le autorità monetarie del vecchio continente stanno “consigliando” le banche commerciali dall’astenersi di operare transazioni in bitcoin finché non verranno varate regole specifiche. Poi la stessa Commissione Ue ha fatto sapere che tenterà di imporre le sue nuove regole alle valute virtuali (non solo i bitcoin, visto che ne esistono già alcune dozzine utilizzate largamente negli scambi sul web nonché su Mmorpg e mondi virtuali da World of Warcraft a Second Life), anzi il Commissario Ue ai servizi finanziari, Michel Barnier, ha fatto sapere tramite i suoi portavoce di ritenere “imperativo muoversi rapidamente in questo ambito”.

Il punto è che, nonostante i “fan” dei bitcoin siano propensi a elencarne le mirabolanti virtù i ben più prudenti banchieri centrali europei hanno stilato un elenco di 70 potenziali rischi connessi  all’utilizzo di valute “virtuali” (che sono di fatto valute private, esattamente come la “moneta elettronica” bancaria verso cui molti governi, compreso quello italiano, stanno provando a concentrare gli scambi limitando l’uso del contante anche a fini fiscali, ma che non dipendono dal sistema bancario per la loro emissione e circolazione), rischi che vanno dal possibile furto d’identità all’hackeraggio delle piattaforme di trading.

Il rischio frode pare in crescita da quando a inizio anno Mt. Gox, trader giapponese fino allo scorso anno principale intermediario mondiale di bitcoin, ha dichiarato bancarotta accusando una perdita di 850 mila bitcoin (dopo aver “perso le tracce” di 744 mila bitcoin dei propri clienti). Fallimento che ha seguito di pochi mesi il divieto giunto dalla banca centrale di Pechino alle proprie istituzioni finanziarie dall’utilizzare bitcoin per effettuare transazioni, mossa che rientra in un più ampio tentativo delle autorità cinesi di ridurre il peso del sistema bancario “ombra” (lo “shadow banking system”) in favore di una maggiore elasticità operativa concessa agli istituti di credito ufficiali. Uno dei rischi legati ai bitcoin è dato anche dall’elevata volatilità delle loro quotazioni rispetto a valute “reali” come dollari, yen o euro.

Arrivati a valere fino a 1.132 dollari per bitcoin il 4 dicembre dello scorso anno, da allora i bitcoin sono crollati sino a un minimo di 363 dollari per bitcoin il 10 aprile scorso, per poi rimbalzare sopra i 600 dollari per bitcoin (attualmente secondo l’intermediario online Bitstamp valgono circa 622 dollari per bitcoin). Per quanto “amati” da molti, i bitcoin rappresentano infatti una frazione esigua del “circolante” mondiale: in tutto i bitcoin finora “emessi” valgono poco più di 8,086 miliardi di dollari. Il loro valore può dunque essere facilmente influenzabile dagli intermediari e questo se da un lato può attrarre nuovi investitori e contribuire a sviluppare (e gradualmente regolarizzare) il mercato, dall’altro rischia di favorire l’emergere di nuove truffe.

E’ di oggi, ad esempio, la notizia che la polizia francese è intervenuta per smantellare un “cambio illegale” di bitcoin, sequestrando 388 bitcoin per un valore di circa 241.000 euro (almeno secondo il cambio di Bitstamp) arrestando venerdì scorso due persone, a Cannes e Nizza, con l’accusa di aver gestito un sito web che vendeva e prestava illegalmente bitcoin ai suoi utenti. L’accusa per entrambi gli indagati è di operazioni bancarie illegali, riciclaggio e gestione illegale di un sito di scommesse. La sensazione è che al di là dei casi specifici, la trasparenza sia ancora una promessa più che una caratteristica dei bitcoin e in generale delle valute “virtuali” e che l’assenza di regole tipiche dei mercati monetari “reali”, finora vantata come pregio dai sostenitori di bicoin e compagni, possa rivelarsi alla lunga un handicap a cui trovare il modo di far fronte adeguatamente. Ancora una volta, insomma, la realtà sembra chiedere il conto a coloro che sono soliti inseguire sogni più o meno arditi senza troppo curarsi di essa.