morti a posillipo per rapina

La rapina di Posillipo si è trasformata in tragedia, distruggendo le vite di tre persone. Alessandro ed Emanuele sono morti nell'impatto fatale con la Smart -che stando alla ricostruzione del ragazzo alla guida, stava fuggendo dopo aver subito una rapina nel Virgiliano, luogo di ritrovo delle coppiette cittadine. Oggi i pm lo accusano di omicidio volontario. Da dove nasce il dramma sociale che porta giovanissimi sulla cattiva strada della criminalità? Padre Antonio Carbone gestisce la casa famiglia "Mamma Matilde" -intitolata alla madre coraggio uccisa dalla camorra per aver denunciato il pedofilo che aveva molestato i propri figli- ha seguito la riabilitazione di Alessandro ed Emanuele fino a due mesi fa. Oggi è affranto dal dolore, ma continua a ripetere che entrambi "avevano intrapreso un percorso di legalità". Volevano lavorare, volevano costruire una famiglia -erano entrambi giovanissimi papà. Invece, è finito tutto in quella curva di Posillipo.

Le foto di Emanuele ed Alessandro sono a terra, accanto ai gessi utilizzati dalla polizia per tracciare sull'asfalto la dinamica dell'incidente mortale. Padre Antonio ci accoglie nella casa famiglia a Torre Annunziata, in un quartiere ad alto tasso criminale di quel fortino della camorra che Giancarlo Siani chiamò "Fort Apache". Sulle mura del soggiorno ci sono decine di foto, in alcune di queste c'è anche Alessandro Riccio. Un calendario appeso al muro, con le foto dei ragazzi seguiti, lo ritrae su un muretto, sotto una scritta: "Qui non si muore".

"Chi punta il dito contro Alessandro ed Emanuele ha avuto le opportunità che a loro sono state negate" ci dice Padre Antonio. "Alessandro è stato qui con noi fino a due mesi fa, non era un ragazzo che voleva seguire una cattiva strada. Frequentava un corso per diventare pasticciere e spesso mi chiedeva di andare a Napoli con lui per trovare una pasticceria che lo assumesse. Voleva fortemente trovare un lavoro per garantire un futuro alla sua bambina". Rino, un operatore sociale che gestisce la casa, ricorda: "Alessandro aveva perso il padre pochi giorni prima del suo arresto".

"Per me era più facile fare rapine alle coppiette appartate che ai negozi" ci racconta Amedeo, uno dei ragazzi seguiti da don Antonio, che dopo essere stato condannato è oggi padre e cerca di crearsi un futuro come cuoco lavorando in un lido di Sorrento. "Le coppiette stanno nei campi isolati, i negozi sono su corsi trafficati. Io sono stato preso per una rapina in un magazzino". Ma perché si fanno le rapine? "C'è chi vuole fare i soldi facilmente e chi, come me, le fa soltanto per necessità: avevo sedici anni, la mia ragazza aspettava un bambino, ed io volevo comprare qualcosa per lui".

Cattive compagnie e contesto sociale, qui risiede il motivo per cui i ragazzi intraprendono le strade della micro-criminalità e poi della camorra. "Non solo" continua Rino "Dipende anche da una società che basa tutto sull'apparire e il possedere. Molti ragazzi mi dicono di non aver bisogno, ma di rubare perché a loro piace possedere tanti soldi".

Tagli al settore sociale, un dramma annunciato. A Napoli e in provincia, il terzo settore ha per anni agito da argine verso la criminalità minorile. Oggi, con i tagli ed i continui ritardi nei pagamenti di operatori sociali e case famiglia da parte delle istituzioni pubbliche, questa rete di sicurezza si sta sgretolando. Non sorprende l'escalation di crimini predatori che riguardano minori negli ultimi mesi in città. "Se noi oggi tagliamo i fondi per la prevenzione – afferma padre Antonio – domani dovremo pagare dieci volte tanto per arrestare, recludere e rieducare questi ragazzi lasciati senza riferimenti".