“Vorrei incontrare i genitori di Yara, capirebbero che non l’ho uccisa”: cosa ha detto Bossetti a Porta a Porta

"Vorrei incontrare i genitori di Yara, se mi vedessero capirebbero che non l'ho uccisa". A parlare è Massimo Bossetti, condannato all'ergastolo in via definitiva per l'omicidio di Yara Gambirasio, in una lunga intervista a Porta a Porta andata in onda in versione integrale nella serata di ieri, giovedì 22 gennaio.
Insieme al conduttore Bruno Vespa, l'ex muratore di Mapello ha ripercorso il giorno dell'omicidio, le indagini, i processi e i lunghi anni in carcere: "Per me quel 26 novembre del 2010 era un giorno normale, ho svolto le solite cose. In un colloquio con gli avvocati mi è stato detto che quel giorno lì pioveva o nevicava e non avevo potuto lavorare".
"Avrò utilizzato il tempo per le varie commissioni, in centri edili per acquistare materiali per il cantiere o dal commercialista. La strada che facevo per andare al cantiere passava per Brembate e quel giorno ho fatto delle commissioni. Penso di essere passato di lì per andare dal commercialista. Ricordo, ed è agli atti, di aver pagato un F24", ha aggiunto.

Il giorno dell'omicidio di Yara Gambirasio e l'arresto: la ricostruzione di Bossetti
Bossetti ha sempre detto di non conoscere la 13enne di Brembate, scomparsa nel novembre 2010 e trovata morta in un campo nel febbraio 2011, e di non averla incontrata il giorno dell'omicidio. Da sempre si dice innocente, sostenendo di essere vittima di un grosso errore giudiziario.
"Non ho mai negato di essere passato da Brembate. Le celle telefoniche hanno agganciato il telefono della povera Yara e il mio, però vanno spiegati i passati. L'ultimo aggancio del suo è delle 18.55, l'ultimo del mio era alle 17.45, se non erro. La stessa antenna ha agganciato i due telefoni ma quella, è stato accertato dai miei consulenti, aggancia anche casa mia".
"Non ricordo, a distanza di anni, se fossi a Brembate o a casa. Però quella stessa antenna ha copertura anche a casa mia", ha spiegato. Il giornalista gli ha chiesto di spiegare perché proprio quel giorno il suo cellulare si sia spento dalle 17.45 alle 7.45 del giorno successivo.
"Non è una cosa strana, avevo un telefono obsoleto che si spegneva spesso. L'ho riacceso quando sono andato in cantiere, è una cosa capitata anche in altri giorni". Bossetti ha anche ripercorso il giorno del suo arresto, avvenuto diversi anni dopo, nel giugno 2014.
"Quando sono venuti ad arrestarmi in cantiere, non sono scappato, quei tre passi non erano una fuga. Il capocantiere mi ha detto: ‘Massi, vieni giù', e io non ho fatto altro che alzarmi e depositare i miei strumenti di lavoro. A quel punto ho visto un Carabiniere spuntare dal ponteggio che mi intimava di fermarmi", ha detto durante l'intervista.
"Era impossibile fuggire. E poi da chi e da cosa dovevo fuggire, con il rischio di rimanere infilzato sulle chiamate dei pilastri di sotto? Non stavo scappando, mi stavo muovendo sul ponteggio per raggiungere la botola e scendere al piano di sotto", ha aggiunto.
Le ricerche pedopornografiche trovate sul computer utilizzato da Bossetti e dalla moglie
A lungo Vespa ha chiesto a Bossetti di spiegare alcune ricerche, di natura pedopornografica, che gli investigatori trovarono sul suo computer. "Sono negato a livello di informatica, usavo con mia moglie il computer quando eravamo in intimità sul divano, quando i figli erano a letto. Andavamo sui siti pornografici, ma quelle ricerche non le abbiamo mai fatte".
Quando il giornalista chiede come sia possibile che quelle ricerche non le abbia effettuate lui, ha risposto: "Il mio consulente mi ha spiegato che alcune sono stringhe prodotte in automatico. Sono tutte ricerche portate in aula, trovate sul computer, ma né io né mia moglie le abbiamo mai fatte, non siamo quel genere di persone".
Il Dna trovato sul corpo della vittima, Bossetti: "Vorrei fosse rifatto il confronto"
Tra gli argomenti affrontati durante l'intervista c'è anche quello del Dna trovato sul corpo della vittima. Il profilo dell'Ignoto 1 corrispondeva, secondo l'accusa, a quello di Bossetti. "Ritengo che quel Dna non sia mio perché Yara non l'ho mai vista, mai incontrata, non l'ho uccisa", ha sostenuto l'uomo.
Da anni, tramite i suoi legali, Bossetti chiede di poter eseguire nuovamente il confronto. Una richiesta che, dice, gli è sempre stata negata: "Non so cosa si possa trovare nei 54 campioni che ci sono ancora, quanto ci sia di utile, ma spero che con le metodiche di oggi, visto che la scienza è più evoluta, si possa trovare qualcosa".

"Io il dato scientifico lo metto in discussione perché non c'è stata la possibilità di ripeterlo. Lei non sosterebbe lo stesso se fosse al mio posto?", ha chiesto al giornalista. "Vogliamo anche garantire ufficialmente l'esistenza di questi reperti, che siano integri", ha aggiunto.
"Possiamo trovare ulteriori riscontri su queste tracce. Sul corpo della povera Yara sono stati trovati ben 11 Dna, per questo spero emerga quanto ancora non è emerso. La verità, secondo me, non è ancora stata accertata. Perché non mi viene mai garantito un esito scientifico per dimostrare la mia innocenza?", ha detto ancora.
"Se venisse fuori di nuovo che sono Ignoto 1, tacerò per sempre e mi potranno chiudere a vita. Ma penso che sia mio sacrosanto diritto di difesa ripetere l'esame".
Il rapporto con la moglie e i figli, il lavoro in carcere: "Non penso al futuro"
Bossetti ha raccontato di vedere spesso i figli, ogni settimana, ma non la moglie. "La sento spesso ma sono nate incomprensioni tra noi, anche dopo alla scoperta dei tradimenti (emersi durante le udienze del processo, ndr). Vorrei avere un confronti fuori dal carcere e decidere poi cosa fare".
"A me è stata distrutta la vita, nessuno potrà ridarmi il tempo che mi è stato tolto con mia moglie e i miei figli. Aspettano il momento di potermi abbracciare fuori", ha aggiunto.

Bossetti ha raccontato anche il lavoro da metalmeccanico all'interno del carcere. "È importante per un detenuto, è una sorta di evasione mentale. Mi permette di autogestirmi e di riuscire a mandare a casa quel prezioso aiuto economico che ho sempre offerto".
Alla domanda su come vede il suo futuro, ha risposto: "Non riesco a vederlo, immaginarlo, vivo l'oggi, il presente, finché non sono fuori dal carcere. È troppo dura per me, dopo tutto quello che ho subito".
Bossetti ha raccontato anche di aver scritto ai genitori di Yara: "Ho chiesto che rispondessero a tante domande, anche su cosa loro pensano di me, vorrei la verità. Vorrei anche avere un colloquio con loro perché se mi vedessero capirebbero che non ho ucciso Yara, che non ho niente a che fare con tutto questo".