Dopo il secondo pronunciamento di Ema sul possibile legame con alcuni rari casi di trombosi, il ministero della Salute ha deciso di limitare l'uso del vaccino Covid Vaxzevria di AstraZeneca, raccomandandone la somministrazione agli over 60. Come ha spiegato Franco Locatelli, membro del Cts e presidente del Consiglio superiore della Sanità, "mentre l'altra volta non si era trovato un nesso di causalità, oggi è dichiarato plausibile anche se non dimostrato. È più frequente fino ai 60 anni di età, con complicanze in soggetti donne e sotto i 60 anni. Solo dopo la prima somministrazione, nell'arco di due settimane. Ma sulla seconda i numeri sono ancora troppo bassi. Più difficile trarre conclusioni". Aggiungendo, comunque, che i "vantaggi derivanti dalla vaccinazione" con il siero di AstraZeneca "superano di gran lunga i potenziali rischi, molto rari" e che il vaccino anglo-svedese "ha dimostrato un'efficacia compresa fra l'80 ed il 100 per cento nel prevenire sia l'ospedalizzazione che la morte nella popolazione anziana". Ma cosa succede ora per chi ha già ricevuto la prima dose?

Stiamo parlando di circa un milione e duecentomila persone, tra docenti e forze dell'ordine in primis, che attendono la seconda dose a partire da maggio per il richiamo e che ora non sanno come andrà a finire, con tutte le difficoltà e le ansie del caso. Secondo la circolare del ministero della Salute, appena firmata, chi ha già ricevuto una prima dose del vaccino Vaxzevria può completare il ciclo assumendo la seconda.

Ma era stato proprio Locatelli a rassicurare subito questa categoria di soggetti: "Al momento si procederà anche con la seconda dose di AstraZeneca a chi lo ha già ricevuto. Non è stato fatto né l'eutanasia né il funerale di AstraZeneca. È un vaccino assai utile per proteggere dal rischio di sviluppare una patologia grave". La scelta di preferire la somministrazione agli over 60 protegge "da quel minimo di rischio legato a quel che sappiamo oggi alla prima dose una popolazione di soggetti per cui abbiamo comunque delle alternative". Più cauto Giorgio Palù, numero uno di Aifa, che apre anche ad uno scenario diverso ma che al momento pare comunque poco verificabile. Secondo l'esperto, infatti, "avremo tempo di valutare se chi ha già fatto la prima dose può avere il richiamo con un preparato diverso. La vaccinazione è appena partita e per il richiamo si può aspettare tre mesi. Nel frattempo gli studi su questi eventi saranno stati approfonditi".