Opinioni
15 Gennaio 2022
08:00

Tutte le sfide del 2022 per combattere i cambiamenti climatici

Il 2021 doveva essere un anno di cambiamenti per la salvaguardia dell’ambiente, ma si è fatto poco. Ecco perché il 2022 diventa fondamentale per combattere i cambiamenti climatici.
A cura di Fabio Deotto

L’abbiamo detto e ripetuto, l’abbiamo sentito ripetere a tambur battente per mesi: il 2021 doveva essere un anno cruciale per la lotta al riscaldamento globale, il punto di partenza per un nuovo modo di affrontare l’emergenza climatica. Ebbene, non lo è stato. Non sto dicendo che non sia stato un anno significativo, mai come nei dodici mesi passati la crisi climatica ha mostrato il suo volto più reale: la terribile cupola di calore in Canada, le alluvioni devastanti in Germania, Cina e Sicilia, la prima pioggia sul punto più alto della Groenlandia, incendi incontrollati, siccità prolungate e uragani mai visti. A fine ottobre la COP26 di Glasgow venisse da molti inquadrata come il summit che avrebbe potuto salvare il nome. Ma ancora una volta la montagna ha partorito un topolino, e nemmeno tanto in forma. E così il 2021 si è chiuso e la crisi climatica galoppa ancora alla stessa velocità di prima.

E ora? È tutto perduto? No, ora ci rimbocchiamo le maniche di nuovo; anche perché non abbiamo altra alternativa. Se il 2021 siamo rimasti fermi a guardare, significa che nel 2022 dovremo correre ancora più veloce. E ci sono già diverse tappe importanti da segnare sul calendario.

In che tipo di vespaio ci troviamo e come uscirne 

Lo scorso ottobre, la rivista investigativa Unearthed ha rivelato dei documenti che mostravano come le lobby del petrolio e alcune nazioni con forti interessi nell’industria della carne e nel settore lattiero-caseario stessero facendo pressioni sull’IPCC perché attenuasse, nel proprio rapporto, i riferimenti alla necessità di eliminare i combustibili fossili e ridurre la quantità di prodotti animali nella dieta globale.

L’IPCC è il gruppo intergovernativo che ogni sei anni raccoglie le valutazioni di centinaia di scienziati da ogni parte del mondo per fare il punto sullo stato del problema climatico. La prima parte del nuovo rapporto è stata pubblicata lo scorso agosto e di fatto confermava fuori da ogni dubbio quanto già sapevamo: la crisi climatica è direttamente imputabile alle attività umane, abbiamo già superato diversi punti di non ritorno e la finestra per restare al di sotto degli 1,5 gradi oltre i livelli pre-industriali è ormai strettissima.

Il prossimo 21 febbraio verrà pubblicata la seconda parte del rapporto, redatta da un pool di oltre duecento scienziati che hanno passato in rassegna gli studi più recenti su come il cambiamento climatico stia già stravolgendo i sistemi naturali, su quali vulnerabilità questi sistemi mostrino, e quali possibilità di adattamento rimangano. È un documento più interessante per il grande pubblico, perché ci racconta come il mondo in cui viviamo sia già irreversibilmente mutato, come saremo costretti a cambiare modo di viverci e quali possibilità abbiamo per adattarci al cambiamento in modo equo e ragionato.

Ma i riflettori più grandi sono puntati su un’altra data, ossia il 28 marzo, quando l’IPCC pubblicherà le conclusioni del Gruppo di lavoro III, quello che si sta occupando di tracciare la rotta per la mitigazione necessaria a mantenere il riscaldamento globale nei limiti del vivibile. In parole povere: è il documento che ci aiuterà a capire come fare nel concreto per ridurre le emissioni senza esacerbare le iniquità sociali e lavorative già esistenti. È una sfida ambiziosa, che richiede una convergenza di intelligenze e di sforzi (non a caso il Gruppo III è quello che raccoglie scienziati da più aree disciplinari), e soprattutto, richiede un ripensamento delle strutture economiche vigenti. È questo rapporto, per capirci, che le lobby del petrolio e della carne hanno tentato di ammorbidire. Il che la dice lunga sull’importanza di questi documenti. Non si tratta solo di studi che inquadrano un problema, ma di centinaia di scienziati che indipendentemente convergono a illustrare un problema così sfaccettato che per la maggior parte delle persone è quasi invisibile.

Un anno cruciale per il Green New Deal europeo

La Commissione Europea ha stabilito che il 2022 sarà l’Anno Europeo per la Gioventù, il che dovrebbe significare un concreto sforzo per coinvolgere maggiormente le nuove generazioni nei processi decisionali dell’UE. Ma siccome le giovani generazioni sono quelle che più subiranno le conseguenze della crisi climatica in atto, per dare peso specifico a questo retorico appellativo si potrebbe trasformare quest’anno in un’occasione di svolta, a partire dai punti sospesi del cosiddetto Green New Deal europeo. E ce ne sono parecchi. A partire dallo Zero Pollution Action Plan (ZPAP), un progetto che punta a ridurre al minimo diverse forme di inquinamento entro il 2050. Questo significa implementare misure per ripulire l’aria delle città (responsabile di centinaia di migliaia di morti ogni anno), e per ridurre la quantità di pesticidi nel suolo e di microplastiche nei bacini idrici, ma significa anche contrastare tipi meno visibili di inquinamento, come ad esempio quello acustico e luminoso, e naturalmente le emissioni serra imputabili al comparto industriale. Uno dei punti più discussi riguarda il cosiddetto “diritto alla riparazione”, ossia la possibilità di imporre alle aziende di elettrodomestici e dispositivi elettronici di realizzare prodotti che possano essere riparati facilmente dai consumatori senza necessariamente passare dai circuiti ufficiali.

Gas fossile e nucleare non sono energie rinnovabili

Ma se a parole l’Unione Europea è in prima fila tra i sostenitori della lotta calla crisi climatica, nei fatti a volte sembra spingere nella direzione opposta. Il 2022 è cominciato con un’accesa discussione riguardante la Tassonomia UE sulla finanza verde. Si tratta sostanzialmente di uno strumento che consente di valutare quali fonti energetiche possano essere considerate sostenibili, così da poter indirizzare gli investimenti nel settore energetico in modo da favorire la transizione energetiche di cui abbiamo urgentemente bisogno. Il problema è che alcune nazioni UE (in particolare Francia e Polonia) insistono affinché tra le fonti “verdi” vengano inclusi anche il nucleare e il gas fossile. La Tassonomia avrebbe dovuto essere ufficializzata il 12 gennaio, ma l’approvazione è slittata al 21 per via dell’opposizione di alcuni stati membri, prima fra tutti la Germania, che da tempo si è posta come capofila delle nazioni contrarie all’inclusione del nucleare tra le fonti “verdi”. La posizione della Germania è delicata, perché se da un lato è tra le prime nazioni a promuovere la chiusura di centrali nucleari sul proprio territorio, dall’altro è favorevole all’inclusione del gas nella tassonomia. L’Italia non ha assunto una posizione ufficiale in merito (anche perché nella stessa maggioranza di governo ci sono idee contrapposte), ma il Ministro per la Transizione Ecologica, Roberto Cingolani, ha più volte lasciato intendere di essere favorevole a queste due inclusioni. Ed è un problema, perché questo strumento dovrebbe servire a fissare i paletti per arginare il “greenwashing” di iniziative tutt’altro che virtuose, mentre di fatto rischia di avvallarlo. Incentivare gas e nucleare come fonti di transizione significa dirottare finanziamenti che invece dovrebbero andare a eolico, solare e idroelettrico, che per forza di cose dovranno essere le protagoniste di questa transizione.

Non esiste mitigazione, né adattamento, senza biodiversità 

Da qualche anno la Cina sta cercando di presentarsi come nazione capofila nella battaglia per la transizione energetica e la preservazione della diversità biologica. Un’ambizione che lascia un po’ interdetti, considerando che stiamo parlando del paese ad oggi responsabile della maggiore quota di emissioni nazionali (se contiamo quelle pro-capite, gli americani emettono quasi il doppio, per dire), con un fabbisogno energetico che ammonta a un quarto di quello mondiale e un tasso di consumo del suolo e delle risorse naturali in costante crescita. Ma i dati parlano chiaro: il governo di Pechino sta investendo sulle tecnologie rinnovabili molto più di quanto stiano facendo gli USA o l’Unione Europea. L’obiettivo dichiarato: diventare una “civiltà ecologica” capace di imporsi come modello di sviluppo sostenibile. Non stupisce dunque che la Cina stia ospitando la Conferenza ONU sulla Biodiversità. Tra l’11 e il 15 ottobre 2021, nella città Kunming si è chiusa la prima sessione di lavori della conferenza, da cui è uscita la cosiddetta Dichiarazione di Kunming, un documento che fissa i punti cardine di un potenziale accordo per la salvaguardia della biodiversità, che includa una serie di provvedimenti legislativi e finanziari per ridurre le attività che minacciano la tenuta degli attuali ecosistemi. L’obiettivo è anche quello di gettare le basi per un “approccio ecosistemico” all’adattamento alla crisi climatica, ossia allo sfruttamento della biodiversità e degli strumenti ecosistemici per gestire le ricadute del riscaldamento globale. Tra il 15 aprile e l’8 maggio 2022 si terrà la seconda parte della conferenza, e la speranza è di arrivare a un accordo il più possibile stringente e specifico. Sulla carta, si tratta di un progetto ambizioso, tanto che qualcuno lo paragona per importanza all’Accordo di Parigi, ma tutto dipende da quanto vincolanti saranno i punti dell’accordo, e da quante nazioni decideranno effettivamente di adottare un nuovo paradigma. Senza dimenticare che, tra i 100 paesi che manderanno delegati a Kunming, non figurano gli Stati Uniti. Un’assenza che risale all’epoca Bush e che nemmeno con la caduta di Trump è stata colmata.

Build Back Better, la battaglia già parzialmente persa di Biden

A proposito di Stati Uniti: a Glasgow Joe Biden si è presentato con il piglio dell’ambientalista convinto, ha promesso notevoli sforzi per quanto riguarda la riduzione dell’utilizzo di combustibili fossili e ha persino promesso che il suo paese avrebbe dimezzato le proprie emissioni entro il 2030. Salvo poi tornare a Washington e approvare migliaia di nuove trivellazioni in territorio federale. Nel frattempo però il Senato è chiamato a valutare una proposta di legge sicuramente ambiziosa, che se passasse potrebbe davvero porre i presupposti per raggiungere gli obiettivi ventilati a Glasgow. Il Build Back Better Act è un disegno di legge che in origine avrebbe dovuto comportare lo stanziamento di 3500 miliardi di dollari per supportare riforme in ambito sanitario, sociale, scolastico e, soprattutto, energetico. Nella sua strada verso l’approvazione il pacchetto è stato pesantemente revisionato, soprattutto per iniziativa del senatore Joe Manchin, “il più conservatore fra i democratici”, che ne ha proposto una versione sfrondata da 1700 miliardi di dollari. Poco prima di Natale, però, Manchin ha sabotato la sua stessa proposta. Perciò oggi, tecnicamente, il Senato americano non ha i numeri per approvare il disegno di legge, che al momento è bloccato. Se però venisse approvato, pur nella sua versione ammorbidita, si tratterebbe del più grande investimento in energia pulita e misure climatiche mai adottato da quella che è storicamente la nazione più responsabile per la crisi climatica in cui ci troviamo. Parliamo di 555 miliardi di dollari che andranno a finanziare il settore delle energie rinnovabili e delle auto elettriche, a incentivare nuove linee di trasmissione ad alto voltaggio, iniziative di efficientamento energetico, e la creazione di nuovi posti di lavoro in quest’ambito.

Lo scorso 8 gennaio, Manchin ha dichiarato che non intende più negoziare con la Casa Bianca per quanto riguarda il Build Back Better Act, il che tecnicamente è l’ultimo chiodo nella bara del disegno di legge. Nel 2022 i Democratici dovranno capire come aggirare l’ostacolo: possono provare a ridurre ulteriormente la portata della legge (poco probabile), oppure approntare un disegno di legge specifico per la questione energetica e climatica (più probabile), che da sempre è stata la fetta più sostanziosa degli investimenti proposti.

Cop27, l’ennesima ultima chance

L’abbiamo detto, la COP26 di Glasgow doveva essere il punto di svolta nella lotta al cambiamento climatico, ma si è rivelata un buco nell’acqua. È naturale dunque che chi ancora ripone speranza (e volontà) nella lotta alla crisi climatica, guardi al prossimo summit internazionale sul clima come data cruciale per l’ottenimento di risultati importanti. Le delegazioni torneranno a incontrarsi nel novembre del 2022 a Sharm-el-Sheik, in Egitto, location che sta già facendo discutere perché si teme che la situazione politica egiziana renderà impossibile (o molto pericoloso) effettuare azioni di protesta. Dalla COP27 ci si aspetta naturalmente che le nazioni aggiornino, come previsto, i propri obiettivi di riduzione delle emissioni, che si raggiungano accordi davvero vincolanti per garantire una dismissione delle fonti fossili (carbone in primis), una effettiva tutela della biodiversità e degli ecosistemi e finanziamenti adeguati per l’adattamento delle nazioni già oggi colpite duramente dalle ricadute della crisi climatica. A voler essere ottimisti, come avevamo già spiegato, ci sarebbe da sperare che finalmente le nazioni più storicamente responsabili per la crisi climatica decidano di stanziare dei fondi per risarcire le nazioni del Sud globale, responsabili di una quota minima di emissioni ma le cui economie sono già stravolte da siccità, inondazioni e ondate di calore.

La COP27 è sicuramente una data cruciale per il 2022, ma non bisogna fare l’errore di pensare che tutto si giochi in quei giorni e a quei tavoli. Come abbiamo visto nelle edizioni passate, le parole pronunciate a quei microfoni possono essere molto virtuose, ma cadono come foglia morta se non viene loro dato un peso specifico una volta che i delegati tornano nel proprio paese. Sono state fatte tante promesse a Glasgow, promesse non vincolanti ma che comunque possono tracciare una rotta. Se le nazioni più potenti (tra cui anche l’Italia) decideranno di muoversi nella giusta direzione, avremo più terreno per discutere un piano di ristrutturazione dei sistemi economici e produttivi che consenta di dimezzare le nostre emissioni entro il 2030. Perciò sì, la COP27 sarà l’ennesima “ultima chance”, e se si rivelerà un altro buco nell’acqua, le probabilità che la COP28 si riveli un successo saranno ancora più striminzite.

Fabio Deotto è scrittore e giornalista. Laureato in biotecnologie, scrive articoli e approfondimenti per riviste nazionali e internazionali, concentrandosi in particolare sull’intersezione tra scienza e cultura. Ha pubblicato i romanzi Condominio R39 (Einaudi, 2014), Un attimo prima (Einaudi, 2017) e il saggio-reportage sul cambiamento climatico “L’altro mondo” (Bompiani, 2021).  Insegna scrittura creativa alla Scuola Holden di Torino. Vive e lavora a Milano.
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