Terremoto Amatrice, Mario Tozzi: “Avendo fatto poca prevenzione il prossimo sisma potrebbe causare migliaia di morti”
A dieci anni esatti dalla maledetta notte del 24 agosto 2016, quando la terra tremò tra Marche, Lazio, Umbria e Abruzzo radendo al suolo Amatrice, Accumoli e Arquata del Tronto e spezzando 299 vite, l’Italia si ritrova ancora una volta a fare i conti con cerimonie e passerelle politiche. Come accade puntualmente dopo ogni catastrofe, i riflettori delle commemorazioni si riaccendono sul dolore delle macerie, ma lontano dai palchi istituzionali la domanda fondamentale resta inevasa: quanto siamo davvero più sicuri rispetto a dieci anni fa? La risposta, spogliata dalla retorica, è spietata: quasi per nulla.
Nonostante l'eccellenza riconosciuta della nostra Protezione Civile nei momenti di massima emergenza, l'Italia continua a soffrire di un male cronico: la totale incapacità di pianificare ed eseguire una prevenzione strutturale di lungo periodo. I borghi dell'Appennino restano fragili, la burocrazia rallenta le ricostruzioni e il patrimonio edilizio privato continua a essere esposto a scosse che in questo Paese non rappresentano mai una sorpresa, bensì una certezza geologica. Il rischio concreto? Che un altro sisma di magnitudo simile a quella del 24 agosto 2016 possa causare centinaia o migliaia di vittime, specie se dovesse verificarsi in grandi città come Messina o Reggio Calabria.
Per fare il punto della situazione, Fanpage.it ha interpellato il geologo e divulgatore scientifico Mario Tozzi, che non usa mezzi termini: "Se in alcune zone dell'Italia arrivasse un terremoto forte, cioè con magnitudo maggiore di 6.5 Richter, conteremmo migliaia di morti. Il nostro Paese si è dimostrato incapace di realizzare un piano capillare di messa in sicurezza sismica perché non porterebbe consensi e voti".
Professor Tozzi, oggi sono 10 anni dall'inizio della sequenza sismica nell'Appennino centrale, tra Marche, Lazio, Umbria e Abruzzo: qual è lo stato della sicurezza sismica in Italia? Proviamo a illustrare il quadro generale della situazione.
Il quadro è sostanzialmente immutato rispetto agli anni, ai decenni e ai secoli precedenti, salvo per quelle zone che hanno registrato recentemente qualche sisma. L'Aquila, quando sarà totalmente ricostruita, sarà ovviamente più robusta e resiliente di prima ai terremoti, così come accadrà ad Amatrice, Arquata del Tronto e Accumoli, e come è accaduto a Norcia, che è l'esempio di come si dovrebbe fare: ricostruita a regola d'arte dopo il terremoto del '97, nel 2016 non ha registrato nemmeno un morto e nemmeno un ferito, mentre pochi chilometri a sud-est, per un terremoto di magnitudo molto più leggera e molto meno devastante, ci sono state 299 vittime.
Si sarebbe dovuto fare dappertutto come a Norcia?
Sì, ma si è deciso di non farlo. Di conseguenza oggi tutta la fascia appenninica è a rischio, dalla Garfagnana fino a Reggio Calabria, passando per Messina e poi Catania, il Ferrarese, l'Emilia, e il Friuli. Se dovesse arrivare domani un terremoto in qualcuna di queste zone, sarebbe comunque un disastro, perché non abbiamo messo in piedi un piano per la ristrutturazione antisismica dei nostri centri abitati.
Quali sono le aree del nostro Paese maggiormente a rischio?
Tutta la catena appenninica. Dalla Garfagnana lungo l'asse appenninico, le Marche – soprattutto la zona di Ascoli Piceno – l'intera Umbria, l'Abruzzo, il Lazio centrale, poi scendiamo ancora giù per l'Appennino campano. Per non dire della Lucania e tutta la Calabria. E poi, infine, Reggio Calabria, Messina e anche la zona di Catania. Poi c'è qualche cosa, naturalmente, in Emilia Romagna, che abbiamo visto già col terremoto del 2012, e infine la zona friulana, che forse è quella che desta meno preoccupazione perché dopo l'ottima ricostruzione di Venzone e di altri centri abitati lì la resilienza sarà maggiore. Insomma, dove si è verificato un terremoto negli ultimi decenni magari abbiamo provveduto e adesso quelle città reggeranno meglio. Dove non ci abbiamo pensato, o dove pensiamo che non arrivi o che sia troppo lontano nel tempo, la situazione è critica. Questo significa che se arrivasse un terremoto forte, cioè con magnitudo maggiore di 6.5 Richter, potremmo contare migliaia di morti.
L'Italia vanta un'eccellenza nella protezione civile e nei soccorsi, ma continua a mostrare importanti lacune sulla prevenzione ordinaria: cosa blocca davvero la transizione da una "politica delle macerie" a una programmazione di lungo termine? Quanto conta la spasmodica ricerca di consenso da parte della classe politica?
Il nodo cruciale è il cortocircuito tra volontà politica e consenso elettorale. Un sindaco che riconosce la vulnerabilità del proprio centro storico e decide di investire per rinforzare edifici pubblici o infrastrutture si scontra con tempi di cantiere che vanno dai 5 ai 15 anni. Quel lavoro, spesso invisibile a occhio nudo, non porta consenso immediato: il beneficio lo incasserà, forse, chi verrà dopo di lui. I cittadini tendono a percepire quei cantieri come un disagio e non vedono l'opera spettacolare, come un nuovo ponte o una grande strada. Di conseguenza, il politico che sceglie la prevenzione rischia la sconfitta elettorale prima ancora di raccogliere i frutti del proprio intervento.
In assenza di linee guida chiare provenienti dalle istituzioni, quali sono le verifiche pratiche che ogni cittadino dovrebbe pretendere sulla propria casa prima di acquistarla o affittarla?
Oggi manca trasparenza perché molte associazioni di proprietari di immobili si oppongono all'introduzione del Fascicolo del Fabbricato, che dovrebbe rappresentare una vera e propria carta d'identità della casa. Quando si decide di acquistarne o affittarne una, la prima cosa da pretendere è proprio conoscere l'anno di costruzione, i materiali usati, le caratteristiche del terreno su cui poggiano le fondamenta e i reali livelli di rischio sismico, idrogeologico o vulcanico dell'area. Ma non c'è niente da fare, i proprietari non vogliono che ci sia una carta d'identità, hanno paura che certi immobili perderebbero valore, come in fondo sarebbe giusto. Se tu stai in un posto pericoloso e non ti sei attrezzato, è normale che la tua casa dovrebbe valere di meno.
In secondo luogo, occorre accertarsi della presenza dei presidi antisismici strutturali: in molti centri storici e nelle abitazioni in pietra dell'Appennino, ad esempio, bastano dei tiranti o delle chiavi di ferro che legano i muri perimetrali ai solai per evitare il ribaltamento delle pareti e salvare la vita, con una spesa del tutto contenuta. Infine, bisogna verificare l'integrità dell'edificio per essere certi che non siano stati tagliati muri portanti o appesantite le strutture nel tempo. Insomma, bisognerebbe pretendere una vera e propria "carta d'identità" della casa – esattamente come facciamo per le automobili usate verificandone freni e tagliandi. Questa misura sarebbe fondamentale per garantire la sicurezza dell'edificio.