Resistenza o terrorismo: a L’Aquila condannato a 5 anni e 6 mesi il palestinese Anan YaeeshIl

La Corte d’Assise dell’Aquila ha condannato il palestinese Anan Yaeesh a 5 anni e 6 mesi di reclusione per associazione con finalità di terrorismo. La decisione è arrivata al termine di una camera di consiglio durata circa sei ore ed è stata letta dal presidente del collegio, Giuseppe Romano Gargarella. Assolti gli altri due imputati, Ali Irar e Mansour Doghmosh.
Yaeesh, detenuto nel carcere di Melfi, ha seguito la lettura del dispositivo in collegamento video; Irar e Doghmosh erano presenti in aula. L’accusa aveva chiesto pene sensibilmente più elevate: fino a 12 anni per Yaeesh, 9 per Irar e 7 per Doghmosh. Le difese avevano sollecitato l’assoluzione per tutti, contestando alla radice l’impianto accusatorio.
Alla lettura della sentenza, nell’aula e all’esterno del tribunale, non sono mancate tensioni. Alcuni manifestanti solidali con la causa palestinese hanno urlato "Vergogna", "Palestina libera", "Ora e sempre resistenza". Come già nelle precedenti udienze, davanti al palazzo di giustizia si è svolto un sit-in; per ragioni di ordine pubblico le forze dell’ordine avevano presidiato l’ingresso e chiuso temporaneamente al traffico via XX Settembre. Con il verdetto si chiude il primo grado del processo; le motivazioni saranno depositate nei termini di legge.

La condanna arriva al termine di una vicenda giudiziaria complessa, che ha intrecciato profili penali, geopolitici e di diritto internazionale. "Sono nato in Palestina e questa non è stata una mia scelta. Resistere, invece, è stata la scelta migliore della mia vita" aveva dichiarato lo scorso 19 dicembre Anan Yaeesh, rivolgendosi alla Corte d’Assise in videocollegamento dal carcere dove è detenuto dal gennaio 2024.
Il procedimento nasce da una richiesta di arresto provvisorio a fini estradizionali inoltrata da Israele il 24 gennaio 2024 al ministero della Giustizia italiano. Yaeesh è accusato dalle autorità israeliane di appartenere alle Brigate di Tulkarem, attive nella Cisgiordania settentrionale, area segnata da anni di occupazione coloniale israeliana, arresti e distruzioni di proprietà palestinesi. Due giorni dopo quella richiesta, la Corte internazionale di giustizia ha riconosciuto la sussistenza di un “rischio concreto di genocidio” nella Striscia di Gaza, attivando obblighi di prevenzione per gli Stati firmatari della Convenzione del 1948.
Nonostante ciò, il 27 gennaio 2024 il Tribunale dell’Aquila ha disposto la custodia cautelare in carcere per Yaeesh, prima ancora di pronunciarsi sull’estradizione. Solo il 12 marzo la consegna alle autorità israeliane è stata negata, riconoscendo il rischio di "trattamenti crudeli, disumani o degradanti" e di gravi violazioni dei diritti umani. Parallelamente, però, la Procura dell’Aquila ha avviato un procedimento penale interno, fondato anche sul materiale investigativo trasmesso da Israele, estendendo l’indagine a Irar e Doghmosh.
A Yaeesh è stato contestato il ruolo di promotore di un’associazione ritenuta terroristica ai sensi dell’articolo 270-bis del codice penale; agli altri due una partecipazione generica, desunta da chat e conversazioni. Un impianto accusatorio che le difese hanno messo in discussione sin dall’inizio, sollevando rilievi sulle traduzioni di conversazioni in lingua araba e sulla mancanza di prove dirette di atti violenti contro civili. Non solo. Il legale di Yaeesh, Flavio Rossi Albertini, ha evidenziato più volte come il contesto sia stato escluso dal dibattimento: "Questo processo – aveva detto – avrebbe dovuto stabilire se fossimo di fronte a terrorismo o a legittima resistenza all’occupazione, applicando il diritto internazionale umanitario. Ma questo passaggio è stato eluso".
La stessa Corte di Cassazione, in fase cautelare, aveva riaffermato un principio fondamentale: la ribellione armata contro un esercito occupante può essere legittima, purché non colpisca civili. Un riconoscimento giuridico che, come sottolinea la difesa, "in un’epoca di pacificazione forzata avevamo quasi dimenticato".
Come se non bastasse sono stati esclusi tutti i testimoni della difesa: esperti di diritto internazionale, studiosi dell’occupazione, operatori umanitari. Ammessi solo i testi della Procura, in gran parte appartenenti alla Digos. "La Corte – aveva quindi denunciato l’avvocato – si è privata degli strumenti per capire davvero di cosa stesse giudicando".
Nel corso del dibattimento, la Procura ha tentato di introdurre atti provenienti da interrogatori di prigionieri palestinesi raccolti dai servizi israeliani. Dopo un primo via libera, la Corte ne ha disposto l’esclusione, accogliendo le obiezioni difensive sulla loro incompatibilità con i principi del giusto processo.
Nonostante la fragilità del quadro probatorio evidenziata dagli avvocati, il 29 novembre scorso la Procura aveva avanzato richieste di condanna molto severe. Uno scarto che ha segnato anche le arringhe finali, incentrate sulla necessità di distinguere tra fatti penalmente rilevanti e valutazioni politiche sulla causa palestinese.