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Provate a capire di cosa hanno paura gli studenti, prima di mettere i metal detector a scuola

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Siamo davanti a un “cortocircuito della paura”. Il coltello serve per sentirsi protetti, per contare nel gruppo, per avere un posto tra i pari. Aggrappato all’arma c’è il sintomo. Lo Stato non può disarmare la mano se non cura il sintomo.

Prima della campanella, adesso, in alcune scuole suona il metal detector. Dopo la morte di uno studente alla Spezia a gennaio, la circolare Piantedosi-Valditara ha portato i controlli dentro gli istituti: 2.828 interventi in 276 scuole in pochi mesi, con decine di coltelli, tirapugni e perfino machete sequestrati. A Roma, al Casilino, dopo alcune minacce circolate sui social, gli agenti sono arrivati a scuola con metal detector portatili.

Coltello e metal detector: due oggetti di metallo: uno in fondo a uno zaino, l’altro all’ingresso di una scuola. Il primo l’ha comprato un ragazzo, il secondo lo Stato. Sembrano opposti, ma sono la stessa cosa: paura che genera paura.  Nessuno dei due la scioglie: la arma. Un ragazzo se la mette in tasca con un coltello, lo Stato la tiene all’ingresso della scuola. Una paura armata, prima o poi, cerca un gesto.

Più spaventati, non più delinquenti

L’Italia è tra i Paesi europei con meno criminalità minorile. Eppure i ragazzi segnalati per porto di armi e oggetti atti a offendere sono passati da 778 nel 2019 a 1.946 nel 2024. Quel 150% in più, letto bene, non dice che sono aumentati i delinquenti. Dice che sono aumentati i ragazzi spaventati. Più spaventati, non più delinquenti.

È un «cortocircuito della paura». Il coltello serve per sentirsi protetti, per contare nel gruppo, per avere un posto tra i pari. Aggrappato all’arma c’è il sintomo. Lo Stato non può disarmare la mano se non cura il sintomo. Un ragazzo che si arma perché ha paura lo possiamo capire. Uno Stato che, per la stessa paura, lo aspetta al cancello, no. Entrambi dicono che fuori è guerra: due paure allo specchio, e nessuna guarisce l’altra.

La radiografia che nessuno fa

Se facessimo una radiografia al cervello dei ragazzi, e non solo al loro zaino, vedremmo questo cortocircuito a occhio nudo. In adolescenza l’amigdala, il nostro allarme antincendio, è al massimo della sensibilità. La corteccia prefrontale, il pompiere che valuta se l’incendio è vero, matura solo verso i 25 anni. Se intorno a te tutto dice «pericolo», l’allarme suona sempre: il cortisolo resta alto, il sonno peggiora, la concentrazione crolla. Impari a vedere ostilità anche dove non c’è. Si chiama bias di attribuzione ostile ed è uno dei predittori più solidi dell’aggressività. Un ragazzo in allerta permanente non ragiona: reagisce.

Il metal detector ti mette il cuore in gola anche se il coltello non ce l’hai, perché ogni mattina ti dice che a scuola non sei al sicuro. Una revisione di ricercatori dei Centers for Disease Control americani (Hankin, Hertz e Simon, 2011) non ha trovato prove sufficienti che i metal detector riducano la violenza a scuola, ma segnali che aumentano l’insicurezza. Al contrario, il senso di appartenenza alla scuola è uno dei fattori più protettivi che conosciamo. Glasgow, ex capitale europea degli omicidi, ha trattato la violenza come un problema di salute pubblica e in dieci anni ha più che dimezzato gli omicidi. Non ha messo un varco in più. Ha tolto paura.

Il taglio del governo è arrivato prima della lama del ragazzo

La repressione è un’ambulanza: parte quando l’incidente è già successo. Un Paese che compra solo ambulanze ha già scelto la sua politica: contare i feriti. Ai ragazzi servono semafori. Si chiama prevenzione. Il governo Meloni, invece, i semafori li ha spenti uno a uno:

  • il Fondo per la povertà educativa, che dal 2016 aveva mosso oltre 800 milioni e raggiunto 650 mila ragazzi, oggi sopravvive con 3 milioni l’anno;
  • 267 milioni in meno nel 2026 al Fondo per l’inclusione attiva, con cui i Comuni seguono le famiglie fragili;
  • politiche giovanili da oltre 72 a circa 50 milioni, tagli a infanzia e famiglia;
  • il reddito di cittadinanza abolito;
  • nessuna educazione all’affettività come materia; con la legge Valditara esclusa da infanzia e primaria e possibile solo con la firma dei genitori, senza un euro alle scuole;
  • nessuno psicologo stabile nelle scuole: solo un fondo sperimentale di 18,5 milioni l’anno, in voucher da 250 euro.

Ha tagliato, tagliato, tagliato. Poi ha risposto con il decreto Caivano, le multe ai genitori e i metal detector. Tutte ambulanze, nessun semaforo. Prima di qualunque lama, in questa storia c’è stato un altro taglio. Non l’ha fatto un ragazzo. L’ha fatto lo Stato. I coltelli dagli zaini non si tolgono con i metal detector. Si tolgono togliendo la paura. Un quindicenne che esce con un coltello non sta andando in guerra: sta chiedendo che qualcuno lo protegga. Finora gli abbiamo risposto con un bip. Prima di frugare nel suo zaino, bisognerebbe capire di cosa ha paura. Nessuno gliel’ha ancora chiesto.

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Psicologo clinico, psicoterapeuta dell’età evolutiva e psico-oncologo. Professore a contratto e cultore della materia in Psicologia dello Sviluppo presso l’Università degli Studi di Pavia, Dipartimento di Scienze del Sistema Nervoso e del Comportamento, e professore a contratto e membro dell’Unità di Ricerca sul Trauma in età evolutiva del Dipartimento di Psicologia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Fondatore e Presidente della Fondazione Soleterre. Voce attiva sui temi della salute mentale, dell’infanzia, dei diritti umani e della prevenzione della violenza di genere.
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