Si è appellato alla legge salva suicidi per azzerare il debito contratto da un artigiano che non riusciva ad onorarlo a causa della crisi economica. Un giudice di Prato ha alleggerito così il peso sulle spalle di un uomo che avrebbe dovuto pagare 430mila euro. Nella sentenza scrive che "rilevato che l'indebitamento non è riconducibile a negligenza del debitore e che non esistono atti in frode, i crediti non soddisfatti sono da considerarsi inesigibili". L'uomo protagonista di questa storia lavorava per una piccola azienda di termoidraulica specializzata in impiantistica civile.

Prima era dipendente, poi era diventato socio di minoranza. Quando nel 2012 le cose hanno cominciato ad andare male, per scongiurare il fallimento era stato lui a firmare la fideiussione da 500mila euro per provare ad andare avanti. Aveva firmato come garante, ma secondo gli avvocati non era sufficientemente informato sulle conseguenze. Così, quindi, i legali hanno capito di poter ottenere la sdebitazione. "Aveva messo la firma su debiti che non erano suoi" ha dichiarato l'avvocato Frosini. Da qui, quindi, il ricorso alla legge 3 del 2012, ossia la legge salva suicidi. L'artigiano si era visto pignorare metà casa e parte dello stipendio oltre che il motorino. Il liquidatore però ha inviato un resoconto al giudice nel quale emergeva che l'uomo si era dimostrato pienamente collaborativo.

Il procedimento è stato aperto il 26 luglio 2014 e si è chiuso il 7 ottobre del 2019. La sentenza è arrivata il 3 ottobre 2020. Questi anni dovevano contemplare il tempo necessario, previsto dalla legge, per verificare che nel frattempo non fossero emersi fatti nuovi e rilevanti come eredità o vincite, qualunque cosa che potesse permettere all'artigiano di onorare il debito. Verificata quindi l'onestà del debitore e preso da lui ciò che corrispondeva alle sue reali possibilità (70mila euro) è stato liberato dal resto: 430mila euro. Quei soldi non dovrà mai più pagarli.