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Pestaggi nel carcere di Firenze, ispettrice e otto agenti condannati per tortura in Appello

La Corte d’Appello di Firenze ha condannato in secondo grado una ispettrice e otto agenti della polizia penitenziaria che erano in servizio nel carcere di Sollicciano, ribaltando la sentenza di primo grado, che aveva riqualificato il reato di tortura.
A cura di Antonio Palma
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Nel carcere di Sollicciano a Firenze vi fu tortura sui detenuti. Lo ha stabilito oggi la Corte d'Appello di Firenze condannando in secondo grado una ispettrice e otto agenti della polizia penitenziaria che erano in servizio nella casa circondariale del Capoluogo toscano. Una sentenza che ribalta quella di primo grado emessa dal Gup nel dicembre del 2022.

In primo grado infatti gli imputati vennero condannati ma il giudice per le udienze preliminari aveva derubricato l'accusa più grave di tortura, declassandola a lesioni ed erano inoltre caduti anche gli episodi di falso e calunnia che venivano contestati dalla procura.

Con la nuova sentenza, invece, viene accolta la tesi dell'accusa che riteneva fossero stati messi in atto veri e propri episodi di tortura in cella. In appello la pena più alta è stata inflitta all' ispettrice con cinque anni e 4 mesi di reclusione, mentre agli agenti pene tra i quattro anni e 4 mesi e i tre anni e 4 mesi. Tutti hanno beneficiato degli sconti di pena per il rito abbreviato. L'accusa aveva richiesto pene tra i cinque anni e sette mesi e i due anni per i vari reati contestati a vario titolo.

Gli episodi contestati sono due ai danni di due differenti detenuti, uno di origine marocchina e uno italiano, avvenuti nel 2018 e nel 2020 nel carcere di Sollicciano. La Procura aveva fatto ricorso per chiedere il reato di tortura per l'episodio più recente durante il quale il detenuto, colpevole di aver risposto male a un agente, secondo la ricostruzione della procura, sarebbe stato picchiato da almeno sette persone con pugni e calci fino a impedirgli di respirare, poi in due gli sarebbero saliti sulla schiena e lo avrebbero ammanettato. All'uomo vennero lesionate due costole e poi lasciato nudo in cela di isolamento.

Per l'accusa, l'ispettrice era l'istigatrice dei pestaggi tanto da permettere di usare il suo ufficio come luogo di violenze per punire e umiliare i detenuti. Non solo, stando all'accusa, avrebbe anche redatto relazioni false per coprire i pestaggi. Per questo, quando il caso venne alla luce, cinque anni fa, fu anche arrestata.

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