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Covid 19
16 Aprile 2020
14:27

Perché Fontana non può riaprire la Lombardia senza il consenso del governo

Non lo consente l’ultimo decreto, che invece permettere agli amministratori locali di prendere misure più restrittive. Ma soprattutto, l’idea di Fontana suona come una sanatoria per tutte le imprese che operano già oggi, nonostante il lockdown, e che le prefetture non riescono a controllare. In un contesto in cui ci sono già un governo, una task force e un comitato tecnico-scientifico, il protagonismo degli enti locali è solo dannoso.
A cura di Vitalba Azzollini
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Il presidente della Lombardia, Attilio Fontana, ha chiesto al governo la riapertura delle attività produttive per il 4 di maggio, così rinfocolando le polemiche che hanno accompagnato l’adozione di provvedimenti sovrapposti, confusi e affastellati fra Stato e regioni sin dall’inizio dell’emergenza da Covid-19. Poi ha fatto una sorta di retromarcia, ma intanto ha acceso la miccia.

Sembrava che l’ultimo decreto-legge (n. 19/2020) avesse messo ordine tra le diverse competenze, centralizzando le decisioni  in capo alla Presidenza del Consiglio, con appositi Dpcm. Eccezioni alla centralizzazione, per l’adozione di misure più restrittive rispetto a quelle dei Dpcm, sono state previste a favore del ministro della Salute, in casi di “estrema necessità e urgenza”; nonché a favore delle regioni, in ipotesi tassativamente indicate, “in relazione a specifiche situazioni sopravvenute di aggravamento del rischio sanitario verificatesi nel loro territorio o in una parte di esso”, “senza incisione sulle attività produttive e su quelle di rilevanza strategica”, e solo nelle more dell’adozione di un Dpcm, cioè con efficacia limitata fino a tale momento. I fatti stanno dimostrando che il sistema di coordinamento delineato non regge. Il protagonismo di amministratori locali, che non osservano i limiti posti dalla legge ai loro poteri di ordinanza, con conseguente intasamento giudiziario per le relative impugnative, sta dando origine a un’aggrovigliata matassa di regole che si traduce nell’assenza di certezza del diritto per individui e imprese.

Le polemiche che oggi accompagnano la richiesta di Fontana fanno seguito a quelle sul rimpallo di responsabilità tra quest’ultimo e Conte circa la mancata istituzione di “zone rosse” per i comuni di Alzano e Nembro: di fatto, la regione Lombardia e le altre non sono mai state esautorate del potere di adottare ordinanze contingibili e urgenti in casi di aggravamento sanitario nelle aree di competenza. Ma polemiche avevano altresì riguardato la scelta di Fontana di disporre per la Lombardia misure più restrittive di quelle previste da Dpcm per il resto d’Italia: ad esempio, imporre l’uso di mascherine o di “qualunque altro indumento a copertura di naso e bocca” quando “ci si rechi fuori dall’abitazione”; o non riaprire librerie e altre attività esercitabili nel resto del Paese. Dunque, mentre fino a qualche giorno fa Fontana optava per un più stringente e risoluto rigore, ieri con un repentino dietro-front ha chiesto, in poche parole, di riaprire la regione al momento più martoriata dal Covid-19. È vero che tale richiesta è stata accompagnata dalla precisazione della necessità di rispettare “quattro D”: distanza (un metro di sicurezza), dispositivi (di protezione individuale), digitalizzazione (smart working ove possibile) e diagnosi (cioè test). Ma l’incoerenza delle posizioni assunte da Fontana è evidente.

Innanzitutto, in punto di diritto, va rilevato che, laddove egli volesse agire in maniera autonoma rispetto alle decisioni assunte dal presidente del Consiglio e facesse ripartire attività economiche che altrove restano chiuse, correrebbe il rischio di vedersi impugnare la propria ordinanza. Infatti, come detto sopra, il presidente di una regione può solo adottare misure più restrittive, in caso di aggravamento della situazione nei propri territori, per un periodo limitato, cioè fino al successivo Dpcm, e senza incidere su attività produttive. Pertanto, un’ordinanza di riapertura non sarebbe legittima, dati i paletti posti dalla legge all’autonomia decisionale di chi guida una regione, per il contenimento del contagio da Covid-19. Ma forse il presidente della Lombardia sa bene che la scelta di riavviare le attività spetta al governo centrale: pertanto, chiedendo le riaperture, senza un piano preciso che non siano le “quattro D” sommariamente declinate, egli vuole solo assecondare tutti coloro che pretendono il riavvio delle imprese a causa della grave crisi economica in atto. Così, se tutto andasse bene, Fontana si prenderebbe il merito dell’iniziativa; mentre, nel caso in cui qualcosa andasse storto, egli sarebbe comunque esentato da colpe, dato che la responsabilità della decisione sarebbe comunque di Conte.

Va ancora rilevato che il presidente del Consiglio, da ultimo con il Dpcm del 10 aprile scorso, ha sospeso le attività produttive industriali e commerciali non espressamente consentite, ma ha permesso che continuino a operare quelle “funzionali ad assicurare la continuità delle filiere delle attività” consentite, previa comunicazione al Prefetto, il quale può sospenderle qualora esse non rispettino le condizioni di cui alle regole vigenti. Ebbene, le Prefetture sono subissate da  richieste di aperture “in deroga” e non riescono a esaminare tutte le domande né a svolgere i relativi controlli. Tant’è che il ministero dell’Interno, con circolare del 14 aprile scorso, ha invitato a un’accelerazione delle verifiche, considerato il “notevole divario tra il dato delle comunicazioni trasmesse alle Prefetture e quello delle relative attività istruttorie”. Dunque, vi sono imprese che oggi sono funzionanti, ma potrebbero rientrare tra quelle che devono restare chiuse: la riapertura chiesta di Fontana sarebbe una sorta di “sanatoria”. 

Infine, va rammentato che, per il passaggio dalla fase 1 alla fase 2, il governo si avvale di molti gruppi di esperti (comitato tecnico scientifico presso il dipartimento della Protezione civile; gruppo multidisciplinare per soluzioni tecnologiche data-driven per la gestione dell’emergenza sanitaria, economica e sociale; task force guidata da Vittorio Colao; tavolo tecnico per mettere a punto il piano per l’istruzione ecc.). A queste centinaia di persone – le cui valutazioni andranno raccordate all’interno degli stessi gruppi di lavoro e poi tra i diversi gruppi – si aggiunge la politica, cioè i componenti della maggioranza di governo e delle opposizioni spesso in contrasto tra di loro, e gli amministratori locali che pretendono di interferire in base a personali istanze di protagonismo, scarsa coerenza o necessità di “pararsi”. Fontana eviti almeno di creare confusione ulteriore.

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