Saman Abbas è stata (probabilmente) uccisa dai suoi familiari per il fatto di aver scelto una vita diversa – più libera – rispetto a quella che loro volevano imporle. Un femminicidio efferato concepito all'interno del contesto familiare, che deve interpellare le coscienze della società civile tutta, ma in particolare della comunità islamica pakistana, perché è in quel contesto che è stata decretata la condanna a morte di un'innocente.

Secondo gli inquirenti che stanno indagando sul caso, i genitori di Saman Abbas di concerto con lo zio e i cugini, avrebbero ordito l'assassinio della ragazza in quanto lei rifiutava i codici culturali abbracciati dalla famiglia. Da un po' di tempo Saman aveva infatti smesso di indossare il velo, si truccava, voleva integrarsi alle sue coetanee laiche e, cosa peggiore di tutte, rifiutava di sposare l'uomo che i genitori avevano scelto per lei. Insomma, agli occhi dei familiari, Saman non era più una vera musulmana: lei, che aveva osato ribellarsi alla volontà maschile impostale dall'alto.

Omicidio Saman, presidente UCOII: "Ci costituiremo parte civile nel processo"

Giovedì 10 giugno il Presidente UCOII Yassine Lafram, dopo aver preso una posizione nettissima contro la pratica dei matrimoni forzati definendoli contrari all'Islam, ha dichiarato che l'Unione delle Comunità e Organizzazioni Islamiche d'Italia si costituirà parte civile nel processo su questo caso. "Come in altri processi anche per il caso di Saman ci costituiremo come parte civile". Ha dichiarato Lafram all'ANSA.

Omicidio Saman: la fatwa dell'Unione delle Comunità Islamiche d'Italia

La motivazione religiosa di questa tragedia, pur in uno Stato laico come l'Italia (o che almeno dovrebbe esser tale), ha giustamente interpellato le comunità islamiche presenti sul nostro territorio, che si sono espresse sulla vicenda tramite la voce del  presidente UCOII (Unione delle Comunità e Organizzazioni Islamiche d'Italia) Yassine Lafram. Una condanna ferma, netta, che non vuole lasciar spazio ad alcun genere di fraintendimento, quella che arriva da Lafram, che negli scorsi giorni ha lanciato una fatwa sull'illiceità dei matrimoni forzati nell'Islam di concerto con la Commissione per la Fatwa dell'Associazione Italiana degli Imam e delle Guide Religiose. Nella cultura musulmana, la fatwa è un parere religioso di natura shariitica (giuridica) che non ha tuttavia effetti necessariamente vincolanti. Tradotto dall'arabo il termine significa "novità", "chiarificazione", "spiegazione".

Si legge nella fatwa: "Nessun tipo di imposizione può essere usata in fatto di matrimonio e i contratti di matrimonio forzati non hanno alcuna validità". Si precisa poco dopo: "Ciò non toglie il diritto dei genitori di esprimere pareri e consigli non vincolanti nelle decisioni di matrimonio dei loro figli e figlie, al fine di rendere le relazioni delle famiglie più stabili e durature".

Nel comunicato vengono poi ripresi diversi passi del Corano e della Sira (tradizione del Profeta Maometto) che vanno nella direzione della libertà di scelta delle donne in materia di matrimonio. Un segnale forte, che dimostra la reattività della comunità islamica italiana di fronte a questi temi, nonché la sua volontà di interrogarsi e di fornirsi risposte nel contesto e tramite i linguaggi della fede. Questi ultimi non hanno, ovviamente, alcuna rilevanza da un punto di vista giuridico. Il loro unico valore è spirituale, proprio come le indicazioni di un prete ad un credente cattolico. Eppure, parte della politica italiana – in particolare la leader di Fratelli d'Italia Giorgia Meloni – ha aspramente criticato la presa di posizione dell'UCOII, identificando nello strumento "fatwa" una possibile minaccia all'ordinamento giuridico italiano. Ma è davvero così?

Abbiamo posto alcune domande a Yassine Lafram per comprendere meglio il contenuto della fatwa emanata dall'UCOII e in generale la posizione della comunità islamica italiana in merito a questa triste vicenda.

Yassine Lafram, presidente UCOII
in foto: Yassine Lafram, presidente UCOII

Yassine Lafram, in qualità di cittadino italiano come commenta l’omicidio di Saman Abbas da parte dei familiari per motivi religiosi?

Si tratta di un atto tribale che non può trovare alcuna giustificazione religiosa. Un femminicidio vero e proprio, che tenta di prendere una veste religiosa senza riuscirci, dettato da un contesto patriarcale, e dalla cultura del possesso maschile sulle donne, che è trasversale a tutte le culture.

In qualità di presidente UCOII ha lanciato una fatwa sull’illiceità dei matrimoni forzati nell’Islam. Ci può spiegare il contenuto della fatwa?

La fatwa sostanzialmente afferma, senza ambiguità, che nessun tipo di imposizione può essere usata in fatto di matrimonio e che i contratti di matrimonio forzati non hanno alcuna validità anche religiosamente. Pertanto, una relazione matrimoniale deve basarsi necessariamente su un pieno consenso libero e volontario, senza coercizione o costrizione.

Che segnale ha voluto dare tramite questa fatwa?

Fare chiarezza. Perché la fatwa è un parere religioso, un responso per intenderci meglio, che elimina possibili dubbi interpretativi, dando indicazione chiara nella dimensione morale e chi la viola, non solo commette un reato, ma anche un peccato.

E’ in contatto con la comunità islamica di Reggio-Emilia e Novellara?

Siamo in contatto con la comunità locale, che da anni è impegnata nel dialogo interculturale e interreligioso. Il caso di Saman impegna la comunità ad essere sempre più attenta e vigile rispetto a certe situazioni di disagio sociale o familiare nel proprio contesto.

Il fratello minore di Saman Abbas ha dichiarato che il Corano prevede il barbaro martirio delle donne che smettono di essere musulmane, che “devono essere sepolte vive con solo la testa fuori e poi lapidate”. Ma c’è questo passo nel Corano?

Assolutamente no. E questa affermazione ci fa riflettere su quanto ci sia ancora da lavorare sulla concezione della donna in alcuni contesti familiari, anche se circoscritti. Abbiamo forte esigenza che le istituzioni mettano le comunità locali e i loro centri di aggregazione nelle condizioni di poter lavorare in maniera ancor più incisiva per un'inclusione sempre più necessaria.

Una parte della politica italiana (in particolare la destra di Giorgia Meloni) ha aspramente criticato la presa di posizione dell’UCOII su questa vicenda, definendo la fatwa come un oltraggio al principio di laicità. Come risponde?

La fatwa non vuole e non può sostituirsi alla nostra Costituzione e/o al nostro ordinamento giuridico italiano, anzi, l’intento è quello di avvalorare anche dal punto di vista morale e religioso i principi del diritto italiano.