Oltre 100 protesi al pene coi soldi dello Stato, costano oltre 8mila euro: cinque medici indagati ad Agrigento

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immagine di repertorio
Cinque medici, tra cui alcuni primari, sono indagati ad Agrigento per presunte irregolarità in oltre 100 impianti di protesi al pene pagati dal Servizio sanitario nazionale a pazienti che non avrebbero avuto diritto alla copertura pubblica. I Nas hanno sequestrato 112 cartelle cliniche: gli interventi sarebbero passati da 9 nel 2021 a 44 nel 2023.

All'ospedale San Giovanni di Dio di Agrigento sono state impiantate oltre 100 protesi al pene con costi a carico del Servizio sanitario nazionale, anche per pazienti che, secondo l'ipotesi investigativa, non avrebbero avuto i requisiti per ottenere gratuitamente gli interventi. È il caso al centro di un'inchiesta della Procura girgentana, che vede cinque medici iscritti nel registro degli indagati, tra cui tre primari secondo le ricostruzioni pubblicate dalla stampa locale. Le ipotesi di reato comprendono, a vario titolo, associazione per delinquere, peculato e falso commesso da pubblico ufficiale.

L'indagine riguarda 112 cartelle cliniche relative a interventi eseguiti tra il 2018 e il 2024, sequestrate dai carabinieri del Nas di Palermo nel luglio 2025. L'attenzione degli investigatori si concentra sulla presunta erogazione di prestazioni gratuite a pazienti che, appunto, non avrebbero avuto diritto alla copertura pubblica. A far emergere i primi sospetti sarebbe stata l'Azienda sanitaria provinciale di Agrigento, insospettita dall'elevato numero di pazienti arrivati anche da fuori regione per sottoporsi agli interventi, dopo aver conosciuto la possibilità di accedervi attraverso sponsorizzazioni sui social network.

Le verifiche dell'Asp hanno portato ad approfondimenti da parte dell'assessorato regionale alla Salute e, successivamente, all'intervento dei Nas. La documentazione acquisita dagli investigatori dovrà consentire di verificare le indicazioni cliniche dei pazienti, le autorizzazioni e le modalità con cui le operazioni sono state registrate e finanziate.

Un elemento che ha attirato l'attenzione è l'aumento del numero delle operazioni nel corso degli anni. Secondo i dati riportati dalla stampa locale, le cartelle sequestrate comprendono 3 operazioni nel 2018, 7 nel 2019, 8 nel 2020, 9 nel 2021, 22 nel 2022, 44 nel 2023 e 19 nel 2024. Il picco si registra dunque nel 2023, quando gli interventi sarebbero stati quasi il doppio rispetto all'anno precedente. La distribuzione temporale, da sola, non dimostra però l'esistenza di irregolarità: sarà necessario verificare le singole pratiche.

La questione riguarda anche le regole che disciplinano la copertura delle protesi al pene con fondi pubblici. Questi dispositivi nono sono erogati automaticamente dal Servizio sanitario nazionale per qualsiasi esigenza: la copertura dipende dalle indicazioni cliniche e dalle condizioni previste dalla normativa. In presenza di specifiche patologie, per esempio dopo interventi oncologici, la prestazione può rientrare nei percorsi assistenziali pubblici. Negli altri casi, se mancano i requisiti per la copertura, il costo può ricadere sul paziente. Il prezzo di una protesi può superare gli 8mila euro, ma questa cifra non permette da sola di quantificare il presunto danno economico: occorre distinguere il costo del dispositivo da quello dell'intervento e verificare quali prestazioni siano state effettivamente addebitate al sistema sanitario.

La vicenda, va ricordato, era stata preceduta anche da un approfondimento giornalistico pubblicato nell'agosto 2025 da Report Sicilia, dedicato alla presenza di un'équipe esterna nella struttura e alle autorizzazioni necessarie per la sua attività. Tra i nomi citati nell'articolo figuravano il professor Gabriele Antonini e il primario di Urologia Michele Ruoppolo. Gli aspetti amministrativi descritti in quell'occasione non costituiscono, di per sé, una prova di responsabilità penali.

Secondo quanto riportato dalla stampa locale, tra i cinque medici indagati ci sarebbe anche un sanitario già licenziato dall'Asp, che avrebbe contestato il provvedimento. Non è tuttavia chiaro se il licenziamento sia direttamente collegato all'inchiesta sulle protesi. Resta da chiarire anche l'eventuale ammontare del danno economico per la sanità pubblica: al momento, sulla base delle informazioni disponibili, non è possibile indicare una cifra complessiva accertata.

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