a cura di Antonio Musella e Sandro Di Domenico

A 25 anni dalla scomparsa del capitano Natale De Grazia si riaccende un barlume di speranza nella ricerca della verità sulla morte dell’ufficiale della capitaneria di Reggio Calabria che indagava sui traffici internazionali via mare. Dopo la pubblicazione lo scorso anno dell'inchiesta di Fanpage.it, che attraverso quattro testimonianze inedite apriva nuovi scenari non soltanto sulle circostanze della morte ma anche sulla natura della missione affidata a De Grazia, il Ministro dell'Ambiente Sergio Costa aveva deciso di stanziare 1 milione di euro per la riapertura delle indagini sulle ultime ore di vita del capitano. E le nuove indagini sono ufficialmente ripartite da pochi mesi affidate alla Procura della Repubblica di Catanzaro. Deceduto per "morte naturale dell'adulto", come recita la scarna relazione dell’autopsia, a causa di un malore accusato dopo cena, in autostrada, all'altezza di Mercato San Severino (Sa). Durante il suo ultimo incarico De Grazia era stato distaccato presso la Procura di Reggio Calabria, in servizio nel pool coordinato dall'allora pm Francesco Neri sulle cosiddette "navi dei veleni", con particolare attenzione al traffico di materiale nucleare e al traffico di rifiuti. Agli investigatori spetta dunque il difficile compito di riavvolgere il nastro di uno dei misteri d'Italia che attende dal 1995 una soluzione, per provare a svelare almeno una parte della verità sulla morte del capitano De Grazia e sui risultati scottanti, per cui si era detto preoccupato alla moglie e al cognato, di quelle indagini.

Riaperte le indagini: com'è morto davvero Natale De Grazia?

La prima risposta che i nuovi investigatori dovranno trovare è legata alla circostanza della morte di De Grazia. Le due commissioni parlamentari d'inchiesta sul ciclo dei rifiuti, presiedute da Gaetano Pecorella e Alessandro Bratti, che si sono occupate della vicenda hanno acquisito una mole enorme di materiali. L'inchiesta di Fanpage.it di un anno fa è partita proprio da quelle carte, molte delle quali conservate nell'archivio storico della Camera dei Deputati. Il certificato di morte del capitano parla di "morte improvvisa dell'adulto" e i due Carabinieri che erano con lui, Domenico Scimone e Niccolò Moschitta, riferiscono di un malore in autostrada subito dopo aver fatto una sosta al ristorante "Da Mario" a Campagna (Sa). L'autopsia di De Grazia, effettuata dalla dottoressa Simona Del Vecchio, successivamente condannata in appello a 2 anni e 11 mesi per aver firmato oltre 40 "autopsie fantasma", fu effettuata senza macchina fotografica e in maniera superficiale. Il perito di parte della famiglia De Grazia, il dottor Alessio Asmundo, scattò invece delle foto durante la seconda autopsia che Fanpage.it ha mostrato: risultano evidenti segni di bruciature sotto le ascelle del capitano, il volto tumefatto, il naso gonfio come se fosse rotto. Circostanze che hanno portato il cognato di De Grazia, Francesco Postorino, a parlare di "segni di tortura" sul corpo del capitano. Bruciature, echimosi e segni strani che i due carabinieri Scimone e Moschitta giustificarono, si legge nei verbali agli atti delle commissioni d'inchiesta, come causate da un tentativo di rianimare il corpo di De Grazia effettuato spostando il corpo del capitano a pancia sotto sul guard rail dell'autostrada e premendogli il torace. Un tentativo di rianimazione alquanto singolare e che difficilmente può essere ricondotto all'addestramento impartito agli appartenenti alle forze dell'ordine. Ci siamo recati per primi, dopo la bellezza di 24 anni, al ristorante "Da Mario" gestito da Desiderio D'Ambrosio, dove gli accompagnatori di De Grazia riferirono alle autorità di aver fatto una sosta per cena. Ebbene in due decenni e mezzo nessun inquirente aveva mai ascoltato il gestore del ristorante. Infine, siamo stati sul luogo del ritrovamento del corpo, la piazzola di sosta sull'autostrada Salerno – Reggio Calabria, a poche centinaia di metri dall'uscita di Mercato San Severino, dove furono chiamati i soccorsi dai due accompagnatori di De Grazia. Nessuno, in 25 anni, aveva svolto un sopralluogo sul posto. Quello che abbiamo scoperto è che la piazzola di sosta è facilmente raggiungibile da una stradina sottostante, da cui partono delle scale che portano direttamente sull'autostrada, il cui accesso è oggi chiuso da un semplice cancello. Una circostanza che si unisce a ciò che una fonte coperta, tra le più vicine al capitano De Grazia durante le indagini ha riferito a Fanpage.it: "L'ipotesi è che De Grazia si sia fatto accompagnare ad un appuntamento, lo abbiano sequestrato, torturato e ucciso, perché volevano sapere cosa sapesse, e lo abbiano fatto ritrovare ai due carabinieri sulla piazzola di sosta".

La verità sulle indagini del capitano: i traffici nucleari

Altro aspetto che le nuove indagini della Procura di Catanzaro dovranno accertare, è quale fosse il compito dell'ultima missione di Natale De Grazia. Dove stava andando e perché? Le nostre fonti parlano apertamente di un traffico di materiale nucleare pronto per essere riprocessato e di un'attività clandestina di alcuni siti nucleari italiani, che nel 1995 dovevano essere del tutto inattivi, al fine di implementare un traffico di contrabbando di uranio e plutonio con la complicità dei servizi segreti di diversi stati. La nostra inchiesta individuò la centrale nucleare di Bosco Marengo, in provincia di Alessandria, come la tappa finale dell'ultima missione di De Grazia. Lì dovevano esserci le prove che il pool di Reggio Calabria cercava rispetto al traffico internazionale di materiale nucleare che avveniva attraverso diverse navi che clandestinamente trasportavano barre di uranio pronto per essere arricchito e diventare plutonio, utile ai fini militari sia per armamenti che come combustibile. Per fare luce su questa vicenda, sono stati presi in esame tutti i documenti lasciati agli atti delle commissioni d'inchiesta e della magistratura, sulle quali evidentemente nessuno in questi 25 anni ha immaginato di andare fino in fondo. Una vicenda, quella delle indagini sulle "navi dei veleni" e la morte di De Grazia, caratterizzata anche da diversi tentativi di depistaggio, che probabilmente solo oggi possiamo definire tali. Dalla ricerca di "centinaia" di navi affondate nel Mediterraneo, alle ipotesi di navi del Kgb cariche di rifiuti, come la "Latvia", che le fonti vicine a De Grazia ci hanno confermato essere dei depistaggi a cui lo stesso capitano non credeva. Alcune delle navi entrate nella "black list" delle navi dei veleni, come la nave Anni affondata al largo di Rimini nel 1989, sono addirittura visitabili attraverso gite subacquee. Su altre invece aleggia ancora il mistero, come la motonave Rigel, affondata nel 1988 al largo di Capo Spartivento in Calabria, e senza dubbio, al centro delle indagini di De Grazia.

La ricerca della verità

Il Ministro dell'ambiente Sergio Costa, nell'annunciare lo stanziamento di 1 milione di euro ha annunciato che a Natale De Grazia sarà conferita la medaglia d'oro al valore ambientale. Un riconoscimento significativo, a 25 anni dalla scomparsa, ma soltanto la ripresa e il successo delle nuove indagini può dare vera consolazione ai familiari del capitano, ai suoi colleghi e amici e al comitato a lui intitolato, oltre a ristabilire una verità storica credibile sulla morte di De Grazia e sui delicati traffici su cui aveva messo le mani il pool di Reggio Calabria. Perché se dopo 25 anni, due processi, due commissioni parlamentari d'inchiesta, la verità resta un lontano miraggio, è lecito chiedersi se nel 1995 abbiano agito in Italia forze nazionale e internazionali per impedire che le indagini del pool di Reggio Calabria giungessero a conclusione, se ci sia stato l'intervento di apparati dello Stato, sia italiani che stranieri, per impedire che quelle indagini giungessero a conclusione. Se ci sia stato l'intervento di servizi segreti italiani o stranieri, per impedire a De Grazia di arrivare alle prove di un traffico illecito di enormi proporzioni, che avrebbe portato alla luce complicità inconfessabili tra Stati e apparati di sicurezza di diversi paesi.  Le fonti che abbiamo raccolto nel lavoro d'inchiesta, hanno riferito tutte di aver ricevuto negli anni ripetute minacce e intimidazioni, anonime, avvertendo come una presenza costante nelle loro vite che gli intimava di mantenere il silenzio e il più assoluto riserbo su una verità ormai sepolta. Ma solo rispondendo a questi interrogativi, e sgombrando il campo da questi fantasmi, i nuovi approfondimenti potranno dimostrare che la giustizia, anche dopo 25 anni, può arrivare fino in fondo. Dove il capitano De Grazia non è potuto mai arrivare.