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Riceviamo e pubblichiamo la lettera di Daniele De Stefano, un cittadino italiano residente in Lombardia che da giorni sta cercando di far tornare in Italia la moglie e il figlioletto di 15 mesi. Mamma e figlio, prima che scoppiasse l’emergenza coronavirus in Italia, erano partiti per la Colombia, Paese d’origine della donna, per far visita ai parenti. Da allora, nonostante i loro sforzi, non hanno ancora avuto la possibilità di far ritorno in Italia.

"Buongiorno sono Daniele De Stefano, mia moglie (cittadina colombiana residente in italiana) e mio figlio di 15 mesi cittadino italiano, il 20 febbraio, prima che scoppiasse l'emergenza coronavirus, sono partiti per la Colombia a far visita dopo tanto tempo al padre e nonno che vive in un paesino alle porte di Bogotà. Il 12 marzo ci saremmo dovuti incontrare a New York City dove vive mia cognata per poi tornate in Italia tutti insieme.

Questo era quanto programmato.

Già dal 21 febbraio la situazione in Lombardia (dove viviamo) è diventata critica e dopo il blocco da parte degli Stati Uniti per chi arrivava in Italia, decidiamo di cambiare il programma e che sarebbero tornati direttamente in Italia.

Quindi mia moglie chiama la compagnia aerea per cambiare la destinazione del volo, disponibilità solo il 5 aprile con scalo a Parigi, decide quindi senza altre opzioni quel volo.

Nel frattempo in Colombia iniziano ad arrivare i primi contagi e il presidente decide di sospendere per 30 giorni tutti i voli internazionali in partenza e in arrivo.

Ci attiviamo subito contattando l’ambasciata, la quale ci continua a rispondere con possibili voli a cifre astronomiche e partenze immediate per l' Europa ( Madrid-Amsterdam-Monaco-Parigi), senza però prevedere un volo che da questi Paesi ritornino in Italia, si limitano a dirci che dobbiamo contattare il consolato di questi paesi per vedere la situazione dei collegamenti con l'Italia.

Come si può intuire, un viaggio che oltre ad essere rischioso in quanto a possibili contagi, con un bambino di 15 mesi sarebbe una pazzia, in momento come questo dove tutta Europa è in lockdown.

Riproviamo a spiegare meglio la nostra situazione cioè mia moglie sola con un bambino di 15 mesi che deve ritornare in Italia dove vivono e dove li aspetta il marito all'ambasciata ma le loro risposte non cambiano.

Proviamo a chiamare, a rispondere un signore abbastanza maleducato che non da spiegazioni perché tutto scritto nel sito web.

A questo punto scrivo dall'Italia all'unità di crisi, (la quale pochi giorni fa ho visto in tv un'intervista al ministro Di Maio, il quale assicura che stanno lavorando per il rimpatrio dei cittadini in Italia) sono passati 10 giorni e ancora nessuna risposta.

A parte che se lavorare per il rimpatrio dei cittadini significa mettere a disposizione un aereo al giorno e vendere il biglietto a cifre astronomiche, e chi malgrado non ha questi soldi perché chiaramente il suo biglietto di ritorno lo aveva già acquistato, non mi sembra tanto un "rimpatrio". Magari in una situazione di emergenza si potrebbe gestire in un'altra maniera, nel senso prima fai tornare a casa i tuoi cittadini poi nel caso gli chiedi i soldi pero solo dopo che sono in Italia.

Tirando le somme io mi trovo lontano da mia moglie e mio figlio senza sapere quando tempo dovrà passare prima che li possa riabbracciare.

Ho deciso di scrivervi perché in questo momento ci sono tante persone nella mia stessa situazione e con la speranza che queste segnalazioni possano cambiare qualcosa.

P.S. Ho tutte le prove delle risposte dell'ambasciata e delle non risposte dell'unità di crisi".