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Opinioni
News sull'omicidio di Elena Del Pozzo a Catania
19 Giugno 2022
12:29

Martina Patti ha ucciso sua figlia Elena perché la odiava, non perché era pazza

Martina Patti continua a mentire su quanto accaduto il giorno dell’omicidio. E la morte di sua figlia non è altro che il risultato della sua lucida capacità di intendere e di volere.
Anna Vagli
criminologa
A cura di Anna Vagli
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News sull'omicidio di Elena Del Pozzo a Catania

Martina Patti ha ucciso con una ferocia inenarrabile la figlia Elena Del Pozzo. Più che l’inflazionato Medea preferisco utilizzare l’aggettivo mortale. Perché, quest’ultimo, affiancato alla parola madre, assume i connotati di un sanguinario ossimoro. Non si può scrivere di crudeltà umana in modo garantista. E neppure utilizzare la scusa che non sempre il male può essere spiegato. Non si tratta nemmeno di incentivare una morbosa caccia ai dettagli. Più di undici coltellate, qualcuno parla di quindici. Di queste, soltanto una mortale.

Quello che ha fatto Martina Patti è tanto terribile quanto agghiacciante. Ma ciò non significa che possiamo limitarci a chiudere le considerazioni su come sia possibile che una donna abbia agito in quel modo, o ricorrere ad una non-spiegazione, dicendo che è una madre Medea o semplicemente malvagia. Non vale neppure invocare la tanto ormai inflazionata perizia psichiatrica. Come se, questa, potesse servire da jolly salva assassina. Quel che appare certo affermare è che Martina non può essere considerata una madre priva di problematiche. Ha ucciso sua figlia con un’arma da punta e da taglio. Verosimilmente un coltello da cucina.

L’ha lasciata in stato agonico per chissà quanto tempo. Ha tradito il sangue del suo stesso sangue. E forse, stando ad alcune indiscrezioni, ha addirittura sepolto viva sua figlia. Tirando le fila, la Patti è da considerarsi un soggetto disturbato, ma completamente lucido. Una donna che non ha mai perso alcun contatto con la realtà e neppure rispetto a quello che stava facendo.

Perché Martina odiava sua figlia

Forse senza accorgersene si è ammalata nel tempo di rancore. Quello stesso sentimento che inevitabilmente l’ha spinta a massacrare fino ad uccidere Elena. Tutto per vendicarsi di quelli che, secondo lei, erano i torti e le umiliazioni subite. Una donna fredda e pienamente in grado di comprendere quello che stava facendo. Ha avuto diversi momenti e possibilità di distogliersi dal proprio intento. Dal momento in cui si è procurata una pala a quello in cui l’ha imbracciata per scavare una buca. Fino all’abbraccio rassicurante offertole dalla figlia all’uscita dall’asilo. Ma non lo ha fatto. Ha agito con odio e rabbia.

Un odio ed una rabbia che possono essere spiegati soltanto descrivendo quello che ormai rappresentava Elena: una semplice estensione dell’ex convivente Alessandro. E in quanto tale doveva essere eliminata. Proprio l’assenza di pregressi episodi psichiatrici porta ad avvalorare la tesi della piena capacità di intendere e di volere di Martina. Ragionando in termini clinici, la preordinazione non esclude a priori l’esistenza di una malattia mentale. Tuttavia, pur essendo vero che ogni caso è a sé stante, qui non si è trattato di lucida follia. Ma di lucida capacità di intendere e di volere. Ricostruzione, questa, avvalorata dal fatto che Martina ha insistito sulla versione del rapimento fino a quando i militari non le hanno fatto presente di aver acquisito i video delle telecamere di sorveglianza. Ma vi è di più. Chi indaga ha disposto alcuni accertamenti di matrice tossicologica. Gli investigatori, difatti, sono animati (forse) dalla speranza che l’assassina – perché solo così può appellarsi – abbia sedato la piccola Elena prima di massacrarla.

Purtroppo, considerate le ragioni sottese all’omicidio, ritengo poco plausibile questa ipotesi. La donna odiava profondamente la figlia e quello che lei ormai rappresentava. Elena aveva osato conservare buoni rapporti con il padre e, addirittura, anche con la sua nuova compagna. Quindi, la sua vita doveva essere sacrificata nel peggiore dei modi. Fino all’ultimo respiro.

In questo senso, è sicuramente rispondente ad un’ottica garantista la richiesta di perizia psichiatrica. Ma niente impedirà a Martina Patti di pagare con la più alta delle pene quanto commesso. Morire a cinque anni, con quelle modalità, è un’immedicabile violenza alla vita.

La scena del crimine: quel che sappiamo finora

Quanto alla scena del crimine, in termini di orrore commesso, cambia effettivamente poco stabilire se l’abbia ammazzata in casa o nei pressi della buca. Diverso è il ragionamento per quel che attiene la pulizia di sé stessa e degli ambienti. Anzitutto, non è verosimile – come sostiene l’indagata – che non si sia sporcata i vestiti di sangue. Sia per l’arma utilizzata, sia per la bloodstain pattern analysis, la scienza forense che studia la collocazione delle tracce ematiche sulla scena del crimine. Semplificando, il sangue è sempre scagliato dall’arma durante il movimento all’indietro. Dunque, quando infieriva sul corpicino, il sangue della piccola deve esserle inevitabilmente schizzato addosso.

Se veramente l’ha uccisa nell'abitazione, quindi, i RIS avranno sicuramente rilevato – nel corso del sopralluogo di sabato – un copioso imbrattamento ematico. Anche se è stata attuata una certosina attività di ripulitura, difatti, il luminol non lascia scampo. Di conseguenza, se così fosse, il motivo per il quale la donna sostiene di averla uccisa nel luogo del ritrovamento potrebbe essere la volontà di coprire tracce riconducibili ad eventuali complici che possano eventualmente averla aiutata in una successiva opera di ripulitura. Possibile? Non è a mio avviso da escludere. Pur, però, partendo da un presupposto: lei e solo lei ha cagionato la morte di sua figlia.

Vale la pena insistere su di un ultimo punto. In sede di interrogatorio di convalida, Martina Patti ha riempito la narrazione di tanti “non ricordo”. Per spiegare questa incongruenza, però, vale lo stesso principio del racconto sul presunto rapimento. Il ricordo non è una fotografia, ma solo quando ha a che fare con situazioni di routine. Le amnesie da shock, come già avevo evidenziato, possono sussistere. Ma non può verificarsi una selezione “all’ingresso” dei dettagli e dei particolari da spendere. O si ricorda o non si ricorda. Martina conserva perfettamente intatto il ricordo di ciò che ha fatto alla piccola Elena.

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Dottoressa Anna Vagli, giurista, criminologa forense, giornalista- pubblicista, esperta in psicologia investigativa, sopralluogo tecnico sulla scena del crimine e criminal profiling. Certificata come esperta in neuroscienze applicate presso l’Harvard University. Direttore scientifico master in criminologia in partnership con Studio Cataldi e Formazione Giuridica
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