“Ho un cancro al quarto stadio. Il 29 giugno scorso sono stato licenziato in piena emergenza Covid dall’hotel dove lavoravo come portiere. Motivazione? Il superamento del periodo limite di assenza per malattia”.  La storia di Adriano (nome di fantasia), 52 anni, residente a Roma, è simile a quella di tanti “lavoratori fragili” che negli ultimi mesi hanno perso il lavoro o rischiano di perderlo. L’articolo 26 comma 2 del Decreto Cura Italia, emanato il 17 marzo scorso, prevedeva la tutela dei dipendenti pubblici e privati in possesso di disabilità con connotazione di gravità  o considerati “fragili”, ovvero in possesso di certificazione medica attestante una condizione di alto rischio nell’esposizione al Covid a causa di immunodepressione, patologie oncologiche o svolgimento di relative terapie salvavita. L’articolo 26 disponeva infatti che l’assenza dal lavoro di questi soggetti sarebbe stata equiparata al ricovero ospedaliero. E, fin qui, nulla di strano. Il problema per tanti “lavoratori fragili” è stata la libera interpretazione che alcuni datori di lavori hanno dato della dicitura “ricovero ospedaliero”.

Adriano, licenziato nonostante le tutele del Decreto Cura Italia

Sul sito del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali era stato scritto chiaramente che l’assenza di queste persone non sarebbe stata inclusa nel “periodo di comporto” (ovvero il periodo di assenza per malattia stabilito dai contratti collettivi, superato il quale il lavoratore, per non essere licenziato, deve usare le ferie o l’aspettativa non retribuita). Peccato che questo aspetto non fosse specificato nel testo dell'articolo 26 comma 2. Alcune aziende, sia nel privato, sia nel pubblico, hanno contato il “ricovero ospedaliero” nel periodo di comporto come da contratto, provvedendo poi a licenziare i propri dipendenti. “Ero in malattia dal gennaio scorso a causa dei forti effetti collaterali della terapia. Poi da marzo sono stato tutelato dal codice V07 e dalla certificazione Asl che mi faceva rientrare nell'articolo 26 comma 2, poiché, nella mia situazione, rientrare al lavoro con il rischio Covid sarebbe stato pericolosissimo”, racconta Adriano a Fanpage.it. “Non curandosi delle norme che mi tutelavano, il mio datore di lavoro mi ha licenziato il giorno seguente lo scadere del mio periodo di comporto. A quel punto, ho protestato, dicendogli che mi rendevo disponibile a mostrare i certificati medici e, nel caso questi fossero stati ignorati, a impugnare il licenziamento. Non ho ricevuto nessuna risposta”.

Christian, malato di Sclerosi Multipla: "Ho finito malattia e ferie. Mi rimane solo l'aspettativa non retribuita"

Ma, oltre al dramma dei licenziamenti, nel corso degli scorsi mesi sono sorti tanti altri problemi per molti lavoratori affetti da malattie autoimmuni e disabilità. Il Decreto Rilancio del 19 maggio scorso ha prorogato l’articolo 26 fino al 31 luglio ma, con la pubblicazione del Decreto Agosto, le tutele non sono state rinnovate e i “fragili” completamente dimenticati. Anche i lavoratori le cui aziende non avevano contato l’assenza dei mesi passati nel periodo di comporto si sono trovati in seria difficoltà.
“Sono a casa da marzo e, mentre all’inizio ero tutelato dall’articolo 26, quando c’è stato il buco normativo ho dovuto sfruttare ferie e permessi poiché avevo precedentemente esaurito i 180 giorni di comporto”, racconta a Fanpage.it Christian, 32enne di Perugia affetto da Sclerosi Multipla e dipendente in un supermercato. “La prossima settimana però terminerò le ferie e ho solo due alternative: tornare al lavoro e rischiare la mia salute, o prendere l'aspettativa non retribuita. Non posso neanche usufruire del congedo per cure mediche perché dovrei avere la prescrizione di un medico della Asl e io, al momento, svolgo una terapia a casa”.

Barbara e Daniela, affette da patologie autoimmuni: "Per chi non può fare smart working non ci sono tutele"

A seguito delle numerose proteste dei “lavoratori fragili”, finalmente il 13 ottobre scorso, con la conversione del DL Agosto nella Legge 126, le tutele tanto agognate sono state rinnovate  fino al 15 ottobre (con retroattività a partire dal primo agosto). Alcuni di questi lavoratori potranno così recuperare i giorni di malattia utilizzati da agosto a ottobre. Tuttavia, dal 16 ottobre scorso fino al prossimo 31 dicembre, l’equiparazione tra malattia e ricovero ospedaliero è prevista solo per i lavoratori pubblici e molti altri si ritroveranno nuovamente nei guai. Non è finita qui: la Legge del 13 ottobre dice che le aziende sono tenute a far svolgere ai dipendenti immunodepressi o affetti da disabilità il loro lavoro in smart working, anche ricoprendo una diversa mansione, oppure a fargli frequentare corsi di formazione professionale da remoto. Le mansioni di molti dipendenti, tuttavia, non sono compatibili con lo smart working e l’azienda gli nega l’autorizzazione.

“Sono infermiera in ambulatorio di otorino. Ad agosto, quando c’è stato il vuoto normativo, ho usato le ferie. A settembre sono rientrata al lavoro ma, con il risalire dei contagi, mi sono dovuta rimettere di nuovo in malattia. Ho già chiesto più volte il permesso per lo smart working alla direzione, anche chiedendo un cambio di mansione. Hanno respinto la mia richiesta”, racconta a Fanpage.it Barbara, 54enne di Asti reduce da un recente infarto e affetta da idrosadenite supporativa, una rara patologia su base autoimmune.

La richiesta di lavoro da remoto è stata negata anche a Daniela, insegnante 37enne di Firenze, affetta dalla sindrome di Sjögren, una malattia infiammatoria cronica autoimmune che può attaccare diversi organi e il sistema nervoso centrale: “Insegnando alle elementari, dovrei svolgere la didattica in presenza ma chiaramente, data la mia condizione, sarebbe troppo rischioso. Per curarmi, faccio periodicamente dei cicli chemioterapici. Da settembre sono in malattia d’ufficio (una sorta di infortunio pagato dall’Inail). In questo momento la mia classe è in quarantena perciò ho chiesto di poter essere reintegrata nel servizio svolgendo la didattica a distanza oppure di poter essere assegnata a qualche altra mansione da remoto. Niente da fare: la scuola me l’ha negato”.

L'emendamento sui "lavoratori fragili" rischia di saltare per la mancanza di coperture

Nei giorni scorsi, alcuni parlamentari dei partiti di maggioranza, tra cui Lorenzo Fioramonti e Susy Matrisciano, la presidente della commissione Lavoro di palazzo Madama, hanno presentato in Senato un emendamento al Decreto Legge Ristori Bis per tutelare i "lavoratori fragili".  Il testo aggiunge all'articolo 26 di marzo alcune importanti precisazioni che non erano state fatte.  Se questo emendamento dovesse passare, i dipendenti in questione, sia pubblici sia privati, potranno stare a casa dal lavoro senza che l'assenza venga più conteggiata nel comporto. I giorni passati a casa verranno equiparati alla degenza ospedaliera con stipendio a carico dell'Inps. Non si risolve, tuttavia, il problema di coloro che non hanno la possibilità di fare smart working.
L’emendamento, che porta la firma di tutti i partiti della maggioranza, richiederebbe 337,1 milioni di euro per il 2020 e 150 per il 2021. E proprio per la mancanza di queste coperture, corre il rischio di non ottenere l'approvazione dell'Aula.