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backstair / Shalom, la comunità degli orrori

Madri divise dai figli, sberle e punizioni: 50 nuovi testimoni delle violenze nella comunità Shalom

Decine e decine di segnalazioni in queste ore sono arrivate alla redazione di Fanpage.it, che raccontano ancora di maltrattamenti, madri divise dai figli, violenze fisiche e psicologiche dentro la comunità Shalom di Palazzolo sull’Oglio in provincia di Brescia.
A cura di Backstair
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Circa 50 nuove testimonianze sono arrivate in queste ore alla redazione di Fanpage.it dopo la pubblicazione dell’inchiesta del team investigativo Backstair sulla comunità Shalom in provincia di Brescia. Un fiume in piena di segnalazioni di ex ospiti che hanno deciso di farsi avanti e raccontare la loro verità: maltrattamenti, madri divise dai figli e mandate in punizione, persone allontanate dalla comunità e violenze fisiche e psicologiche.

In questo articolo sono selezionate alcune delle storie più significative, di cui non riveleremo i nomi dei protagonisti per proteggere la loro identità, ma abbiamo potuto verificare la loro effettiva permanenza all’interno della comunità di Suor Rosalina Ravasio dal registro di accesso dentro la struttura di cui siamo in possesso.

Le punizioni

Marco, nome di fantasia, è entrato alla Shalom nel 2021 per una grave condizione di depressione ed è uscito nell’autunno dell’anno successivo. “Sono scappato, alla fine, come fanno tanti. Ho subito violenze e ho visto altri ragazzi subire situazioni ancora più pesanti. Cose che non dovrebbero succedere in una comunità”. Nella sezione maschile della comunità, ci spiega Marco, “la situazione è molto più pesante di quello che si vede nella sezione femminile. Ma se non ci vivi dentro, fai molta fatica a renderti conto di quello che succede lì dentro”. La vita quotidiana secondo il suo racconto sarebbe scandita da “cose assurde e inumane, dagli obblighi che avevamo, dallo stato di vessazione continua, intimidazioni, mancanza di rispetto e violenza da parte di chi gestiva la struttura, cioè i vecchi, persone in terapia, non veri operatori”, continua Marco. Oltre agli psicofarmaci e a diversi pestaggi, a cui avrebbe assistito “ho visto violenze su persone con problemi psichiatrici, violenze disumane su persone che non erano capaci di intendere e di volere”. Marco confermerebbe le punizioni che abbiamo fatto vedere nella nostra inchiesta: “Sono stato un mese in punizione alla legna”.

Gli episodi dell’inchiesta

"Due anni di carcere"

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Marta è stata in comunità dieci anni prima di Marco, dal 2009 al 2011, ma quello che ci racconta non si discosta molto dalla testimonianza dell’altro ex ospite. Aveva 17 anni quando è entrata. Arriva alla Shalom per problemi comportamentali e, su disposizione del tribunale dei minori, avrebbe dovuto passare lì due anni. Marta fa le notti in laboratorio: “Giorno e notte, senza dormire, tutto il tempo”. Oltre alle punizioni, Marta sembra confermare le condizioni di degrado di cui ci avevano parlato anche tutti gli altri ex ospiti che Fanpage.it è riuscita a contattare: “Abbiamo mangiato cibo con la muffa, scadute da anni, regalato alla comunità in occasione delle festività”. Secondo la ex ospite, i controlli dentro la comunità non c’erano: “No, non ho mai visto la Asl entrare lì dentro. Gli unici ‘controlli’ erano quelli dei carabinieri, che però entravano per le persone che stavano scontando delle pene alternative”. Allo scadere dei due anni, Marta e la madre vanno a colloquio con la suora: “Quando le dico che voglio andare via, perché i due anni erano scaduti, lei inizia a insultarmi, ci dà delle puttane e ci dice di andare via. Mia madre, alterata, le risponde a tono e a quel punto Suor Rosalina le tira una sberla. Mia madre le dice che se si fosse azzardata un’altra volta, l’avrebbe denunciata e lei ci strattona e ci spinge verso l’auto”. Durante le indagini che la Procura di Brescia ha condotto per appurare i maltrattamenti dentro la comunità, Marta è stata chiamata dai carabinieri: “Mi hanno fatto vedere l’album delle foto delle persone, per riconoscere le persone che facevano violenza dentro”. Marta non ha denunciato la comunità: “È stato come aver trascorso due anni in carcere. Quando esci sei in un mondo che non è tuo: io avevo paura. Quando ho incontrato di nuovo alcuni degli ex ragazzi, abbiamo deciso di andare a testimoniare, costituendoci parte civile. Io ho testimoniato, poi però hanno dato ragione alla suora”.

Il potere dei "vecchi"

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L’esito del processo ha condizionato molti ex ospiti, che dopo l'assoluzione dei 42 imputati non se la sarebbero più sentita di denunciare. Come Fabio, arrivato alla comunità di Suor Rosalina a 16 anni, dal maggio del 2021 fino alla fine del 2022, per problemi comportamentali: “Vedendo come era andata a finire con tutte le altre denunce e sapendo che alle spalle ha tante persone potenti, ho avuto paura di denunciare”. L’inchiesta di Backstair, però, ha dato coraggio a tanti ex ospiti che oggi vogliono parlare: “Adesso che sta uscendo quello che succede davvero lì, è il momento di uscire tutti allo scoperto”. Fabio con la sua testimonianza conferma quello che abbiamo raccontato rispetto all’utilizzo degli ospiti al posto di veri e propri operatori socio sanitari: “Mi hanno fatto distribuire i farmaci appena sono entrato anche se ero ancora minorenne. Davano dosi massicce di farmaci, cifre da duecento gocce al giorno, a persone che non erano in grado di reggerle, che erano costantemente sedate e quando si svegliavano le risedavano di nuovo”, racconta ancora Fabio, che oltre all’abuso di psicofarmaci avrebbe assistito anche alla violenza delle punizioni: “Da noi c’erano punizioni ancora peggiori di quelle delle ragazze. Ci facevano portare un rullo, c’erano ragazzi che io vedevo per terra con il rullo in mano che strisciavano”. Fabio si concentra sul ruolo dei vecchi: “Gli ex tossicodipendenti che gestiscono la comunità sono potenti, fanno quello che vogliono, scappano dalla comunità di notte per andarsi a ubriacare. Loro ti minacciano e ti tolgono tutto, la parola, la libertà e ti tagliano i capelli a zero, ti dicono che devi fare quello che dicono loro”. Anche Fabio sarebbe andato via dalla comunità scappando, e la sua storia testimonia quello che in tanti ci hanno raccontato, e cioè che, dopo la fuga, diversi vecchi della comunità inizierebbero a cercare i ragazzi per riportarli indietro. “Raggiunti i 18 anni sono scappato, avevo già deciso come farlo: ho preso le chiavi, ho aperto la finestra e mi sono calato giù, sono scappato da sotto la rete, sono andato in stazione e sono tornato a casa. Me li sono trovati sotto casa che volevano riportarmi lì. Hanno iniziato a strattonarmi e trattenermi”, ci racconta ancora Fabio.

A 14 anni lavoro e preghiera

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Anche Martina è entrata in comunità giovanissima: aveva 14 anni. “Avevo un disturbo ossessivo compulsivo, e infatti mi sono ritrovata molto nel ragazzo che compare nell’inchiesta”. Martina ci spiega che i suoi genitori scambierebbero questa patologia per una ribellione e deciderebbero per questo di portarla in comunità: “Io non volevo andare in questo posto. Un giorno i miei genitori mi hanno detto che mi avrebbero accompagnato da un amichetto e invece mi hanno portato lì. Oggi mi hanno chiesto scusa per averlo fatto”, ci racconta Martina. “Ho pianto tantissimo, avevo solo 14 anni, ero sconvolta”. Martina racconta le sue giornate, tra lavoro e preghiera, ma non sarebbe andata a scuola: “Dopo la colazione c’era la preghiera, che si ripeteva anche la sera, poi andavamo in laboratorio e lavoravamo tutto il giorno. Non andavamo a scuola, ma dei professori-volontari venivano ogni tanto, facevano delle lezioni di un’ora. L’esame l’abbiamo fatto fuori, ma io ho perso un anno e mezzo di scuola praticamente”. Dentro la comunità, le ragazze più fragili avrebbero subito pesanti trattamenti: “Mi ricordo di queste ragazze, molto sedate dai farmaci, le trattavano malissimo, urlavano contro di loro. E poi c’erano queste ragazze che un giorno le vedevo sorridenti e il giorno dopo erano super sedate, piene di farmaci fino alla testa. Succedeva quando si ribellavano o dicevano di voler andare via”.  L’arrivo di un’altra ragazza farebbe pensare a Martina di poter organizzare una fuga: “Non ce la facevo più a stare lì. Con quelle arrivate da poco non potevi parlare, non potevi nemmeno scambiarti uno sguardo. Mi era capitato di guardarla e mi avevano vietato di starle vicino. Non potevamo parlare, ma ci eravamo scambiate dei bigliettini: volevamo scappare insieme. Ci hanno beccate e la suora l’ha saputo. Era pieno inverno e come punizione io non ho potuto mettere più le scarpe: io dovevo andare in giro a piedi nudi con le infradito”, racconta Martina. “Ogni volta che vedevo i miei genitori, li pregavo di portarmi via, alla fine l’hanno capito”, continua Martina. “Trovarmi in questo contesto mi ha molto destabilizzata. Io sento di aver perso un anno e mezzo della mia vita”, ci dice ancora questa ex ospite.

La routine della violenza

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Simone sarebbe arrivato nella comunità di Suor Rosalina Ravasio a 15 anni, su consiglio di una dottoressa che lo avrebbe indirizzato lì per problemi comportamentali. L’ex ospite racconta che la violenza verrebbe perpetrata ai danni di “persone deboli, fragili, persone che non si sarebbero potute difendere”. Dopo dieci anni, Simone ricorda ancora degli episodi particolarmente violenti: “C’era un ragazzo con evidenti problemi psichiatrici, una volta l’hanno chiuso in un baracchino e l’hanno picchiato. Ma non due persone, erano in tanti. In un altro momento, ero in punizione alla legna e qui mangiavamo da soli, separati dal resto della comunità. C’era un ragazzo con me che non voleva mangiare e per questo è stato picchiato violentemente, gli hanno lanciato una sedia in faccia”. Simone descrive come una “routine” l’atteggiamento violento della suora: “Prendeva a schiaffi le persone. Quando ti portavano da lei, anche per la minima stupidata, partivano gli schiaffi”. La punizione più pesante che Simone ricorda di aver subito sarebbe stata quella di non poter vedere la sua famiglia: “Oltre a finire in legnaia, ho saltato l’incontro con la mia famiglia per quattro mesi. E tutto per via di una frottola raccontata da un vecchio alla suora. La parola dei vecchi lì è legge, non ce n’è. Per via di un battibecco avuto in laboratorio, lui è andato dalla suora e le ha detto che l’avevo offeso, ero stato aggressivo e così la suora, senza neanche chiamarmi, mi ha fatto dire che ero finito alla legna”. Simone spiega che quando la gente veniva picchiata, riportando anche dei segni addosso della violenza, “era obbligata a dire delle cavolate, altrimenti finivi peggio di quello che era già successo”. Anche Simone sarebbe andato via scappando: durante un incontro con le famiglie, d’accordo con i suoi genitori, avrebbe riferito all’operatore la sua volontà. “A quel punto mi hanno messo in un salottino con decine di vecchi e operatori, che erano lì per farmi il lavaggio del cervello e i miei genitori in un altro salottino a fare anche a loro il lavaggio del cervello, alla presenza dello psicologo della comunità, mentre ripetevano loro che ero una persona di merda e inventando robe mai successe. Così hanno distrutto un sacco di rapporti figli-genitori”. L’ex ospite si sente fortunato, perché “i miei genitori non si sono fatti abbindolare dalle loro cavolate”. Quello che ha visto la giornalista infiltrata, secondo Simone, è solo una minima parte di quello che succede lì dentro: “Certe cose non succedono al centro della comunità, non succedono in laboratorio, sono imboscate, per non far vedere a tutta questa serie di persone che reputa la suora una persona bellissima e scrive quei commenti sulla pagina Facebook che fanno capire proprio lo scempio”.

L'amica di un'ospite: "Mi hanno detto che il mio posto era il cimitero"

Una testimonianza indiretta arriva dall’amica di una ex ospite. “Ero andata a fare alla Shalom un capodanno alternativo per andare a trovare una mia amica che era lì e non vedevo da tempo”, ci dice Serena. Il capodanno alternativo è una festa che Suor Rosalina organizza ogni anno in occasione della fine dell’anno, in cui i ragazzi possono accogliere fratelli e amici. “Sono stata lì tre giorni, appena sono entrata ho visto un film dell’orrore”, spiega. Serena ci dice di essersi sentita a disagio in quel posto: “Non ero preparata al fatto che non si potesse usare la tecnologia, che non ci si potesse informare. Mentre chiacchieravo con lei eravamo sempre controllate. Non potevo parlare liberamente, lei aveva molta paura delle conseguenze”. Anche nel racconto di Serena torna la paura delle punizioni e torna la sensazione di trovarsi dentro un luogo di detenzione: “La gente mi scrutava, si avvertiva un’aria di tensione. Sentivo che non ero gradita. Avevo la percezione che fosse una struttura molto simile a un carcere. La suora punì una ragazza che aveva alzato la testa dal tavolo, ti tolgono pure la libertà di dove guardare”. Poco dopo la mezzanotte, Serena racconta di essersi allontanata dal gruppo per una telefonata di auguri alla mia famiglia: “Mi seguirono e origliarono la mia conversazione. Avevano molta diffidenza nei miei confronti, pensavano che fossi una giornalista, che volessi fare delle riprese, che volessi portare via la mia amica. Avevano paura che io scoprissi qualcosa. A mia madre avevo detto che la mia amica la trovavo molto cambiata, che secondo me non stava bene”. A quel punto, “hanno iniziato a insultarmi, mi hanno detto di andare al cimitero, che quello era il mio posto, che ero brutta, mi hanno cacciato da lì”. Serena sarebbe stata costretta a lasciare l’evento prima della fine, ma afferma che quell’esperienza le è bastata per essere convinta che “queste cose vanno raccontate per mettere una parola fine a questa vicenda”.

Una sostenitrice di Shalom: "Le punizioni mi sono servite"

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La quasi totalità delle segnalazioni arrivate alla mail di Fanpage.it arriva da ex ospiti che vogliono denunciare maltrattamenti, umiliazioni e violenze subite dentro la Shalom, ma ne abbiamo ricevuta anche una da una sostenitrice della suora di Palazzolo sull’Oglio. “Dovete sentire anche l’altro lato della medaglia”, ci dice Francesca. “Senza Suor Rosalina io sarei morta”. Francesca ci spiega che è stata in comunità per tre anni, è entrata nel 2017 per una dipendenza da cocaina: “Ho chiesto aiuto a Shalom perché avevo tante fragilità. Per un cambiamento radicale devi pensare solo a te stesso, quindi dovevo allontanarmi dai miei figli e dalla mia famiglia”, ci spiega. Francesca ci spiega che quando entra in comunità non sarebbe stata credente: “Non pregavo ed esprimevo il mio pensiero non consone alla comunità e per questo ero spesso in punizione e nell’angolo. Ma io rivolevo la mia vita e mi sono fidata dei loro metodi, quindi posso dire che funzionano. Ci ho pianto, sono stata male. Non ero costante”. Francesca ci spiega ancora che alla comunità di Suor Rosalina “ti insegnano che i tossici sono bugiardi e hanno ragione. Noi tossici siamo dissociati mentalmente, non capiamo quello che è giusto e quello che è sbagliato”. L’ex ospite della comunità afferma che “alcune cose vanno riviste, i metodi sono discutibili, ma funzionano”. La persona che ci scrive ha trascorso in comunità anche parte della pandemia e descrive così quel momento: “Ho preso il Covid in comunità, sono stata attaccata all’ossigeno per 90 giorni, ho rischiato di morire, così come anche la suora, che è stata malissimo. In ospedale sarei morta di sicuro, perché come tossicodipendente mi avrebbero lasciato morire. Io cerco di non andare al pronto soccorso perché mi etichettano come tossica”. Francesca riprende le parole che abbiamo sentito dire alla suora in più di un’occasione e afferma che “la vita è fatta di sacrificio”. “Sicuramente quello che ho vissuto lì dentro è modificabile, ma a me tutte quelle punizioni sono servite. Grazie anche ai metodi così forti. Trovatemi un'altra realtà che senza chiederti niente in cambio, ti tiene così tanto in un posto”, ci dice ancora Francesca. Come tanti ospiti, anche la sua uscita dalla comunità non sarebbe stata facile: “Sono uscita in disaccordo con la suora, perché la suora non era stata sincera con me, mi ha ferito. Ma la ringrazio sempre di tutto quello che ha fatto per me”.

"Un anno per rimettere in piedi mio figlio dopo Shalom"

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Tra le numerose segnalazioni arrivate alla redazione di Fanpage.it ci sono anche quelle di alcuni genitori, che hanno vissuto la Shalom da familiari. Tra queste c’è la testimonianza di Mario, che alla comunità di Suor Rosalina Ravasio ha affidato suo figlio per 14 mesi, durante i quali gli è stato negato di vederlo e sentirlo. “Non ebbi mai la possibilità di parlare con lui”, ci spiega Mario. Nonostante i numerosi tentativi, la comunità avrebbe messo una distanza tra gli ospiti e i loro familiari: “Quando chiamavo, scrivevo, mi riempivano di improperi ‘voi genitori non sapete fare un cazzo!’. Lei isola quelle persone dalle famiglie, così sono sempre sue”. A conferma di quanto ci hanno raccontato altri ex ospiti, la comunità avrebbe punito anche Mario per il suo atteggiamento, impedendogli di vedere suo figlio: “Convoca la prima visita dopo più di un anno, ma non mi invita, chiama solo la mia ex moglie con le mie figlie. Fanno un video a mio figlio e mi dicono: ‘guardalo, sta bene'. Ma sembrava un lobotomizzato”. Mario non avrebbe per questo deciso di prendere in mano la situazione: “Mi sono intrufolato a una festa e sono riuscito a vederlo, stavano dietro di lui dei guardiani. Mi ha detto ‘papà portami via'". Alla fine mi sono messo fuori dalla comunità, ho chiesto di vederlo, loro volevano chiamare i carabinieri, mi fecero parlare con lui tramite una cancellata e mi disse che voleva andare via. Ma poi alcuni giorni dopo gli fecero scrivere una lettera in cui mi diceva il contrario”. Mario, dopo molta insistenza, sarebbe riuscito a tirare fuori dalla Shalom suo figlio, ma “per rimettersi in piedi è stato ricoverato 12 mesi in ospedale”. Questo padre solleva anche il nodo economico della Shalom: “Lei non accetta pagamenti perché così può fare quello che vuole, non è soggetta all’accreditamento e così non ha i controlli. Dietro queste donazioni c’è tutto un giro”, ci racconta Mario, che per capire meglio la situazione avrebbe ingaggiato anche un investigatore privato: “Il mio investigatore privato mi avvertì sul giro di persone che protegge Shalom. Il problema sociale esiste, le famiglie sono disperate, non c’è alcuna struttura che ti aiuta, e quindi questa soluzione è la più semplice. Lei pesca in questo torbido”.

Un educatore: "Nell'inchiesta ho rivisto la violenza che ho vissuto"

Oltre agli ex ospiti e ai genitori tra le numerose segnalazioni arrivate alla redazione di Fanpage.it c’è anche quella di un educatore, Alessandro: “Seguivo un ragazzo molto fragile, che era già stato in comunità. Gli assistenti sociali mi contattarono per chiedermi di portarlo dentro Shalom, che mi fu presentata come questa comunità gestita da una suora che prometteva di destrutturare le persone e poi ristrutturarle”. Alessandro racconta di aver vissuto un’esperienza “terribile”: “Siamo arrivati a Shalom e ci hanno portato in questo salottino per il colloquio. Appena è iniziato il colloquio l’operatore, che era un ex tossicodipendente, ha iniziato a sbraitare contro questo ragazzo dicendo: ‘Tu non conti niente!’. Il ragazzo è rimasto di stucco, io sono rimasto allibito, perché non c’era motivo per comportarsi così. Ho pensato: ‘Madonna, ma dove siamo capitati’”. Di fronte a questa scena Alessandro non avrebbe saputo cosa dire e avrebbe deciso di andare via: “Hanno provato a convincermi dicendo: ‘Noi dobbiamo fare così con queste persone', ma ce ne siamo andati. Questo ex tossicodipendente ha poi anche segnalato agli assistenti sociali che era stata colpa mia se il ragazzo non era poi entrato nella comunità”. Alessandro ci dice che guardare l’inchiesta di Backstair su Shalom l’ha fatto stare male, “perché ho ritrovato nel vostro servizio quello che ho vissuto un pomeriggio di cinque anni fa, la violenza che ho respirato in quella occasione”. Ma il vero problema per l’educatore che ha contattato Fanpage.it è che “non ci sono controlli. Se ci fossero davvero i controlli queste cose non succederebbero”.

L'incubo della vita dentro Shalom da madre

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Dentro la comunità ci sono anche minorenni e madri con bambini. La storia di Gaia inizia nel 2009 quando, incinta al quarto mese, arriva alla Shalom. “Ho finito la gravidanza lì, è nata la bambina, ma sono andata via non con la benedizione della suora soltanto quando la bambina aveva quattro anni e mezzo”. Gaia sarebbe arrivata in comunità per uso di sostanze: “Una parente tira in ballo la Shalom e spiega che la suora è una persona attenta alle famiglie, quindi mi sembrava un posto adatto alle mie esigenze”. Il primo impatto dentro la Shalom sarebbe un vero e proprio shock: “Ti senti ribaltata nel dopoguerra lì, non puoi fare praticamente nulla. E poi mi sono resa conto subito che non era un posto adatto ai bambini”. L’ex ospite ci spiega che nell’anno in cui è arrivata ci sarebbero stati 23 bambini: “Giocano in mezzo a persone che urlano ‘anch’io ce la posso fare’, che piangono e sclerano. Non è un posto per i bambini, assolutamente”. Dopo pochissimi giorni Gaia avrebbe chiesto di essere spostata: “Per punizione mi hanno messo in questo laboratorio. Dopo poco è arrivata la suora insieme a due operatori – li chiamano così, ma sono delle ex tossicodipendenti che sono rimaste lì. Lei è arrivata dentro, sembrava il diavolo, ha iniziato a urlare: ‘Sei una puttana! Tu è meglio che abortisci’”. A quel punto Gaia si sarebbe buttato sotto un tavolo del laboratorio e lei avrebbe continuato "dandomi calci sotto il tavolo urlando in bergamasco ‘meglio abortire che avere una mamma così’”. Gaia ci parla di una vita “nel terrore, soprattutto le mamme”. L’ex ospite ci confermerebbe una delle pratiche utilizzate per punire le madri: “Se succede qualsiasi stupidaggine, lei ti stacca dal bambino e ti manda nei laboratori o alla legna”. I genitori di Gaia sarebbero potuti andare a trovarla solo un mese dopo che era nata la sua bambina: “Ho quasi pianto quando ho visto mia madre e l’ho supplicata di trovarmi un altro posto, un posto a forma di bambino”. La vita da mamma dentro la comunità sarebbe stata un incubo per Gaia: “Mi mandavano in magazzino tutto impolverato ad allattare, dietro gli scaffali. Poi c’era questa vecchia che mi seguiva, era una ex tossicodipendente e non aveva nessuna competenza. Veniva lì mi guardava, mi fissava e mi diceva che ero andata lì apposta per perdere tempo. Alla fine non ho più voluto allattare”. Gaia vorrebbe andare via da lì e lo confesserebbe ai genitori durante un colloquio: “In quel momento ancora non lo sapevo, ma c’è sempre qualcuno che gira intorno alle giovani quando sono con i genitori, a spiare quello che dici. Hanno sentito che volevo andar via e la suora mi ha staccato dalla bambina”. A quel punto mamma e figlia verrebbero divise: “Mi ha sbattuto in laboratorio e poi mi ha preso a parolacce. Mi ha proprio detto: ‘Tu la smetti di fare la scema e non rompi più le scatole o io avviso il tribunale dei minori e dico che non sei una madre sana di mente e sei incapace di gestire la bambina”. Da quel momento Gaia si sarebbe rassegnata: “Avevo visto mamme a cui i bambini erano stati tolti e dati in affido, allora basta. Non ho più fatto nulla”.

"Ho visto cose che una bambina non dovrebbe vedere"

Sara è entrata in Shalom nel 2011, aveva 11 anni, era una bambina “ingestibile” e un prete avrebbe consigliato ai genitori di mandarla alla Shalom. “Non ho molti ricordi, il mio cervello ha dimenticato. Dopo aver visto il vostro servizio, ho parlato con alcune persone che hanno negato e questo mi ha fatto salire rabbia perché per quello che ho vissuto io, non possono passarla liscia, dopo quello che a me ha fatto”. Sara conferma le punizioni che si vedono nell’inchiesta: “Sono finita in laboratorio, non mi ricordo per quanto tempo. È successo perché rispondevo male. C'è stato un periodo in cui un cane aveva morso la suora, si era fatta male alla mandibola. Io in quel periodo non mi comportavo bene e sono finita nel suo ufficio. Mi ricordo che con questo cerotto in faccia, lei me le dava! Mi urlava contro e mi dava sberle!”. Alle ragazze che avevano disturbi alimentari “davano come punizioni il mangiare pane e marmellata". "Io se combinavo qualcosa di sbagliato, dovevo rimanere sveglia la notte a mangiare pane e marmellata. Mi ricordo kiwi e cannella, li vomitavo e dovevo rimangiarli”, racconta ancora Sara. L’ex ospite racconta delle notti sveglia a studiare: “Mi ricordo i meridiani e paralleli, mi hanno fatto stare una notte sveglia. Piangevo, avevo il volto pieno di capillari rotti perché mi picchiavano”. Anche il rapporto con la famiglia sarebbe molto complicato: “Se ti comportavi male, non ti facevano vedere i genitori”. Sara ha il ricordo nitido di una Pasqua in cui le sarebbe stata consegnata una lettera scritta da sua madre: “Ho il flash di questa parola che ho letto in quel momento su quel foglio: amareggiata. Mia madre non sapeva quello che facevo, le riferivano che mi comportavo male e mi dicevano che lei era delusa da me e non voleva vedermi per questo”. Tutt’a un tratto, un giorno sarebbe tornata da scuola e avrebbe trovato la madre pronta a riportarla a casa: “La suora, all'insaputa di mia madre, stava per farmi adottare e a quel punto mi ha portato via”. Sara ricorda così la reazione di Suor Rosalina a questa notizia: “Era in Polonia a fare uno dei suoi viaggi, quando è tornata e l’ha saputo, ha chiamato mia madre e le ha detto che si sarebbe pentita di quello che aveva fatto. Ogni volta che arrivava c’era un’ansia generale, davvero era il demonio vestito da suora. Ho visto cose che una bambina di quell’età non dovrebbe vedere”.

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