Lo scandalo del sangue nelle Marche: buttati 6 quintali di plasma, ingannati migliaia di donatori

Più di 1.600 sacche di plasma prelevato da migliaia di donatori di sangue sono state buttate nelle Marche. Una perdita che, tradotta in termini di volume, raggiunge l’impressionante cifra di quasi 6 quintali di prezioso materiale biologico; un patrimonio di solidarietà che, anziché essere trasformato in farmaci salvavita, è finito nel circuito dei rifiuti speciali a causa di una serie di errori gestionali, carenze di organico e decisioni politiche che hanno ignorato i ripetuti allarmi tecnici provenienti dall’interno delle strutture ospedaliere.

Ma come si è arrivati a questo disastro? E di chi sono le responsabilità? Facciamo un passo indietro: il sistema trasfusionale marchigiano, come quello di tutte le altre regioni italiane, si fonda su un modello organizzativo che prevede che la lavorazione del sangue raccolto debba essere centralizzata all'interno di poli unici regionali (le "officine trasfusionali"), i quali devono essere dotati di risorse umane e tecnologiche adeguate per supportare i volumi di sangue in ingresso.
L’idea di base prevede la raccolta capillare sul territorio e il successivo convogliamento di tutto il sangue presso un’unica officina regionale deputata alla lavorazione e al frazionamento. Tuttavia, nelle Marche questo progetto si è scontrato con una realtà operativa drammaticamente sottodimensionata; negli ultimi anni, infatti, il personale tecnico dell'officina è stato ridotto ai minimi termini, spesso costretto a operare con contratti precari che hanno favorito una fuga costante verso posti di lavoro più stabili. Questa emorragia di competenze ha reso impossibile gestire i flussi di sangue in entrata, creando un pericoloso imbuto produttivo. Quando la quantità di sangue raccolto ha superato la capacità di lavorazione da parte dell'officina, il sistema è entrato in una fase di saturazione che ha reso vano il gesto di migliaia di donatori. Ed è esattamente quello che è accaduto nelle Marche negli ultimi mesi.
Come il plasma appena raccolto diventa un rifiuto
Il plasma – cioè la cosiddetta "parte liquida" del sangue – è una risorsa estremamente delicata e la sua utilità terapeutica è strettamente legata alla tempestività della lavorazione. Per poter essere inviato alle industrie di plasmaderivazione e trasformato in albumina, immunoglobuline e altri emocomponenti, il plasma deve essere separato dal sangue intero e congelato entro un limite invalicabile di 24 ore dal prelievo. Superata questa finestra temporale, le proprietà proteiche e i fattori della coagulazione si degradano, rendendo il materiale inutilizzabile per la produzione farmaceutica.
Nelle Marche, da oltre un mese la carenza di personale ha sistematicamente rotto questa catena del freddo. Migliaia di sacche, raccolte da migliaia di donatori volontari sparsi su tutto il territorio regionale e giunte all’officina trasfusionale, sono rimaste stoccate a temperature non idonee alla loro conservazione per troppo tempo, in attesa di una lavorazione che i pochi tecnici presenti non potevano fisicamente effettuare. Il risultato è un accumulo di materiale che risulta biologicamente scaduto e quindi compromesso. Per intenderci: si tratta di una situazione paragonabile a quella di un prodotto alimentare che, pur non essendo ancora stato smaltito, ha superato la data di scadenza e deve essere necessariamente gettato nella spazzatura.

Il monitoraggio della crisi e l'inazione dei vertici della Regione Marche
La documentazione interna – di cui Fanpage.it è venuta in possesso – rivela che lo spreco di queste oltre 1.600 sacche di plasma non è stato un evento improvviso o imprevedibile bensì il culmine di una crisi annunciata per settimane. Già molto tempo prima che le sacche venissero ufficialmente dichiarate come scarti, il personale dell'”officina trasfusionale" di Ancona aveva inviato segnalazioni formali ai vertici della sanità regionale e all'assessore alla Salute, Paolo Calcinaro, oltre che all'Avis Marche, la principale associazione di donatori del sangue. In queste comunicazioni veniva descritta con precisione la saturazione degli spazi di stoccaggio e l’impossibilità di procedere al congelamento rapido delle unità in arrivo.
La richiesta avanzata era chiara e logica: rallentare temporaneamente la raccolta di sangue per consentire all’officina di smaltire l’arretrato e rimettersi in pari con i tempi di lavorazione. Si sarebbe trattato di una misura di puro e semplice buon senso, tanto più perché nelle Marche vi è un'abbondanza di sangue raccolto, come dimostrano anche i dati aggiornati del Dipartimento Interaziendale Regionale di Medicina Trasfusionale.
La sospensione, o almeno la riduzione della raccolta di sangue, avrebbe permesso di salvare il plasma già raccolto e di non sprecare il lavoro delle giornate successive. Tuttavia, queste richieste si sono scontrate con un muro di gomma istituzionale. Le disposizioni arrivate dai piani alti della Regione hanno imposto di proseguire con la raccolta a pieno ritmo, ignorando le evidenze logistiche che condannavano quelle sacche al macero. Il risultato? Come documentato da Fanpage.it, centinaia di sacche di plasma sono state già smaltite e molte altre lo saranno nei prossimi giorni.

Come si è arrivati al disastro
Ma come mai non sono stati rallentati o sospesi i flussi di raccolta, nonostante l'evidenza dello spreco in atto? Perché i vertici della Regione Marche – ma anche quelli dell'Avis – non hanno evitato lo sperpero di migliaia di sacche di plasma? Difficile, al momento, rispondere a queste domande. Di certo, comunque, le indicazioni fornite dal Dipartimento Salute Regionale ai centri trasfusionali delle Marche sono state quelle di evitare ogni tipo di risvolto mediatico e in particolare di non diffondere dati che potessero mettere in evidenza qualsiasi tipo di criticità organizzativa. Questa "consegna del silenzio" ha portato a una situazione paradossale in cui, mentre nei centri di raccolta migliaia di volontari donavano il loro sangue, poche ore dopo i tecnici dell'officina trasfusionale erano costretti a etichettare come rifiuti centinaia di litri di plasma che non erano riusciti a lavorare in tempo.
I rischi per la sicurezza
L’insistenza nel voler processare volumi di sangue sproporzionati rispetto alle reali capacità dell'officina trasfusionale ha generato nell'ultimo mese una pressione insostenibile sul personale rimasto in servizio. Come spiegano a Fanpage.it fonti riservate, lavorare in un contesto di perenne emergenza, con frigoriferi che traboccano di materiale in scadenza e con l'ordine di non fermarsi mai, aumenta esponenzialmente il rischio di errori tecnici che possono a loro volta determinare conseguenze pericolose sul prodotto trasfuso ai pazienti.
Il danno economico da centinaia di migliaia di euro
Lo spreco di più di 1.600 sacche di plasma non rappresenta solo una sconfitta etica e un tradimento di migliaia di donatori, ma anche un gravissimo danno erariale che ricade interamente sulla collettività. Ogni singola unità di sangue ha un costo di produzione elevato, che comprende il costo dei kit di prelievo, il personale sanitario impiegato nei centri territoriali, il trasporto refrigerato verso l’officina centrale e gli esami di validazione biologica obbligatori per legge. Gettare via quintali di plasma significa letteralmente bruciare centinaia di migliaia di euro di risorse pubbliche già spese.
A questo costo diretto si aggiunge un danno indiretto ancora più pesante. La mancata produzione interna di farmaci plasmaderivati costringe la Regione Marche ad acquistare tali prodotti sul mercato farmaceutico internazionale. L’autosufficienza, tanto decantata nei documenti ufficiali, viene così compromessa, obbligando il sistema sanitario a pagare prezzi di listino per farmaci che avrebbe potuto ottenere quasi gratuitamente attraverso la corretta lavorazione del sangue donato dai propri cittadini.

Il tradimento del patto con i donatori
L’aspetto più oscuro di questa vicenda resta tuttavia il rapporto con i cittadini. Centinaia di marchigiani si recano ogni giorno nei centri di raccolta sparsi nel territorio regionale, convinti di compiere un atto di altruismo puro, spesso affrontando disagi personali o permessi lavorativi. Il sistema sanitario regionale e le associazioni donatori avrebbero il dovere etico di onorare questo dono garantendo che ogni singola goccia di sangue venga utilizzata per il bene comune.
Ad oggi, invece, la realtà è completamente diversa. I dati di cui Fanpage.it è entrata in possesso parlano di una progressione costante dell’eliminazione delle sacche, con una quota che ha già superato le 300 unità tracciate e una massa di altre 1.300 sacche che restano in un limbo tecnico, ma il cui destino finale è già segnato. Una situazione nota da più di un mese ai vertici della Regione Marche e all'Avis, senza che nessuno muovesse un dito.