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La tragedia dei migranti sulla rotta balcanica
9 Febbraio 2021
13:19

Le famiglie respinte che vivono al confine con la Croazia: “Tentiamo il ‘gioco’ insieme ai bambini”

Una doccia cinque euro, una telefonata via WhatsApp altrettanto, un pacco di sigarette dieci euro. Una microeconomia che si sostiene sui migranti accampati fuori dai centri abitati che si trovano sul confine con la Croazia. Fanpage.it ha incontrato una famiglia con bambini in una casa abbandonata che, almeno, ha ancora una lampadina allacciata all’energia elettrica. “Ci hanno deportati e abbiamo camminato per ore”, racconta un bambino.
A cura di Luisa Santangelo
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La tragedia dei migranti sulla rotta balcanica

Una doccia calda può durare al massimo dieci minuti a persona e costa cinque euro ciascuno. Una telefonata via Viber o WhatsApp costa cinque euro. Un pacco di sigarette costa dieci euro. Tutto troppo caro per essere accessibile. Alcuni cittadini bosniaci che abitano nei pressi del confine con la Croazia si sono organizzati: abituati ormai da tempo ai migranti accampati alla meno peggio in mezzo ai boschi, i residenti hanno costruito una microeconomia basata sulle necessità di chi viaggia. Non tutti, però. Alcuni commercianti donano loro frutta e verdura. Altri abitanti si informano delle condizioni dei bambini e offrono loro quello che possono.

Ai margini della strada asfaltata si vedono i sentieri tracciati nella neve e nel fango dalle persone accampate il più lontano possibile dal centro abitato. Alla fine di gennaio, uno dei rifugi di fortuna di alcuni migranti è stato dato alle fiamme. Secondo le testimonianze riportate dal Guardian, sarebbero state le forze dell'ordine bosniache. Tra i cittadini delle città di frontiera serpeggia anche il fastidio: al di là delle memorie della guerra nei Balcani, ancora fresche, c'è un sentimento diffuso di abbandono da parte delle istituzioni centrali della Bosnia. E anche da parte dell'Europa: "Non può essere un problema nostro, queste persone non vogliono rimanere qui".

In una casa in fondo a un sentiero scosceso una mamma afghana cuoce del riso in bianco su una vecchia cucina a legna. Prepara da mangiare per le sei famiglie che vivono in tre stanze. Quando si varca la soglia, tutti si tolgono le scarpe (o le ciabatte, nel caso in cui le scarpe proprio non le abbiano) e camminano sulle coperte e sui tappeti stesi sulle assi di legno. Così, almeno, non portano il gelo dentro a quelle quattro mura. Loro sono fortunati, hanno una lampadina ancora attaccata all'energia elettrica. Alcuni cani si nutrono degli scarti della frutta gettati nel prato coperto di neve.

La donna sveglia la figlia, di tre anni, avvolta dentro a un sacco a pelo e addormentata sul pavimento. Nella casa vivono altri tre bambini: sei, otto e "otto o nove anni, non so che giorno è quindi non so se ho già fatto il compleanno". "Siamo stati deportati dalla polizia in Croazia – racconta uno di loro, quello che parla meglio l'inglese e che conosce già il significato del verbo "deportare" – Ci hanno detto "Tornate in Bosnia" e noi abbiamo ricominciato a camminare. Una, due ore". Sei stanco? "Sì". "Facciamo il game di famiglia", aggiunge la madre, mentre tiene in braccio la bimba che ancora si lamenta per essere stata svegliata.

Rahmatullah, "24 o 25 anni", viaggia con loro. È stato respinto al confine per 21 volte e quando ricorda le botte sorride e dice: "Mi hanno picchiato piacevolmente". "Ma non mi importa, io voglio solo arrivare in Belgio". In Afghanistan studiava per diventare medico e in Europa vuole fare la stessa cosa. Ha lasciato casa sua perché i talebani gli avevano chiesto di unirsi a loro, ma lui ha rifiutato: "Non sono un assassino – racconta a Fanpage.it – Voglio solo avere una buona vita e guadagnare dei soldi per mia madre e per me stesso". Così è scappato e ha cominciato il suo viaggio. "Voglio diventare un buon medico non solo per il Belgio, ma per tutto il mondo. Voglio aiutare quelli come me e quelli come i miei amici". Per riuscirci, però, deve passare le montagne. E sperare che non arrivino altre "piacevoli" manganellate.

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