Lavorò per 11 anni alla Fiat di Mirafiori esposto all’amianto: morto di tumore, lnail dovrà risarcire la vedova

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Il Tribunale di Potenza ha riconosciuto definitivamente il nesso causale tra l’esposizione all’amianto e la malattia professionale che determinò la morte di un operaio per oltre un decennio impiegato alla Fiat di Mirafiori.

Ha lavorato per oltre 11 anni nelle fonderie dello stabilimento Fiat di Mirafiori, a Torino, per poi proseguire la sua carriera in altre due aziende, sempre a contatto quotidiano con l'amianto. Per anni ha respirato la fibra senza alcuna protezione, fino a quando non si è ammalato ed è morto nel 2018. Ora, dopo una lunghissima battaglia giudiziaria, il Tribunale di Potenza ha riconosciuto definitivamente la malattia professionale che gli è stata fatale: la morte dell'operaio è stata causata dal mesotelioma pleurico contratto sul posto di lavoro.

A non arrendersi di fronte ai tanti ostacoli burocratici incontrati negli anni è stata la moglie, che ha portato avanti la causa intrapresa dal marito quando era ancora in vita. Come stabilito dalla giudice del lavoro Rosalba De Bonis, "non c'è dubbio che sia stato esposto a un alto indice di dispersione di fibre d'amianto". Secondo i calcoli forniti dall'Osservatorio Nazionale Amianto (Ona), la vedova riceverà circa 150mila euro di arretrati e una rendita vitalizia di circa 1.500 euro al mese, a cui si aggiungeranno le maggiorazioni previste dal Fondo Vittime dell'Amianto.

La storia lavorativa dell'uomo – ricostruita da Repubblica – ha inizio nel giugno del 1958 quando, a soli 17 anni, viene assunto nello stabilimento Fiat di Mirafiori a Torino. Lì rimarrà fino alla fine del 1969, impiegato nelle fonderie di ghisa e metalli pesanti. Il lungo processo ha accertato un periodo di esposizione complessivo pari a 16 anni e 7 mesi.

Oltre al periodo torinese, le perizie hanno ricostruito le tappe successive della sua vita lavorativa: l'impiego come autista per una società di Bari, dove si occupava della movimentazione di materiali in amianto prodotti dalla nota ditta Fibronit, e il lavoro presso la cementifera Sami, sempre nel capoluogo pugliese, con mansioni di carico e scarico di materiali tossici e cancerogeni. La diagnosi di mesotelioma pleurico arriva nel 2016. L'operaio decide subito di presentare domanda all'Inail per il riconoscimento della malattia professionale, ma l'istituto rigetta l'istanza sostenendo che la documentazione prodotta sia insufficiente. Nel giugno del 2018 l'uomo muore.

La vedova, oggi residente in provincia di Potenza, decide di non far cadere nel vuoto la richiesta di giustizia del marito. Quando anche la seconda domanda presentata all'Inail viene respinta, nel 2021 la donna sceglie di adire le vie legali, assistita dall'avvocato Ezio Bonanni, presidente dell'Osservatorio Nazionale Amianto. Nel corso delle udienze, testimonianze e perizie tecniche hanno confermato senza ombra di dubbio la prolungata esposizione alle fibre killer e il nesso causale diretto con l'insorgenza della neoplasia, portando così alla condanna definitiva dell'Inail.

"La giustizia è arrivata, anche se dopo dieci anni, perché una vedova ha trovato la forza di portare avanti da sola la battaglia iniziata insieme a suo marito. È una sentenza che restituisce alla donna un diritto e, insieme, rende giustizia alla sua memoria", ha commentato l'avvocato Ezio Bonanni. "È inaccettabile che al dolore per la perdita si aggiunga il peso di anni trascorsi a dimostrare ciò che avrebbe dovuto essere riconosciuto molto prima. La tutela delle vittime dell'amianto deve essere concreta e tempestiva perché dietro ogni pratica ci sono persone, famiglie e vite che non possono aspettare".

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