La storia di Rossella Casini uccisa dalla ‘ndrangheta nel 1981: l’ultima telefonata e la verità emersa anni dopo

Il 22 febbraio 1981 Rossella Casini telefonò per l'ultima volta a suo padre, Loredano. "Sto tornando a casa", gli disse. La ragazza, che pochi mesi dopo avrebbe compiuto 25 anni, era a Palmi, in Calabria, ospite della famiglia del fidanzato. Ma a Firenze, dove era nata e cresciuta, non tornerà mai.
La verità sulla sorte della ragazza emergerà solo molti anni dopo, nel 1994, quando alcuni collaboratori di giustizia raccontarono che Rossella venne rapita, torturata, violentata e fatta a pezzi.
Tutto questo perché aveva cercato di allontanare il fidanzato, Francesco Frisina, dalla sua famiglia, affiliata alla ‘ndrangheta. Il corpo venne gettato nella tonnara di Palmi, ma i suoi resti non sono mai stati trovati e nessuno ha pagato per il suo omicidio.
La storia di Rossella Casini, il cugino: "Lei pensava davvero di poterlo salvare"
"Rossella era figlia del fratello di mia madre, veniva a trovare spesso la mia famiglia, anche se nella vita abbiamo fatto due percorsi diversi. Quando ci si vedeva, lei usciva dalla sua routine quotidiana, visto che io e mio fratello eravamo un po' dei casinisti", racconta a Fanpage.it il cugino, Sauro Ranfagni.
"Era una brava ragazza e aveva questi occhi verdi-celesti, come i miei, mi dicono sempre. Era bella, quando camminava per strada si notava, aveva portamento. Me la ricordo così, una persona solare e che aveva tanta, tanta voglia di vivere", aggiunge.
Rossella era nata a Firenze il 29 maggio 1956. Il papà, Loredano Casini, era un dipendente della Fiat, mentre la mamma, Clara, si prendeva cura della casa e dell'unica figlia. Abitavano in via Borgo La Croce ed è proprio nella palazzina dove si trovava la loro casa che la ragazza incontrò Frisina.
Francesco, originario di Palmi, era iscritto alla facoltà di Economia dell’Università di Siena e viveva con altri studenti fuori sede. Nel 1977 i due iniziarono a frequentarsi e poi si fidanzarono. Dopo poco tempo anche le famiglie si incontrarono, in Calabria. Ma quando anche Sauro ebbe modo di conoscerlo, non gli fece una bella impressione.
"Un giorno mi chiamò mia madre, mi disse di andare da lei, io all'epoca vivevo con mia moglie, per conoscere il fidanzato di Rossella. Quando arrivai, la trovai sorridente, raggiante, era felice di aver conosciuto questo ragazzo. Ma ti dico la verità, anche se noi uomini siamo sempre molto critici verso gli altri uomini, mi aspettavo un ragazzo diverso", ricorda.
"Aveva questo gessato con il doppio petto, collanine d'oro e quello che colpì molto me e mia moglie fu quest'unghia lunghissima del mignolo e gli anelli alle dita, così come la sua freddezza", aggiunge.
"Mia madre poi telefonò anche a mio fratello Marco e disse di non aver avuto una sensazione piacevole dopo averlo conosciuto. E mia moglie, calabrese anche lei, quando uscimmo disse: ‘Sauro, è un mafioso‘. Rossella a me però non raccontò niente, non parlammo mai di questa cosa".
È nel 1979, quando il padre del fidanzato, Domenico Frisina, venne ucciso da due sicari e lo stesso Francesco rimase vittima di un agguato (fu raggiunto da un proiettile alla testa), che Rossella si trovò invischiata in una faida di ‘ndrangheta fra le cosche dei Gallico-Frisina e dei Condello-Porpiglia.
Dopo il ferimento, Rossella fece trasferire il fidanzato a Firenze e lo fece operare. Poi lo convinse a collaborare con la giustizia e anche lei raccontò tutto quello che sapeva. Gli atti passarono dalla Procura fiorentina a quella di Palmi e gli inquirenti iniziarono a mettere pressione alle cosche coinvolte.
Francesco poco dopo però venne costretto dalla famiglia a ritrattare le sue deposizioni. Rossella continuò a muoversi fra Palmi e Firenze nel tentativo di "salvargli l’anima dopo avergli salvato la vita”, disse il pubblico ministero al processo che si sarebbe celebrato anni dopo.
"Lei pensava davvero di poterlo salvare questo ragazzo e dopo è stato un rotolare di pietre in montagna. Era rimasta così ingabbiata che non sapeva più come uscirne. Anche perché non l'hanno fatta uscire, nessuno le ha permesso di fare un passo indietro", dice Sauro.
"La cosa era: o lei o Francesco. E, secondo te, chi avrebbero salvato? Lui o ‘la straniera'?", spiega ancora. "Fate a pezzi la straniera" fu infatti l'ordine della ‘ndrangheta: così chiamavano Rossella perché estranea al contesto calabrese e alle dinamiche mafiose.
Il 22 febbraio 1981 l'ultima telefonata, la verità emersa anni dopo
Il 22 febbraio 1981 arrivò alla famiglia quell'ultima telefonata, poi su Rossella calò il silenzio. "Mio zio le disse solo: ‘Ti aspettiamo'. Quando lei non si fece più sentire, lui provò a saperne di più, gli raccontarono un sacco di cose e alla fine gli fecero capire di non rompere più le scatole", spiega Sauro.
"Lo zio apprese leggendo La Nazione del pentito che raccontò cosa era successo a Rossella. Mia mamma mi chiamò al lavoro e mi disse: ‘L'hai letta La Nazione?'. Un collega l'aveva e vidi la prima pagina: ‘Ragazza fiorentina uccisa…", mio zio si sentì male. Quando lo andammo a trovare, ci voleva molto bene, si raccomandò di non fare nulla: ‘Sennò ci ammazzano tutti‘".
La mamma di Rossella morirà pochi anni dopo per il dolore della perdita della figlia, mentre Loredano saprà solo dell'inizio del processo per l’omicidio che si aprì nel marzo 1997. Il pentito, Vincenzo Lo Vecchio, spiegherà che Rossella era diventata un problema per i Frisina e che lo stesso Francesco conosceva e approvava le intenzioni della famiglia.
Nel 2006 la Corte d’Assise di Appello del Tribunale di Palmi assolverà tutti gli imputati ma solo per insufficienza di prove e riconoscerà che "il movente che Concetta Frisina (sorella di Francesco) aveva per fare uccidere la futura cognata è imponente, mastodontico, innegabile", si legge nella sentenza.
"Rossella Casini, in una paradossale lettura dei fatti in cui i valori sociali si ribaltano, era colei che aveva gettato il disonore sulla “onorata” famiglia Frisina. […] Una famiglia di cui la professoressa Frisina ha recepito senza sbavature e senza défaillances ogni insegnamento, primo fra tutti quello dell’omertà", prosegue.
La memoria di Rossella Casini
Con la morte del papà di Rossella la sua storia è finita nell’oblio per tanto tempo, ma ci sono persone che in questi anni hanno tenuta viva la sua memoria. Tra queste c'è Enzo Infantino, attivista di Palmi, che ha aiutato il giornalista Roberto Saviano nella stesura del romanzo, uscito nel 2025, ‘L'amore mio non muore', che racconta la storia della ragazza.

"Qui a Palmi abbiamo subito questa terribile faida, nella quale Rossella ha perso la vita. Questa storia l'abbiamo conosciuta in molti in quel periodo. Quando è iniziata, nel '77, io avevo 11 anni e l'abbiamo attraversata tutta", ha raccontato Infantino a Fanpage.it.
"E di Rossella si parlava, di questa ragazza che era scomparsa senza che si sapesse che fine avesse fatto. Poi c'era stato il processo e l'assoluzione. Ma nel 2013 durante una trasmissione radiofonica sentii un intervento che accusò i cittadini di Palmi di essere omertosi, di non aver fatto nulla per ricordarla".
"Quella è stata la scintilla che mi ha fatto dire: ‘Noi abbiamo subito quella vicenda, lei è una delle tante vittime innocenti di mafia morte nella nostra città. Anche a Palmi noi possiamo tenere viva la sua memoria perché a noi ancora oggi serve a riscattare la nostra comunità, attraverso di lei vogliamo raccontare una città diversa".
Il percorso del Coordinamento Rossella Casini è iniziato così e nel luglio 2013 Infantino ha organizzato un'iniziativa pubblica nella villa comunale di Palmi, iniziativa poi replicata anche l'anno successivo.
"Invitai il pm che all'epoca si occupò della vicenda e la scrittrice Francesca Chirico che ha parlato di Rossella nel suo libro ‘Io parlo. Donne ribelli in terra di ‘ndrangheta'. In quell'occasione denunciai pubblicamente quello che le era accaduto, il suo sacrificio. E chiedemmo anche di dedicarle una via a Palmi".
A Firenze nel 2016 è stata posta una targa dal Comune, la lapide è in via Borgo la Croce sulla facciata della sua casa. Mentre pochi anni dopo, il 22 febbraio 2020, si è tenuta la cerimonia d'intitolazione a Rossella di una via a Palmi.

Grazie all'impegno di tanti nel 2019 Rossella è stata insignita della Medaglia d’oro al valore civile dal Presidente Sergio Mattarella, in occasione della festa della Repubblica del 2019. Impegno che allo stesso tempo ha reso Infantino vittima di un atto intimidatorio l'anno successivo, quando qualcuno ha dato alle fiamme la sua auto.
Di Rossella esiste una sola fotografia che la ritrae poco prima che morisse, ritrovata dalle giornaliste Edi Ferrari e Anna D’Amico. È la fototessera in bianco e nero del suo libretto universitario dell'anno accademico 1978/79. È grazie a quest'immagine che possiamo vedere ancora il suo viso. Mentre con gli occhi sembra dirci: "Non scordatevi di me".