"Cerchiamo di dimenticare, di chiudere un capitolo e aprirne un altro". A parlare è Francesca Fumagalli, la madre di Silvia Romano, la cooperante milanese di 25 anni tornata in Italia domenica scorsa dopo 18 mesi di prigionia tra Kenya e Somalia. Intervistata telefonicamente dal Tg3 della Rai, la donna ha anche ribadito di aver preso le distanze dalla onlus Africa Milele per la quale sua figlia ha lavorato in Africa, ma "non sono io l'ordine preposto per parlare di queste cose, c'è una procura che indaga e ci pensano loro, io non rilascio dichiarazioni sull'argomento". Per quanto riguarda un'eventuale conferenza stampa, "non facciamo niente – ha precisato – perché Silvia ha la quarantena. Siamo qua, poi fra due settimane vedremo, non lo so, del doman non v'è certezza. Visto come sono andate le cose, non so nulla".

Silvia, che ai pm di Roma che indagano sul suo caso ha detto di chiamarsi ora Aisha, dopo essersi convertita volontariamente all'islamismo, è tornata ieri a casa a Milano insieme alla sua famiglia, accolta da una folla di curiosi e cronisti che l'hanno immortala mentre attraversava il portone del palazzo nel quartiere Casoretto con il capo coperto dal velo e il volto sorridente. Proprio sulla conversione Francesca Fumagalli ha detto: "Provate a mandare un vostro parente due anni là e voglio vedere se non torna convertito. Vogliamo stare in pace, abbiamo bisogno di pace". La ragazza ora dovrà osservare un periodo di auto-isolamento di 14 giorni, così come previsto per tutti i cittadini che rientrano dall'estero, secondo quanto stabilito dalla normativa vigente per contrastare l'emergenza Coronavirus. Contro di lei non sono mancate critiche e polemiche, al punto che per gli insulti sui social e le frasi minacciose rivolte a Silvia il responsabile dell'antiterrorismo milanese Albero Nobili ha aperto una indagine. L'ipotesi, contro ignoti, è di minacce aggravate.

Intanto, a sostegno della giovane cooperante è intervenuto l'ordine degli psicologi della Lombardia, che ha definito gli attacchi contro Silvia "un ulteriore trauma e un grave pericolo per il suo benessere, per questo chiediamo un opportuno silenzio. Ricordiamo che Silvia è la vittima di un rapimento. Nessuna diagnosi – avvertono – può essere fatto per interposta persona o sulla base di immagini o di riferimenti. La valutazione clinica è un lavoro delicato che richiede un contatto diretto e degli strumenti professionali. Questo processo non può essere nascosto nelle mani di chi sostiene la strumentalizzazione mediatica, di comunicatori imprudenti o di persone mosse da sentimenti primitivi e nessuna competenza in materia ".

"Mia figlia sta come una che è stata prigioniera per diciotto mesi". Sono invece le parole a Radio Capital di Enzo Romano, padre di Silvia. Molti hanno parlato del sorriso di sua figlia e di uno stato d'animo quindi positivo. "Non è che se uno sorride sta benissimo, non confondiamo il sorriso con la capacità di reagire per rimanere in piedi dignitosamente da una situazione di cui si è preda e che ti porta poi ad andare nella depressione più totale. Meno male che ha un po' di palle e cerca di reagire, ma è la sopravvivenza". "Di cosa abbiamo bisogno, adesso? Noi vogliamo stare in pace, abbiamo una ragazza da proteggere, abbiamo bisogno solo di ossigeno".