Opinioni

La giornata della Memoria non serve a chiedersi cosa avremmo fatto all’epoca, ma cosa possiamo fare oggi

Il punto non è chiedersi: “Io cosa avrei fatto?”, che spesso serve solo a farci sentire migliori. Ma: “Io oggi, dove sto lasciando che la normalità copra qualcosa di disumano?”.
A cura di Saverio Tommasi
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Il 27 gennaio 1945 è freddo a Oświęcim, è questo il nome polacco di Auschwitz. Sono -20°. I soldati dell’Armata Rossa arrivano ad Auschwitz: per loro è "solo" una conquista militare. Poi varcano uno strano cancello, da un'altra parte c’è anche un binario, e capiscono che quello non è un posto come gli altri: lì non c’è una battaglia, non ci sono più neanche i nazisti. Quella è una fabbrica. Trovano 7.000 persone sopravvissute, scalze nella neve, con stracci addosso: erano "scheletri viventi", diranno poi. Sono le persone più deboli, quelle malate, quelle lasciate indietro dai nazisti che erano fuggiti giorni prima, provando anche a bruciare le prove. Ma non ce l’hanno fatta, le prove ci sono: resti di forni crematori, montagne di cenere, documenti che descrivono camere a gas e forni. Registri di treni, numeri, orari.

Persino i costi dello Zyklon B. Ma la scoperta più inquietante è un magazzino con sette tonnellate di capelli, divisi in sacche, pronti per essere spediti. Sette tonnellate. Capelli umani trattati come materia prima. Venduti a peso, 50 pfennig al chilo, alle industrie tessili per imbottire i materassi o fabbricare calze. È quasi impossibile da pensare, eppure era routine. Ecco perché il 27 gennaio è una data spartiacque: c’era un prima in cui potevi sempre appoggiarti alla frase più comoda – "non sapevamo" – e un dopo in cui quella frase comincia a perdere appigli, perché le tracce sono lì davanti agli occhi.

La normalizzazione dell'orrore: come si addomestica un’atrocità

La cosa più inquietante è questa: i campi di concentramento non erano in un deserto invisibile. Guardate le mappe: Dachau, Lublino, Auschwitz… stavano dentro le città. Non solo: i campi erano nella burocrazia, nella logistica industriale, negli orari dei treni, nella quotidianità di tutti. E poi l’odore dei forni – sì l’odore – poteva viaggiare per chilometri. Come fa oggi lo smog a Milano quell’odore entrava nelle case, impregnava i vestiti. La domanda giusta da fare non è: come hanno potuto farlo? Ma: come hanno fatto gli altri a convivere con una cosa così? Non è solo “paura”, è un meccanismo più sottile: la riduzione dell’orrore a procedimento. Il primo strumento per riuscirci è facile. Lo stesso che viene usato oggi da una certa politica. Il più efficace: le parole. I nazisti inventarono il “marketing dell’orrore” per anestetizzare la società dentro e fuori dai campi. Non dicevano “camera a gas”, dicevano “locali per la disinfezione”. Non dicevano “deportazione”, dicevano “reinsediamento”.Non dicevano “stiamo uccidendo delle persone”, dicevano “trattamento speciale”.

Se cambi il nome alle cose cambi la percezione della realtà. E ora fermiamoci un secondo. Guardiamo all'oggi. Quando sentiamo parlare di “neutralizzazione delle minacce” per non dire omicidi mirati. Quando sentiamo parlare di “centri di permanenza temporanea” per non dire carceri per innocenti. Quando sentiamo “ottimizzazione dei costi” invece di sfruttamento e ancora “danni collaterali” invece di  bambini uccisi sotto le bombe. Non vi suona familiare? È la stessa logica. Pulire la lingua per non sporcarsi la coscienza. Rendere un atto violento un termine burocratico, così che il cittadino medio possa continuare a fare la spesa senza sentirsi un complice. Se non dici “uccidere” puoi far finta di star facendo qualcos’altro. E quando fai finta, puoi continuare senza farti troppo male, senza pensarci troppo. Se la violenza viene poi spezzata in fasi, ognuno diventa parte di una catena di montaggio: tutti sanno, pochi hanno il coraggio di vedere come stanno davvero le cose. E così ognuno può ripetersi la frase più pericolosa di sempre: “io faccio solo il mio lavoro”. 

La logistica del silenzio

Prendiamo i treni. Quando pensiamo ai treni della deportazione li immaginiamo come convogli segreti, fantasmi che correvano nella notte. È una convinzione sbagliata. I treni verso Auschwitz erano gestiti dalla Deutsche Reichsbahn, la compagnia ferroviaria del Reich. Ed erano regolarmente inseriti nell’orario ferroviario nazionale. I deportati erano normali passeggeri. Questo dovrebbe farci riflettere: lo Stato pagava loro il biglietto. Esisteva una tariffa precisa: 4 pfennig a chilometro. I bambini sotto i 4 anni viaggiavano gratis. Tra i 4 e i 10 anni pagavano metà biglietto. Sapete la cosa più agghiacciante? Per gruppi superiori a 400 persone, la Reichsbahn offriva uno “sconto comitiva”. Chi compilava moduli e staccava quei biglietti non erano mostri con le zanne. Erano impiegati che a fine mese avevano il premio produzione. Erano padri di famiglia che tornavano a casa e accarezzavano i figli con le stesse mani che avevano firmato l’ordine di trasporto per migliaia di coetanei verso le camere a gas. Tutto avveniva con precisione maniacale: fatture, tabelle, turni, procedure. Nessun gesto violento improvviso. È così che nasce la “logistica del silenzio”: l’orrore che diventa una pratica. L’eccezione che diventa regola. Le urla, i pianti, la sofferenza, provenienti dai treni, che diventano rumore di fondo. Tanto “non mi compete, io faccio solo il mio lavoro”. Rifaccio la domanda: com’è stato possibile che una società intera convivesse con una cosa simile? Una parte della risposta è che non ti chiedono di accettare l’orrore in un colpo solo. Ti chiedono di accettarne un frammento alla volta.

L’industria che collabora

A questo punto entra un’altra storia che rappresenta un pezzo enorme del meccanismo: il ruolo delle aziende, della tecnica, dell’ “efficienza”. Perché ad Auschwitz non lavoravano solo gerarchi fanatici. C’era anche un mondo di ingegneri, progettisti, tecnici. C’è una ditta che esiste ancora oggi, si chiama Topf & Söhne. Durante la guerra non produceva armi. Produceva forni crematori. A Birkenau, lavorava anche su componenti come la ventilazione e l’estrazione legate alle camere a gas. Non è una leggenda questa: è documentazione che fa parte degli archivi dei musei e del racconto pubblico del memoriale stesso. Chi lavorava per questa azienda non erano fanatici politici: erano professionisti orgogliosi. Alle SS proponevano brevetti per “migliorare la circolazione dell’aria” nei forni, per bruciare più corpi in meno tempo. Anche loro erano persone che “facevano solo il loro lavoro” e pensavano a “come far funzionare meglio”, “come ottimizzare” o come “ridurre i tempi”. È la stessa dinamica che vedevi nei treni: l’orrore che diventa una procedura. È qui che capisci la verità più difficile da digerire: la maggior parte del male nel mondo non è fatta da persone che scelgono di essere malvagie. È fatta da persone che decidono di essere obbedienti e vogliono “solo fare bene il proprio lavoro”.

L’orrore non si impone solo con la violenza, ma anche con la normalità. Con il linguaggio, con la burocrazia, con le abitudini, con la logistica. Così le urla che si ripetono nelle stazioni: non una, non due volte, sempre. Si infilano nella vita quotidiana fino a diventare “rumore di sottofondo”. E quando una cosa succede sempre, il cervello fa una cosa terribile: si abitua. Ecco perché il Giorno della Memoria non dovrebbe essere una giornata “per sapere”, ma una giornata per riconoscere i meccanismi: quelli che trasformano una cosa inaccettabile in una cosa “gestibile”, e poi, lentamente, in una cosa “normale”. Auschwitz non è caduta dal cielo. È stata costruita mattone dopo mattone, firma dopo firma, silenzio dopo silenzio. È stata costruita con il consenso di chi pagava le tasse, di chi guidava i treni, di chi vendeva e di chi comprava centinaia di barattoli di ZiklonB, il nome commerciale di questo gas cianidrico, capsule di colore azzurrino che a contatto con l’aria si disperdevano, si dice aeriformi; e così venivano gettate nelle camere a gas e impedivano alle persone di respirare, uccidendole per asfissia, lentamente, ci volevano anche 15 o 20 minuti.

Ricordare significa rompere la catena della logistica. Significa avere il coraggio di dire: “Questo non è un termine tecnico, questo è un uomo. Questo non è un danno collaterale, questo è un bambino”. Ora, la cosa importante: dire queste cose non serve a fare il giochino del “oggi è come allora”. Non funziona, ed è anche ingiusto verso la storia. Per me il senso del 27 gennaio è questo: non solo ricordare Auschwitz, è ricordare che una società può abituarsi a qualunque cosa se la sposti abbastanza lontano, se la chiami in un altro modo, se la trasformi in una procedura, se diventa abitudine. Allora il punto per me non è chiedersi: “Io cosa avrei fatto?”, che spesso serve solo a farci sentire migliori. Ma: "Io oggi, dove sto lasciando che la normalità copra qualcosa di disumano? Dove sto dicendo “non riguarda me”, non è compito mio, non voglio vedere?".

La Giornata della Memoria, secondo me, serve a questo: a restare umani, ad alzare lo sguardo e a chiamare le cose con il loro nome. Se non lo facciamo la prima cosa che muore non è la verità. È la coscienza.

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Sono giornalista e video reporter. Realizzo reportage e documentari in forma breve, in Italia e all'estero. Scrivo libri, quando capita. Il più recente è "Siate ribelli. Praticate gentilezza". Ho sposato Fanpage.it, ed è un matrimonio felice. Racconto storie di umanità varia, mi piace incrociare le fragilità umane, senza pietismo e ribaltando il tavolo degli stereotipi. Per farlo uso le parole e le immagini. Mi nutro di video e respiro. Tutti i miei video li trovate sul canale Youmedia personale.
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