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Guerra tra Iran, Usa e Israele

“In Iran fallimento strategico di Trump, è costretto ad assestare un colpo decisivo”: l’analisi di Marelli

L’intervista di Fanpage.it all’analista esperto di Iran Michele Marelli dopo quattro settimane di guerra: “Per il regime degli ayatollah vincere questo scontro è più facile perché si tratta di non cadere”
Intervista a Michele Marelli
Analista per Limes
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Il presidente Usa Donald Trump
Il presidente Usa Donald Trump
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Questa settimana potrebbe essere quella decisiva per gli Stati Uniti in Iran. Nelle intenzioni del presidente statunitense Donald Trump, l'attacco contro la Repubblica Islamica doveva essere un'operazione di pochi giorni, come il nome "Epic Fury" lasciava presagire, invece siamo ormai a un mese dall'avvio dell'offensiva congiunta con Israele.

La svolta, però, potrebbe arrivare proprio in questi giorni, come spiega a Fanpage.it l'interprete dal persiano e analista per Limes, Michele Marelli: "L'attacco dei Marines alle isole dello stretto di Hormuz potrebbe arrivare nel weekend. Un tentativo di sbloccare la situazione dopo il fallimento strategico di Trump".

Trump ha dichiarato di stare portando avanti i negoziati con l'Iran, ma non sembra stia ottenendo risultati in favore di una de-escalation. A che punto è la discussione?

Trump cambia idea ogni giorno, non farei quindi affidamento sulle sue dichiarazioni, ma è chiaro che gli interessa un accordo e per farlo deve trovarsi in una posizione che gli consenta di portare a casa almeno un risultato. Si prevede che gli Stati Uniti cercheranno di conquistare un’isola strategica nella zona dello stretto di Hormuz per cercare di sbloccare la situazione. L'obiettivo iniziale, il cambio di regime, evidentemente non è riuscito, e non può permettersi di chiudere così la partita. A un mese dall'inizio dell'attacco si trova costretto ad assestare un colpo decisivo.

Il segretario di stato Marco Rubio al termine dell'incontro del G7 del 27 marzo ha dichiarato che la guerra durerà al massimo altre quattro settimane. JD Vance invece è stato più cauto. Quanto durerà ancora il conflitto?

È difficile dare dei tempi. Per gli Stati Uniti vincere voleva dire abbattere il regime degli ayatollah, e non ci è riuscito, quindi ora c'è la voglia di venire fuori da questo pantano prima che si riveli un altro Vietnam. Il problema è che nessuna delle parti coinvolte può permettersi di chiuderla così. A Trump serve un accordo che davanti al proprio elettorato possa consentirgli di giustificare questa guerra e quali risultati ha portato. D'altra parte, la Repubblica Islamica non può fare un accordo da cui non risulti vittoriosa perché ha un problema di legittimazione interna molto forte dato che il regime è sostenuto da una minoranza, ed è quella più oltranzista. Ma per gli ayatollah vincere questo scontro è più facile perché si tratta di non cadere.

Israele invece cosa cerca di portare a casa da questa offensiva?

Israele ha una strategia e un obiettivo completamente diversi dagli Stati Uniti. Forse Benjamin Netanyahu si accontenterebbe anche di un Iran molto indebolito, quindi di un regime che anche se è più repressivo all'interno non può più far male all'esterno. Da anni parla della minaccia iraniana, e da dopo il 7 ottobre la strategia è stata quella di andare a prendere uno per uno tutti i proxies iraniani e gli alleati nella regione.

Hanno colpito duramente Hezbollah facendo fuori il numero uno Hassan Nasrallah. Poi hanno tirato giù il presidente siriano Bashshār al-Assad dopo che sembrava che fosse l'unico uscito indenne dalle primavere arabe. Tutto questo è parte di una strategia precisa: Israele considera l'Iran come la testa della piovra, quindi ha prima tagliato le braccia per poi andare a colpire la testa con il sostegno degli Stati Uniti. Fino a quando l'Iran esisterà, Israele continuerà a colpire.

Al potere c'è il figlio di Ali Khamenei, un segno di continuità interna. L'obiettivo del cambio di regime quindi è davvero fallito?

Al momento sì, è stato un fallimento strategico. La Repubblica Islamica si trova in una posizione di forza e, paradossalmente, gli è stata regalata una vittoria in cui neanche sperava. L'azzeramento dei vertici ha portato all'apice la nuova classe di pasdaran più radicale della precedente. Questo sta determinando un inasprimento nei confronti degli oppositori interni, ma anche una maggiore aggressività a livello regionale, ed è questo il pericolo che gli Stati Uniti e Israele non si possono permettere di correre.

È vero che il regime è stato decimato e che la Guida Suprema è stata uccisa, ma dal punto di vista del regime questo non è un problema. La macchina della repressione e quella militare continuano a funzionare e, anzi, per una questione culturale che spesso sottovalutiamo si è anche rafforzata.

In che modo?

L'ideologia sciita radicale vede nel martirio una legittimazione, quindi il "martirio" di Khamenei è interpretata come un segno del loro essere nel giusto.

Però il regime degli ayatollah è inviso alla popolazione iraniana. Alla luce delle fortissime proteste di piazza di gennaio, Stati Uniti e Israele non potrebbero usare come leva il dissenso interno?

I cittadini iraniani sono insofferenti verso il regime e non ho trovato una sola persona che non abbia gioito il giorno in cui Israele e Stati Uniti hanno attaccato. Moltissimi iraniani non considerano la Repubblica Islamica come Iran, e di conseguenza considerano quello israelo-statunitense come un attacco a un sistema, non al loro paese. Oggi, però, a un mese di distanza dall'avvio del conflitto, è chiaro che non ci sarà nessuna folla oceanica in piazza.

Questa era probabilmente anche l'idea iniziale: Trump evidentemente si aspettava che dando il primo colpo ai vertici si sarebbero innescate delle nuove proteste, cosa che non è successa perché i cittadini iraniani non erano disposti a farsi massacrare dato che gli Stati Uniti avevano atteso due mesi prima di intervenire. Un tempo lunghissimo in cui ci sono state decine di migliaia di morti. Gli Stati Uniti confidano ancora che la sollevazione popolare ci sarà quando la situazione diventerà insostenibile. Ma è una convinzione che non so su quale basi si fondi.

Perché?

Perché aggiungerebbe la repressione interna a quella esterna. Il trauma del massacro di gennaio è ancora vivido e c'è la consapevolezza che il regime non ha più un limite morale. Anzi, soprattutto grazie all'oscuramento di internet – che dura di più rispetto a quello di gennaio – qualunque crimine potrebbe essere commesso tranquillamente senza che si venga a sapere.

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