"Rispetto all'inizio di marzo il Coronavirus ha perso virulenza ma non è mutato. A cambiare è stata la malattia". Massimo Clementi, professore di Microbiologia e Virologia al San Raffaele di Milano, ha spiegato in diretta sul canale YouTube di Fanpage.it cosa sta succedendo in Italia per quanto riguarda l'emergenza Covid-19 e a che punto sono gli studi sul virus che finora ha fatto più di 30mila vittime solo nel nostro Paese. Stando a quanto emerso dagli studi condotti dal suo team di ricerca, organizzati in maniera collegata con i reparti clinici, Sars-CoV-2 non è mutato ma di certo sono cambiate le infezioni che provoca. "I clinici ci ripetevano che la malattia ha perso quelle caratteristiche di estrema gravità che presentava all'inizio dell'epidemia – ha spiegato il virologo -. A marzo il 20 per cento dei soggetti che venivano ricoverati finiva in terapia intensiva per gravi problemi respiratori. Poi questo dato è via via diminuito".

Il virus non è mutato ma la carica virale è più bassa

Perché si è verificata una situazione simile? "Il correlato virologico più importante sarebbe quello che il virus è mutato – ha continuano Clementi -. In realtà non abbiamo trovato mutazioni nelle sequenze del genoma del virus. Ne abbiamo segnalato due in casi isolati, quindi non possiamo dire sia mutato. E non essendo questa la causa delle modificazioni cliniche ci siamo rivolti in altre direzioni. Un altro dato importante è che la quantità di virus sui tamponi dei pazienti che sono stati ricoverati al San Raffaele nelle prime due settimane dell'epidemia è molto maggiore rispetto a quelli arrivati nelle ultime due settimane. A questo punto non resta che capire il perché di questa carica virale più bassa e quali eventi possano averla modificata".

Le tre ipotesi al vaglio degli studiosi sulla minore carica infettante di Sars-CoV-2

Tre sono al momento le ipotesi al vaglio degli studiosi. "La prima riguarda lockdown, che può aver determinato una minore carica infettante, ma non spiegherebbe tutto – ha sottolineato ancora Clementi -. Un'altra possibilità è il cambio di stagione e l'aumento dell'irraggiamento ultravioletto che sta aumentando con l'estate, ma anche qui può determinare una diminuzione della carica infettante come gli altri coronavirus che contagiano l'uomo stagionalmente. Infine, ed è questa l'dea che ci piace di più, pensiamo che questo virus possa già aver iniziato una fase di adattamento all'ospite, quindi all'uomo. Non è la prima volta che si verifica una condizione del genere. Un esempio abbastanza recente riguarda un virus influenzale che nel 2009 spaventò tutto il mondo dopo essere emerso in Messico e in generale in Centro America come risultato del mescolamento di un virus influenzale del maiale, di uno dell'uomo e di un altro la cui origine resta poco chiara. Essendo anche quello nuovo, all'inizio diede vita ad un'epidemia terribile, con tassi di mortalità elevati, tant'è che fu immediatamente elaborato un vaccino per frenarne la diffusione. Tuttavia, nel giro di pochi mesi questo virus perse la carica di virulenza che aveva all'inizio e continuò a circolare nell'uomo. Adesso lo rivediamo ogni tanto nelle infezioni stagionali e non fa molti danni. Questo per dire che spesso i virus hanno questo percorso, prima sono terribili e poi decresce la loro potenza".

Seconda ondata: "Impossibile fare previsioni"

Dunque, si può dire che il virus sia clinicamente morto, utilizzando un'espressione che nei giorni scorsi ha alimentato molte polemiche all'interno della comunità scientifica? Clementi ha pochi dubbi: "La verità è nell'avverbio. Questa affermazione del Professor Zangrillo deriva dalla sua osservazione clinica e dal fatto che le terapie intensive si sono effettivamente svuotate, prima evidenza che stava succedendo qualcosa. Ricordo ancora che in quelle prime settimane la grande preoccupazione era legata al fatto che le terapie intensive non sarebbero bastate a curare tutti i pazienti con insufficienza respiratoria, soprattutto al Sud". Su una possibile seconda ondata dell'epidemia da Coronavirus ha concluso: "Non posso fare previsioni e dire se e quando accadrà una cosa del genere, che potrebbe anche non verificarsi. Nel 2003, ad esempio, c'era l'epidemia della prima Sars, che si bloccò in giugno e non ricomparve più. Se Sars-CoV-2 si ripresenta, dobbiamo essere bravi a combattere sul territorio i primi focolai, isolando i contatti. Altra cosa importantissima: più persone si vaccineranno per l'influenza stagionale meno questa malattia sarà confusa con il Coronavirus".