C'è un buco nero nell'illustre curriculum del nuovo capo della polizia Lamberto Giannini, nominato dal consiglio dei ministri. Già capo della Digos di Roma negli anni più caldi delle contestazioni ai governi di Silvio Berlusconi, Giannini è stato per diversi anni direttore generale della pubblica sicurezza. Ma il nome del nuovo capo della polizia appare nelle trame di uno dei misteri più tristi e terribili del nostro paese, il caso dell'omicidio dei giornalisti Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, avvenuto  Mogadiscio il 20 marzo del 1994. Per quel delitto, ingiustamente ha scontato 17 anni di carcere il cittadino somalo Hashi Omar Hassan, la cui innocenza, sin da subito, venne sostenuta anche dalla famiglia di Ilaria Alpi. Dopo una lunga detenzione Hassan fu assolto, rimesso in libertà e indennizzato per il lungo periodo di detenzione ingiusta nell'ottobre del 2016. I giudici del tribunale di Perugia nelle motivazioni della sentenza scrissero che si trattava di "un depistaggio di ampia portata".

Ma cosa c'entra Lamberto Giannini con l'arresto e la detenzione ingiusta di Hassan e con il caso Ilaria Alpi? Lo stesso somalo, pochi giorni prima della sentenza di assoluzione raccontò a Fanpage.it come fosse stato incastrato dall'ex ambasciatore italiano in Somalia, Giuseppe Cassini, dall'intermediario somalo Ahmed Washington e da Ali Ahmed Rage detto Gelle che fu pagato, come lui stesso ammise molti anni dopo, per accusare Hassan di essere un membro del commando che uccise Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. La trappola nei confronti di Hassan scattò nel 1998 ed è qui che ritroviamo il ruolo di Lamberto Giannini. "Fui chiamato a testimoniare alla commissione parlamentare sui crimini dei soldati italiani in Somalia, era il 1998 e venni a Roma – raccontò Hassan nella sua intervista a Fanpage.it – subito dopo la mia audizione fui fermato dalla Digos di Roma" che all'epoca era diretta proprio da Lamberto Giannini. "La Digos mi portò in un ufficio insieme a quello che era stato l'autista di Ilaria Alpi in Somalia, subito dopo mi dissero che ero accusato dell'omicidio dei giornalisti – ricorda Hassan – a condurre l'interrogatorio fu Giannini". Sempre il neo capo della polizia aveva raccolto anche la testimonianza Sid Abdi, l'autista di Alpi e Hrovatin. Come si legge anche nella sentenza del Tribunale di Perugia, Abdi in un primo momento disse di non riconoscere in Hashi Omar Hassan uno degli uomini del commando che uccise i giornalisti, ma dopo una pausa di due ore e mezzo messa a gli atti come necessaria per la cena del teste, Abdi cambiò completamente versione accusando Hassan di essere autore dell'omicidio. Fu Giannini a raccogliere la "grande" quanto anomala accusa ad Hassan. Come raccontò lo stesso Hassan a Fanpage.it nel 2016: "L'autista restò in Italia fino a quando il mio processo non divenne definitivo, poi è tornato in Somalia e misteriosamente dopo 8 giorni è morto". Prima però riuscì a parlare con dei giornalisti locali: "Disse che avevano pagato anche lui per accusarmi, per questo lo avevano portato in Italia". L'altro grande accusatore, Gelle, subito dopo la deposizione alla Digos di Roma diretta da Giannini, fuggì all'estero, in Inghilterra, dove poi fu trovato nel 2016 dai giornalisti di "Chi l'ha visto?" ed ammise di essere stato pagato per accusare Hassan. I processi che portarono alle condanne in primo e secondo grado di Hashi furono viziati secondo i giudici di Perugia, che assolsero Hassan, dal fatto che "né la polizia somala, né il SISDE, né i Carabinieri italiani presenti a Mogadiscio avevano svolto effettive indagini e i loro rapporti relativi ai moventi del duplice omicidio sono definiti fantasiosi e senza alcuna indicazione nelle fonti".

Una vicenda ancora oggi oscura e torbida, in cui il neocapo della Polizia ebbe un ruolo tutt'altro che marginale. Hashi Omar Hassan scontò ingiustamente 17 anni di carcere, per la magistratura quello fu un "depistaggio", ed ancora oggi la verità sui mandati e gli esecutori dell'omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin appare assai lontana.

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