Famiglia che vive nel bosco a Chieti, il tribunale porta via i 3 bimbi: trasferiti in una struttura protetta

È arrivata la decisione del tribunale per i tre bambini della famiglia anglo-australiana che vive nella casa nel bosco a Palmoli, nella provincia di Chieti: devono lasciare la loro abitazione e trasferirsi in una comunità educativa. In questa struttura protetta i tre bambini – una bimba di otto anni e due gemelli di sei – resteranno insieme alla madre per un periodo di osservazione.
A prendere una decisione su questa famiglia, la cui storia da settimane sta facendo discutere, è stato il tribunale per i minori dell'Aquila, intervenuto ieri nella casa con assistenti sociali, l’avvocato della coppia Giovanni Angelucci e forze dell'ordine per dare esecuzione del provvedimento del giudice.
La famiglia che vive nei boschi di Chieti era finita nel mirino della Procura minorile dell'Aquila dopo un ricovero dei bambini rimasti intossicati da funghi raccolti nei boschi. I carabinieri erano intervenuti ed era scattata una segnalazione che aveva comportato la sospensione della potestà genitoriale, senza però interrompere l'affidamento dei minori alla famiglia.
Con questo ultimo provvedimento, si è deciso che i bambini dovranno stare nella comunità indicata dal tribunale e la madre resterà con loro.
Dal provvedimento emerge che l'ordinanza non è fondata sul pericolo di lesione del diritto dei minori all'istruzione, ma sul pericolo di lesione del diritto alla vita di relazione, articolo 2 della Costituzione, "produttiva di gravi conseguenze psichiche ed educative a carico del minore". È stato nominato un tutore provvisorio dei minori, l'avvocata Maria Luisa Palladino. Secondo il Tribunale "la deprivazione del confronto fra pari in età da scuola elementare può avere effetti significativi sullo sviluppo del bambino, che si manifestano sia in ambito scolastico che non scolastico". Bisogna allontanare i minori "in considerazione del pericolo per l'integrità fisica derivante dalla condizione abitativa, nonché dal rifiuto da parte dei genitori di consentire le verifiche e i trattamenti sanitari obbligatori per legge".
Da parte loro, i genitori dei tre bimbi si erano “difesi” affermando che la loro scelta di far crescere i figli in quel modo – senza collegamenti a elettricità, acqua e gas – non nasce da negligenza, ma dal desiderio di vivere a contatto con la natura.
La loro storia ha scatenato un acceso dibattito nel momento in cui è diventata pubblica: c’è chi ha sostenuto lo stile di vita della famiglia – tanto che finora circa 31mila persone hanno firmato una petizione online per chiedere che possa restare unita nella casa nel bosco – e chi invece non è d’accordo con una scelta simile chiedendo appunto l'intervento del giudice.
Sul caso è intervenuto anche l'avvocato Angelucci: "Nella sentenza di ieri sono state scritte falsità. I provvedimenti non si commentano ma si impugnano, per questo faremo ricorso". "Sono andati in cortocircuito – ha detto ancora -. Nell'ordinanza di insiste ancora sull'istruzione dei minori che, secondo i giudici, non avrebbero l'autorizzazione all'home schooling. Alla più grande viene anche contestato l'attestato di idoneità per il passaggio alla classe terza perché non ratificato dal ministero. Attestato che, invece, c'è ed è anche protocollato".