Sono passati dieci anni, è cambiato tutto, non è cambiato niente. Dalla cella dove è recluso nel carcere di Bollate, Massimo Giuseppe Bossetti continua a gridare la sua innocenza, come il primo giorno. La famiglia Gambirasio resta chiusa nel medesimo religioso riserbo del 26 novembre 2010. Il caso, è ancora al centro dei programmi noi  di approfondimento. Qualcuno, come Ester Arzuffi, la madre di Bossetti, non c'è più; qualcun altro, come Laura Bossetti, la sorella del condannato all'ergastolo, ha chiesto di cambiare cognome. Il panorama, lo stesso, nebbioso e gelido, a Brembate di Sopra è quello di dieci anni fa, quando Yara usciva per l'ultima volta dalla palestra dove si allenava.

Non è facile dimenticare questo delitto. Intanto perché è il primo, in Italia, a vedere la sua soluzione grazie a un'indagine basata sulla geneaologia forense. Il primo in cui il colpevole è stato trovato in un laboratorio di genetica, inseguendo alleli e cromosomi, costruendo alberi genealogici che hanno scomodato padri naturali e relazioni clandestine, frugando nell'intimità di quella che sarebbe stata, altrimenti, una famiglia normale.

Poi c'è lui, Massimo Giuseppe Bossetti, il colpevole. L'operaio, il marito, il padre che rientra a casa in orario e la sera naviga sui siti per adulti digitando ‘ragazzine depilate'. Quello che si addormenta con un segreto e si sveglia in orario per andare in cantiere, senza tradire emozioni. E poi c'è lei quella ragazzina raggomitolata in un campo deserto, sola, per mesi, mentre in cerca di lei partivano legioni di volontari. Era proprio lì, dove era stata cercata e dove nessuno l'avrebbe avvistata, proprio come sarebbe successo dieci anni dopo a Viviana e Gioele.

Dieci anni, è cambiato tutto, non è cambiato niente. A Brembate ci sono ancora giornalisti in pellegrinaggio, come se la ragazza più famosa d'Italia potesse ancora tornare a casa da un giorno all'altro. Bossetti scrive il suo libro, l'avvocato lavora alla sua difesa. Certi incubi, come il caso Yara, non finiscono, stanno lì in agguato pronti a tornare prepotentemente quando abbassiamo le difese.