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Daniela Zinnanti, quando alle donne diciamo di chiedere aiuto ma il sistema che dovrebbe proteggerle non funziona

Il femminicidio di Daniela Zinnanti a Messina per mano del suo ex, Santino Bonfiglio, che lei aveva già in passato segnalato alle forze dell’ordine, ci mette per l’ennesima volta davanti un paradosso: le donne denunciano e poi muoiono perché non siamo riuscite e proteggerle come avremmo potuto e dovuto.
A cura di Margherita Carlini
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Santino Bonfiglio ha confessato di avere ucciso la sua ex compagna Daniela Zinnanti. Non poteva fare diversamente.

Lo ha fatto quando, due giorni dopo il femminicidio, è stato ritrovato il corpo di Daniela, dilaniato da decine di coltellate. Lo ha fatto dopo che gli inquirenti, acquisendo i filmati delle telecamere di sorveglianza presenti in zona, lo hanno identificato mentre si allontanava frettolosamente dall’abitazione di Daniela la sera in cui l’ha uccisa.

Bonfiglio era stato arrestato e posto ai domiciliari per reati contro la persona, violenza e minacce, a seguito della denuncia presentata da Daniela circa un mese fa, dopo che l’aveva picchiata tanto violentemente da romperle le costole. E Daniela aveva paura. Precedentemente era stata presentata un’altra denuncia, poi ritirata.

Un comportamento ambivalente, quello di Daniela, tipico delle donne che vivono all’interno di relazioni abusanti. Dettato dalla paura di conseguenze peggiori, dall’incertezza per il futuro, dal terrore di non essere credute o adeguatamente tutelate. Come darle torto. Un comportamento che è la diretta conseguenza di quelle che sono le dinamiche tipicamente abusanti: mai fatte di sola violenza, alternando fasi in cui all’agito violento segue la percezione del pericolo e l’istinto di proteggersi, a fasi in cui tutto sembra passato, dimenticato, scampato.

A seguito della denuncia di gennaio era stata prevista l’applicazione del braccialetto elettronico, un dispositivo che però a Messina non era ancora disponibile. Questo ha consentito che quella sera Bonfiglio si allontanasse dall’abitazione dove era ai domiciliari e si avvicinasse indisturbato a Daniela. La previsione, da parte di un giudice, di tale misura cautelare presuppone, a monte, una adeguata valutazione del rischio di recidiva e di escalation delle condotte abusanti che lo stesso aveva già posto in essere e pertanto della pericolosità di questo uomo che, ciononostante, è stato lasciato libero di agire.

Ecco che il femminicidio di Daniela, come molti altri che avvengono a seguito di denunce presentate dalle parti offese ed in fase separative, ci impone di fare i conti con un sistema che certamente non funziona.

Nell’ultimo decennio il quadro normativo in tema di violenza di genere nel nostro Paese è stato significativamente rafforzato, con introduzione di norme e fattispecie di nuovi reati. Si pensi alla legge sullo stalking (art. 612 bis), al cosiddetto codice Rosso (legge n.69/2019) fino alle modifiche introdotte con il decreto legge 93/2013 e alla cosiddetta legge sul femminicidio (n.181/2025), oltre alla ratifica dal 2013 della Convenzione di Istanbul che offre indicazioni chiare e dettagliate su quelle che dovrebbero essere le azioni, in termini di prevenzione e tutela, da porre in essere in casi di questo tipo.

Eppure, nonostante questo, la reale tutela delle vittime resta insufficiente. Il problema fondamentale sta nel fatto che, come ci insegna la Convenzione, la repressione ha poca efficacia in questo contesto, è necessario agire prevalentemente in termini di prevenzione e tutela garantendo una reale applicazione concreta delle norme.

Norme che prevedono effettivamente la possibilità di adottare strumenti a tutela, come l’allontanamento dell’aggressore, la possibilità di applicare il braccialetto elettronico, la possibilità di accelerare i tempi della denuncia e dell’ascolto delle vittime, ma la cui applicazione risulta inadeguata e lacunosa. Spesso i tempi restano estremamente lunghi, e le misure di intervento, in termini di protezione e tutela, inadeguate ed inefficaci.

In questo contesto, per quella che è la mia esperienza diretta, nel lavoro a sostegno delle donne e dei minori vittime della violenza di genere, le donne sono sempre più informate e consapevoli. Questo consente loro di riuscire a riconoscere prima le forme della violenza, ad acquisire in tempi brevi la consapevolezza di essere all’interno di una relazione abusante, di essere al corrente degli strumenti di tutela e degli apparati istituzionali o del terzo settore a cui possono rivolgersi per chiedere aiuto.

Sebbene la gran parte del fenomeno, ancora oggi, è rappresentata dal sommerso, attualmente sono sempre di più le donne che chiedono aiuto. Ma se il sistema non è adeguatamente formato e realmente efficace in termini di tutela, si assiste ad un paradosso. Le donne denunciano e poi muoiono perché non siamo riuscite e proteggerle come avremmo potuto e dovuto.

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Sono Psicologa Clinica, Psicoterapeuta e Criminologa Forense. Esperta di Psicologia Giuridica, Investigativa e Criminale. Esperta in violenza di genere, valutazione del rischio di recidiva e di escalation dei comportamenti maltrattanti e persecutori e di strutturazione di piani di protezione. Formatrice a livello nazionale.
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