Uno degli aspetti più preoccupanti legati alla COVID-19, l'infezione scatenata dal nuovo coronavirus emerso in Cina (SARS-CoV-2), risiede nel fatto che il 10 percento dei pazienti colpiti finisce in terapia intensiva. “Per il 90 per cento dei pazienti è facilmente risolvibile, ma nel restante 10 percento dei casi, soprattutto se anziani o con un quadro clinico compromesso, richiede il passaggio in terapia intensiva”, si legge in una nota diffusa dalla Regione Lombardia. Nella maggior parte dei casi, dunque, in terapia intensiva finiscono persone anziane, immunodepresse e/o con patologie pregresse importanti (comorbidità), tuttavia questo tipo di assistenza può rendersi necessaria anche per giovani e in salute. Lo dimostra il caso di Mattia, il 38enne amante dello sport considerato il “paziente 1” del focolaio epidemico lombardo; versa in gravi condizioni ed è ricoverato da diversi giorni presso il reparto di malattie infettive del Policlinico San Matteo di Pavia. A causa dell'elevata contagiosità del virus il rischio principale è che si ammalino tantissime persone tutte assieme – nel momento in cui stiamo scrivendo, in Italia, si registrano oltre 1600 contagiati -, e dato che i posti per la terapia intensiva non sono illimitati, c'è la concreta possibilità di andare a saturare questi delicati reparti degli ospedali, come del resto già denunciato dalla Regione Lombardia, dove si sta vivendo la situazione più critica.

Quanti sono i posti letto per la terapia intensiva in Italia

In Italia sono disponibili in tutto circa 9.000 posti letto per la terapia intensiva, mentre quelli per la terapia intensiva neonatale sono circa 1.100. Sono concentrati principalmente nelle più grandi e importanti strutture ospedaliere del Paese. Nel Lazio, ad esempio, ci sono circa 550 posti letto, più altri duecento destinati alla terapia sub-intensiva e circa 130 per la terapia intensiva neonatale, distribuiti soprattutto tra lo Spallanzani – dove sono ricoverati i pazienti affetti da coronavirus nel Lazio e dove è stato isolato il patogeno dalla prima coppia cinese ricoverata -, il Policlinico Gemelli, l'Umberto I e il San Camillo. In Lombardia, come affermato in seno a una conferenza stampa dall’assessore al Welfare Giulio Gallera, i posti per la terapia intensiva sono in tutto 900, ma se ne stanno approntando altri 150. Va tenuto presente che questi numeri non sono i posti disponibili per le persone più gravi infettate dal coronavirus, ma quelli complessivi, e in larga parte già occupati da pazienti con altre condizioni gravi. Fortunatamente il numero di posti letto per la terapia intensiva è “fluido” e non è fisso; come spiegato dal viceministro della Salute Pierpalo Sileri a SkyTg24: “I posti negli ospedali destinati alla terapia intensiva sono al 90% oggi già occupati ma, in caso di bisogno, possono essere aumentati anche di migliaia. Qualcuno che ha un’altra patologia ad esempio può essere spostato in altre regioni dove non c’è epidemia”. La situazione più critica al momento si sta vivendo proprio in Lombardia, dove i pazienti ricoverati negli ospedali maggiormente sotto pressione a causa del focolaio epidemico (come quelli di Lodi e Cremona) vengono trasferiti a Milano.

La carenza di medici specializzati

Tra i problemi principali dell'emergenza coronavirus non vi è solo il numero di posti letto per la terapia intensiva, ma la carenza cronica di personale medico specializzato. Ci dovrebbero essere un medico e due infermieri (tutti specializzati per questo tipo di assistenza) ogni quattro pazienti in terapia intensiva, ma con il picco di malati gravi con COVID-19 c'è il rischio di non riuscire a rispettare questi numeri. Come spiegato a Repubblica dal direttore del laboratorio di Epidemiologia clinica dell’Istituto Mario Negri Guido Bertolini: “A volte le terapie intensive sono state accorpate a quelle sub-intensive. Mentre nelle prime devono esserci due infermieri e un medico ogni quattro pazienti, nelle seconde il rapporto si dimezza. In situazioni di emergenza, si rischia di non assistere i pazienti in modo adeguato”. Anche per questa ragione gli esperti considerano fondamentali le misure di isolamento e quarantena delle persone e, laddove necessario, anche di interi paesi o città (come nelle “zone rosse”); in questo modo si permette di non ingolfare il sistema sanitario contenendo il più possibile il numero di contagi, che fra l'altro interessano già diversi operatori sanitari.

Cos'è la terapia intensiva

Come sottolineato dall'Associazione Europea di Medicina della Terapia Intensiva (ESICM – European Society of Intensive Care Medicine), la terapia intensiva è la “specialità medica che supporta i pazienti la cui vita è in pericolo immediato, come quando un organo vitale come cuore, fegato, polmoni, reni o sistema nervoso è interessato”. Nel caso dell'infezione scaturita dal nuovo coronavirus, la terapia intensiva può rendersi necessaria per fornire ventilazione artificiale ai pazienti, a causa delle gravi difficoltà respiratorie che il patogeno può innescare. In terapia intensiva si può finire dopo un infarto, un ictus, infezioni, gravi traumi (ad esempio dopo un incidente stradale o una caduta), ustioni e molto altro ancora, compresa l'assistenza post-operatoria dopo delicati e invasivi interventi chirurgici. Si stima che ogni anno, nel mondo, circa 5 milioni di pazienti richiedano assistenza nelle unità di terapia intensiva (ICU), numeri destinati a salire proprio a causa della diffusione della COVID-19. Come sottolineato dall'ESICM: “La maggior parte dei pazienti in terapia intensiva sopravvive”.

A cosa serve la terapia intensiva

Lo scopo della terapia intensiva è quello di ristabilire la funzionalità di uno o più organi compromessi – come ad esempio i polmoni a causa di SARS-CoV-2 -, di “stabilizzare” il paziente e permettere il suo trasferimento in un altro reparto per un trattamento specifico e meno “intenso”. “Per garantire questo specifico livello di assistenza – spiega l'ESICM – l'ICU ha un team di personale altamente qualificato e attrezzature mediche speciali. Senza trattamento e monitoraggio e sorveglianza adeguati, le conseguenze di questo tipo di malattie possono essere pericolose per la nostra salute e la situazione potenzialmente letale”. La degenza in terapia intensiva può durare da alcune ore fino a settimane e addirittura mesi; tutto dipende dalla condizione in cui versa il paziente. Si tratta di un trattamento delicato durante il quale la situazione del paziente può evolvere anche in peggio, con l'insorgenza di complicazioni; per questo è fondamentale l'assistenza 24 ore su 24 e 7 giorni su 7 da parte del personale medico. Una stanza attrezzata per la terapia intensiva prevede la presenza di macchinari di vario genere (respiratore automatico, defibrillatore, sonde nasali etc etc), monitor e allarmi di diverso tipo e farmaci fondamentali per il supporto delle funzioni vitali. Attorno al letto deve esserci anche posto sufficiente per garantire il rapido intervento del personale sanitario in caso di necessità. In altri Paesi la terapia intensiva è considerata sinonimo di rianimazione.