video suggerito
video suggerito
Covid 19

Coronavirus, lo studio degli scienziati siciliani: “Riaprire prima il Sud”

Da una ricerca dell’università di Catania è venuta fuori una mappa dell’Italia che fotografa le regioni a più alto rischio di diffusione di epidemie. Analizzando insieme sette parametri, i prof suggeriscono un modello per decidere le riaperture dopo la fase del lockdown. “Le regioni che hanno un rischio minore potrebbero essere riaperte prima. Sarà inevitabile convivere con il virus, ma non necessariamente tutti allo stesso modo”, dice uno degli scienziati che firma lo studio.
A cura di Luisa Santangelo
4.021 CONDIVISIONI

“Il Sud? Rischi a priori minori rispetto al Nord, forse potrebbe essere riaperto prima”. Parola di un team di studiosi dell’università di Catania che, nei giorni scorsi, ha pubblicato la ricerca dal titolo A Novel metodology for epidemic risk assessment: the case of COVID-19 outbreak in Italy. Una squadra multidisciplinare fatta di medici, fisici, economisti, ingegneri e matematici al fine di rispondere a una domanda: “Perché i decessi e i casi gravi sono localizzati prevalentemente nel Nord Italia? Come si spiega questa discrepanza con il Centro-Sud? È stato questo il nostro punto di partenza”, dice a Fanpage.it il professore Andrea Rapisarda, associato di Fisica teorica dell’ateneo catanese, che ha lavorato insieme ai colleghi Alessio Biondo, Giuseppe Inturri, Vito Latora, Alessandro Pluchino, Rosario Le Moli, Giovanni Russo, alla ricercatrice Nadia Giuffrida e alla dottoranda Chiara Zappalà.

Immagine
Attiva le notifiche per ricevere gli aggiornamenti su

L’intenzione non era quella di stabilire rapporti di causa ed effetto, ma evidenziare le relazioni tra sette parametri e il numero dei contagi. Il modello che ne è venuto fuori è una mappa dell’Italia che fotografa le regioni a più alto rischio e quelle in cui, invece, il rischio epidemico è più basso. “A testimoniare la bontà del nostro lavoro, c’è un dato incontrovertibile: dalla nostra analisi risulta che le regioni italiane più a rischio rispetto alla diffusione e al maggiore impatto dell’epidemia sono anche quelle in cui in effetti questo è accaduto: Lombardia, Piemonte, Veneto ed Emilia Romagna”, afferma il fisico Alessandro Pluchino.

In varie discipline la valutazione del rischio è parte fondamentale del lavoro. I prof hanno però deciso di mettere insieme le competenze di tutti. “In Ingegneria si valuta il rischio dovuto a eventi catastrofici, cambiamenti climatici o condizioni di lavoro – spiega a questa testata Giuseppe Inturri, del dipartimento di Ingegneria elettrica, elettronica e informatica – Di solito si mettono in un triangolo tre componenti del rischio: la prima è la possibilità di un evento di fare danno, in questo caso la presenza del virus; poi l’esposizione, cioè quante persone sono esposte; infine, quanto queste persone sono vulnerabili”. Dal prodotto di queste tre variabili, si ottiene così un “indice del rischio a priori, prima ancora che l’evento si manifesti”.

Le variabili usate nel caso del Covid-19 riguardano anche gli spostamenti della popolazione tra Comuni diversi, quanto sono compatte le città e la densità delle strutture ospedaliere. “Alcuni studi hanno dimostrato che ospedali e strutture sanitarie in generale possono diventare diffusori particolarmente forti”, prosegue Inturri. I fatti gli vengono in soccorso: i contagi tra il personale medico e i pazienti nelle strutture sanitarie, del resto, sono tema caldo dall’inizio della pandemia. Più complesso è il tema della vulnerabilità: come calcolare chi è più vulnerabile? Certo, c'è il fattore età.

Ma anche l’inquinamento, la quantità di Pm10 nell’aria, “perché spesso l’esposizione prolungata a un’aria non pulita produce individui con difficoltà respiratorie pregresse”, aggiunge l’ingegnere. “Ogni giorno sentiamo che le centraline delle città e delle regioni indicano che i limiti di micro particolato atmosferico vengono superati – interviene Rosario Le Moli, del dipartimento di Medicina clinica e sperimentale – Eppure non gli diamo peso”.

Immagine

“Prima della chiusura, la diffusione del virus deve essere stata relativamente omogenea, con focolai sparsi in diverse regioni italiane – sostiene Pluchino – ma non altrettanto omogenei sono stati gli effetti che si sono osservati”. “Questi elementi, messi insieme, ci permetterebbero di immaginare un piano migliore per gestire le emergenze sanitarie”, commenta Inturri.

Per fare fronte all'emergenza e limitare il contagio, “essenzialmente, sono state adottate delle misure di politica economica molto drastiche e uguali per tutte le regioni”, come il lockdown, dice l’economista Alessio Biondo. "Tuttavia, nel nostro studio proponiamo un modello che consentirebbe all’esecutivo di scegliere misure restrittive o potenziamento delle strutture disponibili, sulla base di riferimenti concreti. Se riaprissimo domani, non avendo ancora una cura disponibile, che cosa avremmo costruito per affrontare la situazione meglio di quanto non avessimo all’inizio dell’emergenza?", domanda Biondo.

In questo senso la ricerca dà una risposta: “Le regioni che hanno un rischio minore potrebbero essere riaperte prima. Sarà inevitabile convivere con il virus, ma non necessariamente tutti allo stesso modo. E magari anche con misure differenziate tra categorie diverse di popolazione”. Ferme restando le buone pratiche di prevenzione e di distanziamento sociale.

4.021 CONDIVISIONI
32822 contenuti su questa storia
autopromo immagine
Più che un giornale
Il media che racconta il tempo in cui viviamo con occhi moderni
api url views