In queste settimane che hanno visto protagonista l'emergenza coronavirus, sono molte le domande che ci poniamo: se le misure varate dal governo siano effettivamente in grado di frenare la diffusione dell'infezione, se il sistema sanitario possa reggere a lungo un numero così alto di ricoveri, oppure se sia già raggiunto o meno il picco di contagi. Con un Paese spaccato a metà, tra chi pensa che si stia sottovalutando una pandemia e chi invece afferma che si stia diffondendo il panico per una normale forma di influenza, diventa sempre più importante prestare ascolto alle autorità sanitarie. Per fare chiarezza Fanpage.it ha contattato il professor Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione GIMBE che si occupa di  promuovere attività di formazione e ricerca in ambito sanitario. Ecco cosa ci ha detto.

Dalle analisi che realizza la Fondazione GIMBE sui dati ufficiali della Protezione Civile emerge che in Italia c’è una crescita esponenziale del numero di casi di coronavirus. Se i casi dovessero continuare ad aumentare secondo questa tendenza, il sistema sanitario pubblico rischia il collasso? Qual è il worst case scenario?
È quello che stiamo già vedendo in Lombardia, dove la situazione peggiora di giorno in giorno. Ieri, 5 marzo, si contavano un totale di 1.413 pazienti in ospedale, di cui 244 in terapia intensiva. Il fatto che in due giorni il numero dei decessi sia quasi raddoppiato (da 55 a 98), indipendentemente dalle condizioni cliniche e dall’età, è una spia rossa non trascurabile.

Siamo destinati ad assistere a un'impennata di contagi anche nelle altre Regioni? Ad esempio al Sud Italia?
Il virus è in Italia già da molto tempo, si diffonde molto rapidamente e l’impennata è già iniziata. Ieri 5 marzo, escludendo Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto, i casi in tutte le altre Regioni erano 502 (13% del totale). Il 24 febbraio solo 7. Alla stessa data il totale delle Regioni con almeno 1 caso erano 6, oggi il virus le ha raggiunte tutte.

Che peso stanno avendo i tagli al Ssn ora che ci troviamo in un'emergenza?
Le nostre analisi documentano un saccheggio di € 37 miliardi, tra tagli e definanziamento, dal 2010 al 2019: i livelli essenziali di assistenza non sono già garantiti in maniera uniforme in molte Regioni. La gestione dell’emergenza non sarà una passeggiata, visto che sta mettendo in ginocchio uno dei migliori servizi sanitari d’Italia.

Il Governo ha varato un Dpcm contenente delle misure valide per tutto il territorio nazionale. Allargare le misure contenitive oltre le zone rosse e gialle può frenare o invertire la rotta della parabola dei contagi?
Il cocktail di misure previste dal Governo è in linea con le evidenze scientifiche sintetizzate e pubblicate dalla Fondazione GIMBE proprio oggi. Le misure di distanziamento sociale (isolamento dei malati, quarantena dei soggetti esposti, tracciatura dei contatti, chiusura delle scuole, misure per gli ambienti di lavoro e divieto di assembramenti) sono l’unica arma a nostra disposizione per contrastare l’epidemia. Queste misure infatti, riducendo la trasmissione del virus, ritardano il picco dell'epidemia, ne riducono l’entità e distribuiscono i casi su un arco temporale più lungo per consentire al sistema sanitario di prepararsi adeguatamente e consentire una migliore gestione dei casi sintomatici. Ovviamente la loro efficacia è sempre condizionata da un’attuazione tempestiva e da un’elevata aderenza alle raccomandazioni da parte di amministratori locali e cittadini. Ma ci vorranno almeno un paio di settimane per misurarne gli effetti.

Ci sono delle misure che non sono state inserite nel decreto e che potrebbero invece essere utili per contenere la diffusione del virus?Chiudere al pubblico piscine e palestre dove di fatto è impossibile contingentare il numero di persone negli spogliatoi, e misure sul trasporto pubblico, per il quale ad oggi vige solo un generico obbligo di disinfezione quotidiano dei mezzi.

Quali sono gli errori da evitare quando i casi inizieranno invece a diminuire?
Adesso concentriamoci su tre aspetti: gestire lo tsunami in Lombardia (speriamo solo lì), preparare adeguatamente i servizi sanitari delle altre regioni a gestire l’emergenza e seguire diligentemente tutte le misure di distanziamento sociale, senza fare troppe chiacchiere. Prima la salute, poi l’economia.

Parlando invece di misure più propriamente sanitarie, dal 28 febbraio si è deciso di effettuare tamponi solo su casi sintomatici. Da quella data stiamo effettuando circa 2 mila test al giorno, in leggero aumento. È giusto effettuare un numero ridotto di tamponi?
In questa fase dell’epidemia sì: i soggetti infetti asintomatici o con sintomi lievi devono seguire le misure di distanziamento sociale. Infatti, la tracciatura dei contatti apporta benefici marginali a fronte delle risorse necessarie, in quanto dopo la fase iniziale dell’epidemia il numero di casi cresce esponenzialmente in poco tempo. Ecco perché non serve fare tamponi a tutti.

tot. contagiati 105.792
31 marzo 2.107
tot. guariti 15.729
31 marzo 1.109
tot. deceduti 12.428
31 marzo 837