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Cambiamenti climatici

Clima, il mondo sarà più caldo di 3°. L’esperto: “In Italia piogge estreme e siccità, siamo impreparati”

Enrico Scoccimarro, del Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici, spiega quali saranno le conseguenze in Italia di un aumento delle temperature di 3 gradi a fine secolo: piogge estreme alternate a lunghe siccità. Uno scenario al quale non ci stiamo minimamente preparando.
Intervista a Enrico Scoccimarro
Direttore della Divisione per la variabilità e la previsione climatica dell'Istituto per le previsioni del sistema terrestre - CMCC.
A cura di Davide Falcioni
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L’alluvione in Emilia Romagna
L’alluvione in Emilia Romagna
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Mentre i leader mondiali minimizzano gli effetti del cambiamento climatico e continuano a non tradurre gli impegni degli Accordi di Parigi in azioni concrete, la realtà fisica del pianeta sta scrivendo un copione diverso, decisamente più brutale per tutto il mondo e in particolar modo per il Vecchio Continente. L’ultimo rapporto dell’European Scientific Advisory Board on Climate Change (ESABCC), pubblicato oggi,  invia un segnale inequivocabile: i Paesi europei non possono più basare le loro pianificazioni su scenari ottimistici ma devono prepararsi a un riscaldamento globale che, entro il 2100, raggiungerà con alta probabilità una forchetta compresa tra i 2,8 e i 3,3 gradi centigradi.

Si tratta di un valore quasi doppio rispetto agli obiettivi climatici fissati nel 2015 con gli Accordi di Parigi, una prospettiva che gli scienziati definiscono senza mezzi termini "catastrofica". Ma cosa significa questa cifra per la penisola italiana? Quali saranno gli effetti sul territorio, l'economia e la salute dei cittadini? Fanpage.it lo ha chiesto a Enrico Scoccimarro, Direttore della Divisione per la variabilità e la previsione climatica del CMCC (Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici), il quale premette una nota "metodologica": "Questi numeri sono ottenuti in base a simulazioni che si fanno con modelli numerici su scala globale. Sostanzialmente, diamo in pasto a un modello accoppiato atmosfera-oceano diverse potenziali variazioni di concentrazione dei gas serra. Siamo cosi in grado di verificare cosa ci possiamo attendere in termini di aumento della temperatura del pianeta, dipendentemente dallo scenario emissivo".

I dati contenuti nel rapporto ESABCC confermano una preoccupante asimmetria: l'Europa è il continente che si sta scaldando più velocemente al mondo, con una velocità circa doppia rispetto alla media globale. Negli ultimi cinque anni, le temperature medie annuali europee sono già state di circa 2,4°C superiori ai livelli pre-industriali.

In Europa un aumento anche superiore a 3°C

"Non dobbiamo immaginare questo riscaldamento come una coperta stesa uniformemente sul planisfero", chiarisce Scoccimarro. "Immaginate il pianeta diviso in tanti quadratini. In ognuno di questi si ha un valore di cambiamento di temperatura. Se prendi la media globale, si arriva a quei 3 gradi, ma questo significa che ci sono regioni che si scalderanno molto di più. La regione mediterranea, dove si trova l’Italia, è considerata un hotspot, ovvero una di quelle aree che subisce l'accelerazione maggiore. Sull'Europa, un aumento medio globale di 3 gradi si traduce in regioni dove l'aumento raggiungerà anche i 4 gradi durante l'anno, con variazioni ancora più accentuate nel periodo estivo".

Ebbene, le conseguenze in termini climatici sono significative anche con un grado e mezzo di variazione. "Ma quando andiamo a tre gradi, i cambiamenti diventano drammaticamente robusti e pervasivi".

Il "secchio atmosferico": perché piove meno, ma peggio

Uno dei pilastri dell'analisi di Scoccimarro riguarda la fisica delle precipitazioni, un tema che tocca da vicino le recenti tragedie in Emilia-Romagna. Il rapporto ESABCC evidenzia come l'Europa meridionale sia destinata a una drastica riduzione delle piogge estive, con periodi di siccità più frequenti e prolungati.

Tuttavia, Scoccimarro avverte che questo non significa semplicemente "meno acqua". Anzi, la dinamica è molto più insidiosa. "In un mondo più caldo, la quantità d'acqua che può essere contenuta nella colonna atmosferica è più alta. È la metafora del secchio: una volta che scattano gli eventi estremi di precipitazione, si svuota tutto il secchio insieme. Se il secchio è mediamente più pieno grazie ad un ambiente più caldo che può contenerne di più, la quantità d'acqua disponibile per l'evento è maggiore".

Questa riconfigurazione delle precipitazioni – totalmente assenti poi improvvisamente abbondanti e ingestibili – è il peggior scenario possibile. "Aumentano sia i giorni in cui non piove, sia le quantità d'acqua associate ai giorni in cui piove molto", osserva Scoccimarro. "Per l'agricoltura è un peggioramento netto, perché una precipitazione uniformemente distribuita è un vantaggio, mentre lunghi periodi di siccità interrotti da alluvioni distruttive sono deleteri".

Il bilancio di vite e il collasso economico

Le conseguenze di questo "mondo a +3 gradi" sono documentate dal rapporto ESABCC con precisione agghiacciante. Solo nell'estate del 2025, il calore estremo ha causato circa 24mila morti premature in 854 città europee. Di queste, oltre due terzi sono state attribuite direttamente al cambiamento climatico indotto dall'uomo.

L'Italia e il Sud Europa sono in prima linea in questa crisi sanitaria. "Lo stress da calore e la mortalità aumenteranno più rapidamente proprio nelle nostre regioni", si legge nel report. Senza un adattamento adeguato, la maggior parte dei rischi climatici nell'UE raggiungerà livelli critici entro la metà del secolo, minacciando la sicurezza alimentare, l'autonomia energetica e la stabilità democratica dell'Unione Europea.

Sul fronte economico, i danni alle infrastrutture nell'UE hanno raggiunto una media di 45 miliardi di euro all'anno nel periodo 2020-2024, un aumento di cinque volte rispetto agli anni '80. Per l'Italia, nazione con un alto debito pubblico, l'impatto dei disastri climatici rischia di creare un circolo vizioso: i danni riducono lo spazio fiscale per gli investimenti, aumentando il costo del debito e rendendo il Paese ancora più vulnerabile.

Cosa stiamo facendo per adattarci al "nuovo" clima

Siamo pronti a uno scenario di +3 gradi a fine secolo? La risposta dell'ESABCC è un secco "no". Gli sforzi attuali sono descritti come "insufficienti, frammentati e spesso tardivi". Spesso si tratta di interventi "incrementali" (piccoli aggiustamenti a pratiche correnti) quando invece servirebbe un "adattamento trasformativo" che cambi radicalmente le nostre città.

"La questione qui diventa squisitamente politica", commenta Scoccimarro. "Come scienziati, forniamo questi dati da ormai vent'anni. Negli ultimi due decenni abbiamo lavorato duramente per ridurre l'incertezza delle previsioni, per dare ai decisori dati solidi su cui basare gli interventi". Il problema, secondo lo scienziato del CMCC, risiede però nella struttura stessa della nostra governance. "Le misure di adattamento danno i loro frutti sul lungo periodo. Con i governi che durano mediamente cinque anni, si fa molta fatica a stimolare un ragionamento che andrebbe fatto con un orizzonte temporale di 20 o 30 anni. I numeri ci sono, la necessità è evidente, ma gli sforzi attuali non sono paragonabili alle necessità che abbiamo di fronte".

Il rapporto raccomanda all'UE di rendere obbligatorie le valutazioni del rischio climatico in tutti i settori e di adottare lo scenario SSP2-4.5 (quello dei circa 3 gradi) come base minima accettabile per la pianificazione. Questo vuol dire che ogni nuova infrastruttura, da un ponte alla rete elettrica, deve essere progettata per resistere a un clima che non ha precedenti storici. "I processi sono già in atto", conclude Scoccimarro. "Quello che stiamo vedendo ora con frequenza maggiore rispetto a 50 o 100 anni fa è solo l'inizio. In uno scenario di clima futuro, queste dinamiche saranno ancora più accentuate".

Insomma, vivere in un'Italia a +3 gradi significherà fare i conti con piogge violentissime e prolungate siccità, costretti a rincorrere costantemente i danni di un sistema fisico "impazzito". La scelta oggi non è più se cambiare o meno, ma se farlo per scelta consapevole – investendo per tempo in politiche di adattamento al cambiamento climatico – o per disperata reazione al prossimo, inevitabile disastro.

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