«E questo restava, della città impagabile, questo soltanto, e l’ombra d’un passato scolorito e la retorica che pretendeva di essere poesia, e nulla, e nulla, e quale città diversa avrebbe vissuto un giorno? Quale città?».

Della ‘Malacqua' atmosferica, fisica, morale, culturale, ambientale di Napoli, quella ampia, non sintetizzabile sensazione di toni di blu e grigio, raccontata da Nicola Pugliese e prima di lui da Dumas, da Fante, Salvatore di Giacomo e poi da Peppe Lanzetta, da Pino Daniele, si è detto e si continuerà a dire: a noi la conta dei danni, la ricerca delle cause, la necessità di alzare gli occhi al cielo e non solo per vedere che viene giù come iddio la manda e però pò stracqua. Da qualche giorno e presumibilmente per le prossime settimane, fino a che agosto non caccerà via pure questo pensiero afoso e tetro, declassando la responsabilità a fatalità, rimandando la rabbia a settembre come si faceva una volta coi ragazzi svogliati a scuola, ogni calcinaccio caduto nella città di Napoli farà notizia. Salvatore Giordano, anni 14, è morto e non doveva morire, non doveva morire perché una passeggiata sulla Caracciolo e su via Toledo non può finire in una pozza di sangue, in massi sbriciolati al suolo dopo essere rovinati su un corpo giovane ed esile di passante. Della morte del ragazzo si è parlato e si continuerà a parlare, inchieste e perizie tenteranno di stabilire le cause  e distribuire colpe, politici chiederanno le dimissioni di altri politici che a loro volta verranno difesi da altri politici. Tutto come da copione.

Ci rendiamo tutti conto delle condizioni in cui è ridotta Napoli?

Il paradosso di una città incendiata dal sole d'estate che teme la pioggia, la psicosi dei calcinacci, il lutto cittadino ai tempi del social network: per dare un senso al disordine di una città che l'altro ieri piangeva Ciro Esposito, il tifoso partenopeo ammazzato a Roma, ieri temeva per la vita di Giacomo Gentile, che non aveva voluto mollare lo scooter al rapinatore e oggi piange un ragazzino ucciso dai massi caduti da un monumento sgarrupato nel cuore della città, bisogna guardare al passato. E rendersi conto che quella sulla speculazione edilizia, sul dissesto idrogeologico mai seriamente affrontato, sulla città-gruviera dalle mille cavità, sulla gestione malandrina del patrimonio immobiliare pubblico, sulla strafottenza dei proprietari privati nella manutenzione delle parti comuni degli edifici (facciate, cortili, eccetera) è questione eterna all'ombra del Vesuvio, mai affrontata con decisione.

Correva l'anno 1969, fine del mese di ottobre. Alla Camera dei Deputati si discute, alla luce dei tragici crolli conseguenti i nubifragi, della «situazione di Napoli» e dell'apertura di una inchiesta sulle tragedie che l'hanno flagellata. La discussione è aperta da una ampia e appassionata relazione del socialista Giuseppe Avolio. Fra i relatori ci sono Antonio Caldoro, democristiano, padre di Stefano, attuale governatore della Regione Campania,  Alberto Ciampaglia (Psdi) più volte sottosegretario con Craxi e Fanfani, Ferruccio De Lorenzo,  medico, ras del Partito Liberale, padre di Francesco (che fu ribattezzato "sua Sanità" negli anni di Tangentopoli") nonché sottosegretario in un governo Andreotti e un certo Giorgio Napolitano, parlamentare del Partito Comunista Italiano. Dopo Avolio è quello del futuro Presidente della Repubblica l‘intervento più duro – combattivo e allo stesso tempo rassegnato – su Napoli.

«Che cosa è questo problema di Napoli? Che cosa c'è dietro la paurosa catena di crolli, dissesti, sprofondamenti, dietro gli avvenimenti che hanno commosso e indignato, dietro una situazione giunta davvero al punto di rottura? C'è – si capisce – il modo in cui è stata amministrata una grande città, ma c'è anche il modo in cui si è governato il paese e si è fatto politica in Italia da parte di determinate forze, cioè il modo in cui queste forze hanno affrontato questioni di fondo dello sviluppo economico e civile. Onorevole ministro, bisogna rendere giustizia a Napoli, bisogna colpire per poter cambiare, bisogna colpire per dare la prova che si vuol cambiare. Ci rendiamo tutti conto delle condizioni in cui è ridotta Napoli? Non le nascondo, onorevole Natali, che la mia prima reazione all'annuncio dell'inchiesta governativa è stata una reazione di sdegno. Ci voleva il disastro, il morto, per intervenire? Non si sapeva quel che accadeva a Napoli non si conosceva la manomissione, lo scempio che continuava? Si può essere capaci di tanta ipocrisia?

Se per un momento ci scordassimo di aver preso queste frasi dall'archivio storico di Montecitorio ci renderemmo conto che sono valide oggi, sono assolutamente aderenti alla realtà del 2014. «Ci rendiamo tutti conto delle condizioni in cui è ridotta Napoli?» affermava Giorgio Napolitano. E ancora: «Ci voleva il disastro, il morto, per intervenire?». Nel silenzio colpevole dell'attuale classe politica locale cittadina, provinciale, regionale, nazionale, completamente appiattita e incapace finanche di un intervento in una qualsiasi Aula (parlamentare, regionale, comunale) occorre andare a ritroso di quarantacinque anni per trovare non la soluzione, poiché oggi come allora furono solo parole e a tutto ciò seguì il nulla, ma almeno l'analisi di una situazione che oggi, tra Facebook, Twitter, le certe imbarazzanti dichiarazioni di lutto e cordoglio, la politica nostrana fatica perfino a individuare.