"Non sono né l'assassino della povera Yara, né il mostro che i media e i social hanno dipinto. Sono un uomo normale, semplice che pensava al lavoro e a non far mancare nulla alla propria famiglia". Comincia così la lunga lettera che Massimo Bossetti ha scritto al direttore di Libero, Vittorio Feltri, dal carcere di Bergamo dove sta scontando l'ergastolo a cui è stato condannato per aver ucciso Yara Gambirasio, la 13enne di Brembate di Sopra trovata cadavere nel 2011. Una sentenza che l'ex muratore di Mapello non ha mai accettato. Nella missiva rivendica ancora una volta la sua innocenza. "Arriva quel maledetto giorno – si legge ancora – che ha sconvolto la mia vita e quella della mia famiglia, e dei miei cari che oggi mi guardano dal cielo, e sono convinto che questa vicenda li ha provati moltissimo. Non voglio entrare in questa lettera nei dettagli, però non posso fare a meno di dire che il trattamento che la giustizia italiana mi ha riservato è stato scorretto e ha calpestato ogni diritto alla difesa, e mi riferisco anche a quell'ex ministro dell'Interno incapace, che gridava al mondo che era stato preso l'assassino di Yara, calpestando la Costituzione".

Nel corso della lettera Bossetti parla di una pressione da parte degli organi giudiziari per fargli confessare un delitto che lui non aveva compiuto, puntando il dito anche contro l'ex ministro della Giustizia, Angelino Alfano. "In carcere a Bergamo – sottolinea – la pm e vari responsabili dell'organo penitenziario, mi pressavano a confessare in continuazione un delitto proponendomi benefici. Come potevo confessare un delitto che non ho commesso? La pm più volte ha provato a propormi benefici, se erano così sicuri di aver preso l'assassino, non li proponevano con insistenza, né benefici e tantomeno facevano produrre filmati manipolati da distribuire ai media. Poi, il non far assistere i miei legali alle prove più importanti dei reperti e del Dna. Grido dall'inizio di ripetere la prova del Dna e sono sicuro che Le verrebbe ogni ragionevole dubbio. Perché è stato commesso un grave errore giudiziario (tutto maiuscolo nella lettera), non sono io il colpevole, e il codice di procedura penale dice chiaramente all'articolo 533 C.P.P. 1° comma che ‘il giudice pronuncia sentenza di condanna se l'imputato risulta colpevole del reato contestatogli al di là di ogni ragionevole dubbio". Infine, si rivolge direttamente a Feltri. "Direttore – conclude Bossetti – la prego di porgermi la Sua mano d'aiuto, non è giusto essere dipinto un mostro, non è giusto che mi abbiano affibbiato un ergastolo, non è giusto che venga commesso un errore giudiziario, per l'incapacità professionale. Confido che Lei possa capire cosa ho e sto provando".