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Famiglia che vive nel bosco

Bimbi nel bosco, lo psichiatra Cantelmi a Fanpage: “In casa famiglia rischiano disturbi psichiatrici”

A Fanpage.it lo psichiatra Tonino Cantelmi, consulente della difesa nel caso della famiglia nel bosco, spiega che la perizia psichiatrica sui genitori sta andando bene, ma che “affidare nel frattempo i bimbi alla nonna e alla zia non è un’opzione”
Intervista a Dott. Tonino Cantelmi
Psichiatra e consulente della difesa di Catherine Birmingham e Nathan Trevallion
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Figli e genitori non vogliono più restare separati, riunirsi è l'unica soluzione possibile per il benessere di tutti, e in particolare dei bambini. Ne sono fermamente convinti gli avvocati della difesa di Catherine Birmingham e Nathan Trevallion, diventati noti in questi mesi come la "famiglia nel bosco". Da novembre la coppia anglo-australiana vive separata dai tre figli sui quali ha perso temporaneamente la potestà genitoriale, e per riottenerla dovrà superare una serie di perizie psichiatriche e l'esame dei servizi sociali.

In questo percorso Catherine e Nathan sono accompagnati dal consulente nominato dalla loro difesa, Tonino Cantelmi, psichiatra e docente dell'Università Gregoriana, il quale però è preoccupato per i possibili risvolti psicologici sui piccoli. Lo spiega a Fanpage.it.

Professore, da novembre i tre bimbi – una femmina di 8 anni e due gemelli di 6 – vivono in casa famiglia. Ci sono dei rischi a livello psichiatrico quando si viene allontanati a questa età dai genitori?

Possono sviluppare disturbi psichiatrici di vario tipo, e sono gravemente a rischio, quindi bisogna fare in fretta, se ci sta a cuore il loro benessere. Tempo fa è stato scelto l'allontanamento, ma oggi questa strada si sta rivelando potenzialmente dannosissima perché stanno male, questo è certificato dall'équipe di Neuropsichiatria Infantile dell'Asl di Vasto. Il loro dolore è sotto gli occhi di tutti, e l'unico modo per evitare che questo trauma diventi potenzialmente drammatico per la loro vita è quello di restituire ai bambini loro genitori.

Rischiano di perdere fiducia in loro stessi, inoltre, potrebbero colpevolizzarsi per quello che sta succedendo, e c'è la possibilità che inizino a sviluppare pensieri orribili rispetto alla società, ai genitori, a tutto ciò che li circonda. Ma il rischio più concreto è che possano arrivare a colpevolizzarsi.

I giudici avevano certificato la scarsa socializzazione dei bimbi con i coetanei ma da diversi mesi vivono in casa famiglia a stretto contatto con altri bambini. Questo non potrebbe aiutarli a mitigare gli effetti del distacco dai genitori?

Sono bambini di 6 anni e 8 anni, dovrebbero socializzare, ma in casa famiglia ci sono adolescenti problematici e adulti per loro sconosciuti, è evidente che questa strada non può essere percorsa ancora a lungo. Chi non prende coscienza di questo si assume una responsabilità enorme.

È una possibilità quella di affidarli temporaneamente a figure della famiglia come la nonna e la zia recentemente arrivate in Italia?

No, questi bambini vanno restituiti ai loro genitori, non c'è altro che può aiutarli. Il lavoro che stiamo facendo è volto a restituirli ai loro genitori.

Perché non è ancora successo?

È quello che mi stupisce. Il servizio sociale ha depositato una relazione dove continua a certificare il fallimento del tentativo di costruire una relazione con questa famiglia. Bisogna cambiare passo, il servizio sociale deve cambiare passo, tutti dobbiamo lavorare per la riunificazione e mi stupisco perché questo non viene accolto fino in fondo dagli operatori del servizio sociale.

Le informazioni fornite su www.fanpage.it sono progettate per integrare, non sostituire, la relazione tra un paziente e il proprio medico.
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