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9 Dicembre 2021
17:45

Autista bus ucciso dall’amianto depositato sulle tute degli operai che trasportava: Enel condannata

La sezione lavoro del Tribunale di Pisa ha condannato Enel Spa a risarcire i danni per malattia e morte per mesotelioma pleurico di origine professionale dell’ex dipendente Danilo Fedeli.
A cura di Davide Falcioni
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La sezione lavoro del Tribunale di Pisa ha condannato Enel Spa a risarcire i danni per malattia e morte per mesotelioma pleurico di origine professionale dell’ex dipendente Danilo Fedeli, deceduto il 19 aprile di 12 anni fa a 69 anni lasciando la moglie Carmelina e due figli, Barbara e Simone. Il giudice Franco Piragine ha riconosciuto che a causare la morte del lavoratore è stato il contatto quotidiano con l'amianto. "Mio padre – ha raccontato la figlia dii Fedeli  – è stato autista dei pullman in Val di Cecina per più di 30 anni, venendo anche a contatto con i lavoratori delle fabbriche che, ignari, salivano e scendevano dai mezzi senza togliersi la tuta intrisa dall'amianto. Per ottenere il risarcimento ci siamo rivolti all'Osservatorio nazionale amianto Val di Cecina, che a sua volta ha investito della tutela legale il suo presidente nazionale, avvocato Ezio Bonanni, insieme e all'avvocato Massimiliano Deiana". I due legali hanno quindi depositato il ricorso giudiziario presso il Tribunale di Pisa; a seguito degli accertamenti  il Giudice del Lavoro ha riconosciuto la responsabilità dell’Enel per l’insorgenza della neoplasia e il conseguente decesso, liquidando in favore degli eredi un importo complessivo di circa 800mila euro, oltre interessi e rivalutazioni.

In un passaggio della sentenza di condanna emerge la testimonianza di un testimone che ha raccontato che "i materiali contenenti amianto, coppelle, fibretta e cemento, ci venivano forniti dall’Enel ( …)  non vi era una mensa ma consumavamo il cibo che portavamo da casa, talvolta mangiavamo sopra le coppelle", mentre un altro teste ha sottolineato "non avevamo mascherine né altre protezioni dalla polvere". Della malattia di Danilo Fedeli parla un amico che spiega: "Praticavamo molti sport insieme come bicicletta, caccia oltre che un gruppo di canto (…) il sig. Fedeli a partire da quando fu informato del mesotelioma cadde in una profonda depressione. In pratica si chiuse in casa e smise di partecipare a tutte le attività di cui ho detto, si chiuse in sé stesso (…) la preoccupazione maggiore del signor Fedeli era quello di aver fatto sì che anche i familiari contraessero il mesotelioma per il fatto che lui tornasse sempre a casa con la tuta impolverata di amianto".

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