"Se vieni fermato dopo le 16 ti fanno passare tutta la notte in quel container laggiù – mi racconta Simone Alterisio della Diaconia Valdese – Poi dalla mattina alle 11 iniziano a farli uscire alla spicciolata. Attraversano il confine e rientrano in Italia e devono passare dalla stazione di polizia a un centinaio di metri. Dopo l'identificazione sono liberi e nessuno si occupa di loro. Noi cerchiamo di informarli dei loro diritti, di dare assistenza legale quando necessario e di riprendere un percorso legale in Italia."

La Diaconia Valdese è una delle molte associazioni che si occupano di fornire supporto ai migranti in transito che scelgono Ventimiglia per raggiungere la Francia, nazione nella quale molti di loro intendono fare richiesta di asilo politico. Dal 2015 Schengen è sospeso e per passare ed è necessario avere un documento valido, un permesso di soggiorno in corso di validità e un tampone Covid negativo.

"Il tampone costa 50 euro, io non sono ricco – mi racconta Mohamed, che dice di essere arrivato dal Marocco passando per la Libia – è la quarta volta che ci provo e oggi sarà la quinta, proverò a passare dalla montagna".

Se infatti è il treno da Ventimiglia la strada più battuta per i transitanti, è altrettanto vero che è la più frequentata anche dalla polizia di frontiera francese, che controlla a tappeto la prima fermata di Menton-Garavan. Così alcuni scelgono la via più difficile e più pericolosa, quella del Passo della Morte a Grimaldi Superiore, una camminata di oltre 5 ore che molti di loro scelgono di fare di notte, per ridurre al minimo il rischio di essere beccati dalla gendarmerie che batte anche quei sentieri. Molti migranti si affidano ai cosiddetti passeur, che offrono il servizio di guida facendosi pagare per condurre i migranti al di là del confine. La via più sicura resta il passaggio in macchina "ma costa intorno ai 300 euro", mi spiega Simone, che poi mi conduce nell'area organizzata dall'associazione Kesha Niya, che ha organizzato un ristoro con acqua, succhi di frutta e cibo lungo la statale.

Il dedalo di strade intorno alla stazione di Ventimiglia brulica di persone in transito, in attesa del primo treno utile per provare la traversata per un'altra volta ancora. Ci sono polizia, carabinieri ed esercito, ma girando per la città i migranti sono un po' ovunque, sulla spiaggia e nelle vie del centro.

Al bar "Lo Hobbit" incontro Delia Buonomo, il cui locale è diventato negli anni un punto di riferimento per l'associazionismo che si occupa di aiutare le persone in transito, soprattutto quelle più deboli, con vestiti, uno spazio di riposo e da qualche tempo anche due appartamenti che ospitano per la notte le famiglie, le donne sole e con bambini piccoli e i minori non accompagnati.

"Lo facciamo per spirito di solidarietà – mi racconta Delia che mi spiega che da quando il campo Roya è stato chiuso la situazione è diventata più difficile – Basterebbe riaprire un campo per le persone in transito con il supporto dello Stato, della Croce Rossa, della Caritas, non solo per i migranti ma anche per i cittadini di Ventimiglia"

"Ad oggi – mi conferma Simone – non c'è nessun tipo di accoglienza formale per le persone in transito e riammesse in territorio italiano" e a fornire un supporto in questo periodo invernale sono solo volontari e associazioni.