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Opinioni
19 Luglio 2022
13:05

Abbiamo un solo modo per salvare l’Europa dagli incendi: dire addio a gas e petrolio

Gl incendi estivi ci sono sempre stati, ma l’Europa non aveva mai bruciato come quest’anno.Se non vogliamo che un continente in fiamme diventi la regola abbiamo solo una strada: la decarbonizzazione completa.
A cura di Fabio Deotto
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L’Europa sta bruciando, e una volta tanto le metafore non c’entrano. Le mappe termiche la mostrano stretta nella morsa di un caldo anomalo e persistente, che nelle ultime settimane sta seminando incendi ovunque.

Solo tra il 7 e il 13 luglio in Portogallo 238 persone sono morte a causa della terribile ondata che ancora opprime il Paese, ma è da gennaio che nella zona si registrano temperature anomale: basti pensare che negli ultimi sei mesi almeno 40.000 ettari di foreste sono state ingoiate dalle fiamme, tre volte in più degli anni precedenti. Nel frattempo, nel dipartimento di Gironda, in Francia, 12000 persone sono state evacuate a causa degli incendi che punteggiano la zona, altre 3000 sono state evacuate dalla Costa del Sol in Spagna, e mentre in Gran Bretagna si lancia il primo storico “allarme rosso” per il caldo, l’Italia non se la sta passando certo bene.

Nella prima metà di luglio si sono registrati roghi in diverse zone, con situazioni particolarmente preoccupanti nel Lazio (dove già si contano 100 incendi dall’inizio dell’anno), nel Catanese, nella zona di Reggio Calabria e in Salento. Solo pochi giorni fa un violento incendio nella pineta di Bibione ha costretto chi era sulla spiaggia a gettarsi in acqua per ripararsi dal fumo e dalle fiamme.

Stando all’agenzia PECF (Programme for the Endorsement of Forest Certification schemes), abbiamo già elementi a sufficienza per prevedere un’estate ancor più drammatica di quella 2021.

Perché l’Europa sta bruciando?

La Spagna e il Portogallo stanno attraversando il periodo più secco degli ultimi 1200 anni: è quanto emerge da uno studio pubblicato in questi giorni su Nature Geoscience. A quanto pare, la colpa è dell’anticiclone delle Azzorre, lo stesso che molti oggi invocano a gran voce nella speranza che arrivi a dissipare le sempre più frequenti ondate di calore che stanno cuocendo il nostro continente. Per capire cosa stia succedendo è importante sapere che l’anticiclone delle Azzorre è un’area atmosferica di alta pressione semipermanente sita nel cuore dell’Oceano Atlantico settentrionale. Se in inverno il centro di questo anticiclone è posizionato in corrispondenza delle Isole Azzorre (da cui il nome), in estate tende a spostarsi in corrispondenza delle Bermuda. Fino agli anni ‘80, l’influsso di questo anticiclone ha contribuito a garantire nell’Europa meridionale inverni moderatamente piovosi ed estati moderatamente secche. Negli ultimi 40 anni, però, qualcosa è cambiato: sempre più spesso in inverno l’anticiclone assume dimensioni insolitamente estese, influendo negativamente sul numero di precipitazioni sull’Europa sud-occidentale; per contro, in estate, l’anticiclone si estende sempre di meno verso est, lasciando campo libero all’anticiclone subtropicale africano, e quindi alle frequenti ondate di caldo che stiamo sperimentando.

Alla base di questo cambio di dinamica c’è il riscaldamento globale, e nello specifico, il rallentamento della corrente a getto causata dall’aumento delle temperature nell’Artico. Uno studio pubblicato su Nature Communications a inizio luglio ha mostrato come l’Europa si stia scaldando più rapidamente di altri “hotspot” globali, e come ciò sia dovuto al fatto che le correnti a getto atlantiche, rapidi flussi d’aria canalizzati che circondano il nostro pianeta scorrendo da ovest a est, stanno rallentando al punto da sdoppiarsi in flussi più deboli, permettendo a un’area di alta pressione di rimanere più a lungo in una determinata zona.

La contrazione delle precipitazioni nel periodo invernale, associato a un aumento delle temperature e a ondate di caldo sempre più frequenti e persistenti, ha creato le condizioni “ideali” per l’insorgere di incendi. Non a caso l’UNEP prevede che l’insorgenza di incendi incontrollabili aumenterà di un terzo di qui al 2030, e del 50% entro il 2100.

L’importanza della selvicoltura preventiva

Preparatevi: quando la stagione degli incendi entrerà nel suo vivo anche in Italia, ci sarà qualcuno che, di fronte alle allerte per l’emergenza climatica, ricorderà che gli incendi estivi ci sono sempre stati e spesso sono opera di dolo o negligenza umana. E avrà ragione su entrambi i fronti. Gli incendi estivi ci sono sempre stati: vero. Spesso sono scatenati dall’essere umano: vero anche questo. È altrettanto vero però che la crisi climatica sta esacerbando una situazione problematica, rendendo questi incendi sempre più frequenti, e soprattutto, sempre meno controllabili.

“Pensiamo all’ultima volta che abbiamo acceso un fuoco, una stufa o un caminetto scoppiettante.” scrive Giorgio Vacchiano, ricercatore in gestione e pianificazione forestale, sul sito del SISEF (Società Italiana di Selvicoltura ed Economia Forestale), “Per ottenere una fiamma brillante dovremo usare non solo la giusta quantità di legna (il “carico” di combustibile); la migliore combustione si ottiene anche scegliendo la legna più secca, quella più piccola, e formare una struttura con più strati continui che permettano allo stesso tempo il passaggio dell’aria.”

Insomma, per evitare che una foresta si offra a un potenziale incendio in tutta la sua vulnerabilità è necessario intervenire in modo da ridurre la quantità di “combustibile”, in particolare nelle zone più vicine agli insediamenti umani, e quindi più a rischio, eliminando i rami secchi e la vegetazione più fine e bassa che potrebbe aiutare le fiamme a raggiungere le chiome; ma anche adottando misure di diradamento per aumentare la distanza tra un albero e l’altro.

Per quanto controintuitivo possa suonare, per mettere al riparo una foresta da un incendio devastante a volte può essere necessario intervenire con roghi controllati a fiamma bassa, per consumare in anticipo quel combustibile che aiuterebbe le fiamme a diffondersi e raggiungere proporzioni incontrollabili. Si tratta di interventi invasivi, naturalmente, ma il danno prodotto in termini di biodiversità è comunque inferiore a quello che verrebbe provocato da fiamme dilaganti.

Parliamo del resto di pratiche che vengono adottate da secoli dalle popolazioni indigene di tutto il mondo, e che hanno consentito alle aree gestite da tribù native di mantenere livelli di biodiversità e integrità superiori a qualsiasi altro posto. Al momento, tuttavia, in Italia sono molto poche le zone che possono vantare una simile gestione (intorno al 20%). Il che è un problema, considerando che il nostro territorio è coperto per circa un terzo da foreste, e che solo nel 2021 ne abbiamo visti bruciare 150.000 ettari.

La vera ideologia pericolosa è quella fossile

La selvicoltura preventiva è una forma di adattamento climatico, ed è una misura cruciale, dal momento che prevenire gli incendi costa molto meno che spegnerli: sarà dunque fondamentale investire in progetti di adattamento simili, di qui ai prossimi anni, per poter gestire le ricadute di un riscaldamento globale per certi versi irreversibile. Ma non possiamo limitarci a questo. È importante tenere a mente che se oggi l’Europa brucia (e con essa il Nord Africa, gli Stati Uniti occidentali, il Sud-Est Asiatico e l’Australia), è principalmente per colpa di una crisi climatica generata (e tutt’ora alimentata) da un sistema incardinato alla combustione di idrocarburi. Onde evitare che la situazione peggiori ulteriormente, e passi dall’essere emergenziale all’essere insostenibile, è necessario moltiplicare gli sforzi per la mitigazione. In parole povere, è cruciale procedere spediti alla decarbonizzazione completa dell’economia.

Quando si parla di “decarbonizzazione completa”, di solito c’è sempre qualcuno che non perde occasione per bollare come “ideologiche” quelle che di fatto sono evidenze inconfutabili. Quel qualcuno di solito è pronto a obiettare che un incremento nella frequenza di incendi non giustifichi uno stravolgimento del nostro sistema economico, che si debba piuttosto trovare un modo di aggirare il problema, e rendere sostenibile il nostro sistema produttivo. Ma simili obiezioni sono spesso frutto dell’incapacità di inquadrare il problema nel suo complesso: una foresta che brucia non sono “soltanto” alberi che muoiono, è una sciagura su innumerevoli livelli. Innanzitutto le foreste ospitano l’80% di tutte le specie presenti sulla terra, garantiscono la sopravvivenza di tantissime specie animali, che a loro volta contribuiscono alla dispersione di semi e alla fertilizzazione del suolo di cui gli esseri umani hanno bisogno per coltivare il loro cibo. Non solo, le foreste rappresentano un argine contro i fenomeni erosivi, le frane e le valanghe, e hanno dunque un’importanza strategica in uno scenario meteorologico sempre più instabile. Ma soprattutto, le foreste assorbono anidride carbonica, sono un alleato fondamentale nel nostro tentativo di ridurre la concentrazione di gas serra nell’atmosfera, e proprio perché sono dei depositi di carbonio, lasciarle bruciare significa liberare enormi quantità di CO2 nell’atmosfera, alimentando un circolo vizioso che già oggi ci tiene sotto scacco.

È il caso di ripeterlo forte e chiaro: per evitare che i fenomeni siccitosi e gli incendi incontrollati aumentino a dismisura nei prossimi anni, per garantire che i sistemi su cui basiamo la nostra sopravvivenza rimangano funzionali, è fondamentale ridurre al minimo la quantità di emissioni che produciamo. Non si tratta una questione ideologica, con buona pace di chi crede che l’ambientalismo sia una religione; non è nemmeno una questione puramente etica, se è per questo: è una questione pratica. Oggi, l’ideologia pericolosa è semmai quella di chi crede di poter continuare a mantenere in piedi un sistema che privilegia la crescita a discapito della salute dello stesso ecosistema che dovrebbe garantirla. È un’ideologia sempre più lontana dalla realtà, e va combattuta senza mezzi termini.

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Fabio Deotto è scrittore e giornalista. Laureato in biotecnologie, scrive articoli e approfondimenti per riviste nazionali e internazionali, concentrandosi in particolare sull’intersezione tra scienza e cultura. Ha pubblicato i romanzi Condominio R39 (Einaudi, 2014), Un attimo prima (Einaudi, 2017) e il saggio-reportage sul cambiamento climatico “L’altro mondo” (Bompiani, 2021).  Insegna scrittura creativa alla Scuola Holden di Torino. Vive e lavora a Milano.
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