Fucili cinesi, munizioni russe e razzi anticarro dell’Est Europa. E ancora, fertilizzanti e altri agenti chimici utilizzati per preparare ordigni esplosivi. Ma anche armi mandate dagli Stati Uniti per i ribelli e cadute in mani delll'Isis. E’ l’immenso arsenale con il quale i jihadisti del sedicente Stato islamico hanno terrorizzato milioni di persone in Siria e Iraq. A scoprire la provenienza degli armamenti è uno studio realizzato dal Conflict armament research (Car), un’organizzazione inglese specializzata nel monitoraggio delle forniture di armi nei conflitti. Un lavoro di tre anni, realizzato sul campo, in cui il team di ricercatori ha esaminato oltre 40.000 tra munizioni, detonatori, inneschi e materiale chimico utilizzati dall'organizzazione terroristica per fabbricare ordigni esplosivi improvvisati (Ied, nell'acronimo inglese).

Dal documento emerge inoltre che spesso le armi inviate da Washington e Riad ai ribelli siriani sono cadute nelle mani degli estremisti islamici. “Le forniture di materiale bellico nel conflitto siriano da parte di soggetti esteri, in particolare Stati Uniti e Arabia Saudita, hanno indirettamente permesso all'Isis di aumentare in modo significativo la quantità e qualità dell’arsenale del gruppo”, sostiene il rapporto. Come è potuto succedere? Le informazioni raccolte dai ricercatori indicano che i miliziani dell’autoproclamato Stato islamico sono entrati in possesso degli armamenti attraverso la fusione con altri gruppi di insorti che compongono il variegato fronte anti-Assad. Ma non solo: una parte delle armi è stata catturata sul campo di battaglia direttamente all'esercito siriano. L’arsenale – sottolinea il dossier – sarebbe poi stato trasferito in Iraq e impiegato dai terroristi a Falluja, Mosul e Ramadi contro le stesse forze della coalizione che combattevano i fanatici del Califfato.  Se la cattura su larga scala di armi da parte delle forze dello Stato islamico, in particolare nel 2014, è ben documentata, lo è meno il fatto che il gruppo terrorista sia riuscito ad entrare in possesso di armamenti pochi mesi dopo la loro fabbricazione. Quasi la metà delle armi anticarro utilizzate dai miliziani di Al Baghdadi, infatti, risulta prodotta negli ultimi quattro anni, quindi dopo la proclamazione del Califfato e quando il gruppo terrorista aveva già dimostrato tutta la sua brutalità.

Analizzando i numeri di serie delle armi in possesso dell’Isis, il team di investigatori è riuscito a dimostrare che il 90% degli armamenti è stato prodotto in Cina, Russia e nell'Europa dell’est.

Un lotto di mitragliatrici leggere cinesi sequestrate ai miliziani dell’Isis
in foto: Un lotto di mitragliatrici leggere cinesi sequestrate ai miliziani dell’Isis

Da anni Washington, attraverso contractor che lavorano per il Dipartimento della difesa, acquista armi in Bulgaria, Romania e Ungheria per poi destinarle alle forze di sicurezza irachene. Ma, come ha evidenziato lo studio, gran parte di queste forniture belliche è invece caduto nelle mani dell’Isis. Gli analisti del Car hanno anche dimostrato che le armi anticarro, comprate da Stati Uniti e Arabia Saudita nei Paesi dell’Est Europa, sono state poi inviate ai ribelli siriani: una violazione – sottolinea il rapporto – degli accordi con i governi produttori. In base alle regole adottate dall'Ue nel 2008 in materia di esportazione di armamenti prodotti dagli Stati membri, proprio per evitare il rischio che la tecnologia o le attrezzature militari siano sviate verso un “utilizzatore finale non accettabile”, è vietata la riesportazione di materiale bellico senza il previo consenso del governo produttore.

Arma anticarro di fabbricazione bulgara acquistato dall’esercito degli Stati Uniti e ritrovato dal team di investigatori in Iraq nel febbraio 2016.
in foto: Arma anticarro di fabbricazione bulgara acquistato dall’esercito degli Stati Uniti e ritrovato dal team di investigatori in Iraq nel febbraio 2016.
Una granata prodotta in Romania venduto all’esercito americano nel marzo 2014 e finito a Baghdad nel giugno 2016.
in foto: Una granata prodotta in Romania venduto all’esercito americano nel marzo 2014 e finito a Baghdad nel giugno 2016.

L’intervento statunitense a favore dei ribelli anti-Assad non è una novità: l’amministrazione di Barack Obama aveva sostenuto fin dall'inizio i miliziani del Free Syrian Army e già nel 2014 esistevano le prove della fornitura di lanciamissili BGM-71 TOW agli insorti. Allo stesso modo, anche l’appoggio politico e finanziario dell’Arabia Saudita all'opposizione siriana è stato ben dimostrato. Il fatto che queste armi siano poi finite in possesso dei “nemici” ricorda quanto accaduto in Afghanistan con i missili Stinger, consegnati negli anni ’80 ai mujahideen per combattere i russi, e poi utilizzate dai talebani per alimentare la loro guerriglia.

L’analisi del Car ha approfondito anche la capacità degli estremisti islamici nel fabbricare ordigni improvvisati utilizzando fertilizzanti e altri materiali chimici. Nei covi dell’Isis sono state rinvenuti sacchi e bidoni con ancora attaccate le descrizioni dei prodotti e, soprattutto, l’indicazione della loro provenienza. Prodotti usati normalmente in agricoltura, che i terroristi hanno trasformato in micidiali bombe. Tra i resti ritrovati c'è anche una parte di un carico di 12 tonnellate e mezzo di fertilizzante biochimico, prodotto dall'italiana Biolchim.

Un sacco di fertilizzante prodotto da Biolchim rinvenuto nel giugno 2016 a Mahmudiyah, Iraq.
in foto: Un sacco di fertilizzante prodotto da Biolchim rinvenuto nel giugno 2016 a Mahmudiyah, Iraq.

Il prodotto – sostiene il documento del Conflict Armament Researchè partito dalla sede dell’azienda a Medicina, in provincia di Bologna, nel 2013 con destinazione Amman, in Giordania. Da qui una società locale l’ha esportato in Iraq, dove i miliziani dell’Isis sono riusciti a impossessarsi di parte del materiale.

La rotta del carico di fertilizzante prodotto dalla Biolchim ricostruita dai ricercatori del Conflict armament reserarch
in foto: La rotta del carico di fertilizzante prodotto dalla Biolchim ricostruita dai ricercatori del Conflict armament reserarch

Gli analisti avvertono che l'Isis, nonostante abbia perso i territori conquistati in Iraq e Siria, rimane una minaccia. I miliziani potrebbero utilizzare l’arsenale di cui ancora dispongono per realizzare attentati e in futuro alimentare atti di guerriglia ben oltre i confini mediorientali. I risultati dello studio – concludono i ricercatori – dimostrano le contraddizioni inerenti alla fornitura di armamenti a "gruppi non statali". Il rischio che finiscano in mani sbagliate è troppo grande perché i governi non prestino maggiore attenzione a ciò che accade alle armi dopo l'esportazione.