"L'invenzione del disegno" di Joseph-Benoît Suvée (1791): il quadro, conservato al Groeningemuseum di Bruges, è ispirato al mito greco di Corinzia, la donna che inventò la pittura.
in foto: "L’invenzione del disegno" di Joseph–Benoît Suvée (1791): il quadro, conservato al Groeningemuseum di Bruges, è ispirato al mito greco di Corinzia, la donna che inventò la pittura.

La pittura è donna: a raccontarcelo sono i miti e la storia, quella scritta e quella ormai dimenticata. Furono tantissime le donne che, nel corso dell’antichità, si dedicarono con passione e successo all'arte, forse più di quanto ci è dato conoscere. Le leggende vogliono che sia stata proprio una donna ad “inventare” la pittura, mentre la storia e la letteratura ci ricordano alcune fra le più famose artiste dell’età antica: in occasione dell’8 marzo, ecco le loro storie.

La pittura fu inventata da una donna: fra simboli e mitologia

A raccontare la nascita della pittura è Plinio il Vecchio. Lo storiografo latino, riprendendo un antico mito tramandato da Erodoto, è stato l’unico a lasciare una traccia documentaria della “maternità” dell’arte pittorica da parte di una donna: nella Naturalis Historia si racconta, nel XXXV capitolo, la triste vicenda di Corinzia, giovane figlia di un artigiano di Sicione. Si racconta che fu proprio lei, addolorata per la partenza del suo amato per la guerra, a tracciare la prima rappresentazione pittorica della storia.

Il vasaio Butade Sicionio scoprì per primo l’arte di modellare i ritratti in argilla; ciò avveniva a Corinto ed egli dovette la sua invenzione a sua figlia, innamorata di un giovane. Poiché quest’ultimo doveva partire per l’estero, essa tratteggiò con una linea l’ombra del suo volto proiettata sul muro dal lume di una lanterna; su quelle linee il padre impresse l’argilla riproducendone il volto; fattolo seccare con il resto del suo vasellame lo mise a cuocere in forno.

L’antichità è piena di riferimenti, più o meno romanzati, alla nascita dell’arte come prodotto dell’immaginazione di molte giovani donne, e in seguito questo divenne tema ispiratore di numerosissimi artisti: primo fra tutti fu Boccaccio, che nel XIV secolo parlerà di molte di loro nella sua “De Claris Mulieribus”, ma successivamente fino all'Ottocento la figura femminile è stata molto spesso accostata alla nascita, simbolica, del rapporto dell’uomo con l’arte, come nelle opere di Jean-Baptiste Regnault e Joseph Benoît Suvee.

Eiréne, Timarete e Kalypso: le tre pittrici dell’antichità

Jean-Baptiste Regnault, "L'origine della pittura" (1828), Castello di Maisons-Laffitte.
in foto: Jean–Baptiste Regnault, "L’origine della pittura" (1828), Castello di Maisons–Laffitte.

Sia negli scritti di Boccaccio, che già in quelli di Plinio, sono citate moltissime donne che devono aver avuto un ruolo di estrema rilevanza all’interno del contesto culturale dell’epoca: soprattutto in Grecia, dove molte di loro vissero e produssero capolavori ormai perduti. Abbiamo a che fare con figure storiche, che però nei secoli sono divenuti parte dell’immaginario mitologico legato all'antichità.

La più famosa fu senza dubbio Eiréne, citata anche nel De Mulieribus come dotata di un “ingegno divino”. Secondo le pochissime ricostruzioni in nostro possesso, molte delle quali appartengono a Plinio, la sua opera fu talmente famosa e apprezzata dai contemporanei da essere “esposta”, permanentemente, nel tempio di Persefone ad Eleusi: sua fu, secondo la storia che si confonde con la leggenda, la mano che dipinse il sacro ritratto della Fanciulla, simbolo sacro della dèa.

La pittrice Timarete in una miniatura del XIV secolo.
in foto: La pittrice Timarete in una miniatura del XIV secolo.

Un’altra figura che nei secoli è sopravvissuta all'oblio è quella di Timarete: possediamo alcune curiose raffigurazioni che la ritraggono intenta a dipingere un’effige della Vergine Maria, realizzate intorno al XIV secolo. Citata anche con il nome di Tamiri, questa donna visse e dipinse ad Atene nel V secolo avanti Cristo, e una delle opere che le vengono attribuite è quella, ormai anch'essa perduta ma probabilmente esposta ad Efeso, dedicata ad Artemide.

L’ultima, ma non per importanza, è Kalypso: l’unica fra le tre di cui si possiedono testimonianze di dipinti a soggetto maschile. A lei vennero attribuiti numerosi ritratti di vecchi e danzatori, anche se la storiografia in merito ha molti dubbi: si pensa che Plinio, nel riportare la sua biografia dal greco, abbia confuso i termini identificando il suo come un nome proprio, quando invece si sarebbe trattato del titolo di un dipinto di Eiréne.