L'ultima volta che ho visto Fausto Mesolella eravamo in uno studio radiofonico: dovevo intervistarlo sul suo primo album da solista – "Suonerò fino a farti fiorire" – a cui era arrivato dopo ben 30 anni di carriera e una vita spesa con i suoi Avion Travel e le tante collaborazioni. Sembrava felice di quell'insolito esordio sulla soglia dei sessant'anni, anche se lo trattava con ironia, quasi con distacco: era un chitarrista sublime, Mesolella, un poeta della composizione e dell'interpretazione musicale.

Un signor chitarrista, un uomo timido. Indimenticabile per molti la sua struggente versione strumentale di "‘O sole mio": quante volte l'avrò ascoltata? Dal vivo metteva i brividi. La eseguì anche quel giorno in radio. Eppure, già allora, il cuore di Fausto era debole. Che l'altro giorno ha ceduto, separando per sempre le sue dita di chitarrista dalla amata Gibson. E noi ora, come italiani e campani, piangiamo l'ennesimo poeta della musica e dell'arte. Un artista fatto della stessa stoffa di quella gente dall'anima grande ma dal cuore troppo fragile.

Due anni fa l'addio a Pino Daniele.

Anche Pino Daniele, "zio Pino", aveva un cuore debole. Poco più di due anni fa, infatti, la sua stella si è spenta. Non fu un infarto in quella maledetta notte del 5 gennaio di due anni fa a fermare il cuore dell'autore di "Je so' pazzo" e "Tutta n'ata storia", ma un decadimento cardiaco che provocò un edema fatale: da tempo malato, ad uccidere Pino Daniele è stata la progressiva perdita di energia del cuore a causarne la morte. Dall'apparizione dei primi problemi cardiaci al giorno della morte, è passato tanto tempo, oltre un ventennio. Tempo che il cantautore napoletano ha sfruttato per regalarci le sue canzoni che ancora oggi ci fanno sognare.

Massimo, "‘o ssaje comme fa ‘o core?"

Stesso destino ha avuto Massimo Troisi, che di Pino Daniele fu grande amico, come è noto a molti. Da ragazzi si era accorto che il suo cuore non funzionava bene, in seguito aveva subito un intervento a Houston che, grazie a una valvola, gli aveva salvato la vita. Ma non aveva resistito a lungo e il 4 giugno 1994, dopo aver chiuso tra mille peripezie le riprese de "Il postino" di Michael Radford (a causa della malattia, Massimo era costretto a fermarsi dopo ogni battuta e furono necessarie quindici settimane di riprese), mentre era in attesa di un trapianto di cuore che probabilmente l'avrebbe salvato, Massimo Troisi ci ha lasciato per sempre.