in foto: Una formazione di vapore a Yellowstone (Brocken Inaglory)

Cambiare nome, cambiare città, cambiare lavoro e lasciarsi il passato alle spalle. In Giappone li chiamano “johatsu”, parola che significa letteralmente “evaporati” e si tratta di un fenomeno tutt’altro che raro, tanto da consentire la creazione di un business dedicato esclusivamente ad esso. Non esistono dati ufficiali del Governo a riguardo ma secondo le stime effettuate da Léna Mauger e Stéphane Remael, autori di “The Vanished: The “Evaporated People” of Japanoltre 100mila persone evaporerebbero ogni anno in Giappone.

Come si "evapora"

Il governo giapponese garantisce ai propri cittadini un’ampia riservatezza sui loro movimenti. I parenti non possono consultare i dati finanziari di chi “evapora” e la polizia prende in esame i dati personali dei cittadini soltanto quando risultano connessi a dei crimini. Dal punto di vista amministrativo, gli “johatsu” cambiano nome, indirizzo di residenza e lavoro, spesso con l’aiuto di agenzie specializzate nella gestione delle pratiche. Alcune forniscono anche un servizio di trasporto notturno per agevolare la ricollocazione del neo-evaporato, sulla falsariga di quanto accade negli Stati Uniti con i programmi di protezione dei testimoni.

L’origine del fenomeno.

Il principale responsabile della nascita del fenomeno degli evaporati è la stessa cultura nipponica. L’ossessione giapponese per la necessità di salvaguardare la faccia e l’onore porta, spesso, chi ha perso il lavoro, è sommerso dai debiti o vede il suo matrimonio andare in frantumi cercare rifugio in una sparizione volontaria, un po’ come il Mattia Pascal/Adriano Meis di Pirandello.

Per la stessa ragione, in passato, ma purtroppo anche oggi, i Giapponesi trovavano la redenzione dalla vergogna attraverso il rituale del “seppuku”, il rito suicida dei samurai. D’altro canto, esiste anche il fenomeno dei “karoshi”, ossia le morti per sfinimento diffuse tra chi lavora troppo, problema molto sentito nel Paese del Sol Levante.

La tendenza all’evaporazione sembra essere emersa verso la fine degli anni Sessanta perché ispirata da un film del 1967 intitolato “A Man Vanishes” che parla di un uomo che improvvisamente scompare e si lascia alle spalle fidanzata e lavoro. Il fenomeno è cresciuto alla fine degli anni Settanta, quando diversi giovani cercavano rifugio dal duro lavoro della campagna verso la città, mentre il picco è arrivato tra fine anni Novanta e inizio anni Duemila a causa del crollo dell’economia nazionale.

Il quartiere degli scomparsi.

Tuttavia, quello degli “johatsu” è sostanzialmente un tabù di cui non si parla apertamente: un po’ per la vergogna del fallimento, un po’ per rispetto di chi ha preferito sparire dalla circolazione. Spesso, gli evaporati non vengono più cercati dai loro familiari, che, frequentemente, arrivano a considerarli morti. A Tokyo esiste un quartiere chiamato “Sanya”, difficilmente rintracciabile tramite le cartine perché ufficialmente scomparso più di 40 anni fa, popolato da numerosi “johatsu”.

Pensando a ciò, non può non venire in mente il film di animazione “La città incantata”, del notissimo Miyazaki, in cui una bambina di dieci anni, dopo aver traslocato coi suoi genitori, si introduce, senza saperlo, in una città abitata da spiriti, alcuni dei quali hanno il volto coperto da una maschera. Molti degli spiriti hanno alle spalle una storia difficile e assomigliano molto agli “johatsu” di cui il Giappone ancora oggi non riesce a parlare.