Il 19 luglio 1992 il giudice Paolo Borsellino, insieme a cinque agenti della sua scorta, fu ammazzato nella strage di via D'Amelio. Alle 16:58 di un caldo pomeriggio d'estate in quella zona di Palermo, una Fiat 126 imbottita di tritolo venne fatta esplodere nei pressi dell'ingresso del palazzo dove abitava la madre del magistrato. Solo 57 giorni prima, il suo amico e collega del pool antimafia Giovanni Falcone era stato ucciso, con la moglie Francesca Morvillo e tre agenti della polizia, nell'attentato di Capaci. Sono passati esattamente 25 anni da quegli attacchi che hanno cambiato la storia dell'Italia. E anche se la verità deve ancora venire a galla, dopo quattro processi, indagini complicate, pentiti e misteri, come ha sottolineato alle telecamere di Fanpage.it la terza figlia di Borsellino, Fiammetta, il ricordo legato al suo operato resta vivo. Ecco chi era Paolo Borsellino, attraverso alcune delle frasi che ne hanno resi celebri il coraggio e l'impegno contro la criminalità organizzata di stampo mafioso.

"La gente fa il tifo per noi"

A 28 giorni dalla strage di Capaci, in cui perse la vita Giovanni Falcone, suo collega del pool antimafia, Paolo Borsellino pronunciò uno dei suoi discorsi più celebri, partecipando alla veglia di preghiera organizzata dall'Agesci proprio in memoria dell'amico magistrato. I due si conobbero che erano ancora bambini, vivendo entrambi negli anni dell'infanzia nel difficile quartiere Kalsa di Palermo. Dalla partite di calcio per strada, la loro amicizia passò direttamente nelle aule dei tribunali. Entrambi diventati magistrati, furono scelti nel 1983 da Antonino Caponetto, all'epoca a capo dell'Ufficio istruzione, per far parte di un gruppo di giudici che si sarebbero occupati esclusivamente del fenomeno mafioso. Insieme furono anche trasferiti nel 1985 per ragioni di sicurezza all'Asinara, un anno prima dell'inizio del maxiprocesso, che si concluse nel 1987 con ben 342 condanne, tra cui 19 ergastoli.

Ricordando Falcone, Paolo Borsellino diede a tutti una lezione su cosa significhi combattere la mafia e l'importanza di una simile operazione. "La lotta alla mafia (primo problema morale da risolvere nella nostra terra, bellissima e disgraziata) – disse – non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale, anche religioso, che coinvolgesse tutti, che tutti abituasse a sentire la bellezza del fresco profumo di libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell'indifferenza, della contiguità e, quindi, della complicità. Ricordo la felicità di Falcone, quando in un breve periodo di entusiasmo conseguente ai dirompenti successi originati dalle dichiarazioni di Buscetta, egli mi disse: La gente fa il tifo per noi".

"Il pool antimafia deve morire davanti a tutti, non in silenzio"

In questo video è testimoniato l'ultimo intervento pubblico di Paolo Borsellino prima della strage di via D'Amelio e ancora una volta in ricordo di Giovanni Falcone. "Ripercorrendo la sua vita professionale – dichiarò il giudice -, ci rendiamo conto di quanto siano coinvolti lo Stato e la magistratura, che forse ha colpe più di tutti. Qualche Giuda si impegnò subito a prenderlo in giro". Non usò mezzo termini il magistrato riferendosi ai problemi che lui e Falcone avevano avuto con gli alti vertici istituzionali, ricordando anche di quando, nel 1988, lo stesso Falcone espresse il desiderio di succedere a Caponetto per continuarne il lavoro, ma il Csm gli preferì "con motivazioni risibili" il consigliere Antonino Meli, che fu così nominato a capo del pool antimafia, facendo sorgere dubbi sulla possibilità che il team che aveva fino ad allora operato nel maxiprocesso venisse sciolto. Per alcune sue dichiarazioni rilasciate alla stampa, Borsellino rischiò addirittura un procedimento disciplinare. Poi, in seguito all'intervento dell'allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga, si decise di indagare su cosa realmente accadeva all'interno del palazzo di giustizia. "Mi dissi che se Giovanni doveva essere eliminato, almeno l'opinione pubblica lo deve sapere e lo deve conoscere, perché il pool antimafia deve morire davanti a tutti, non deve morire in silenzio".

"Siamo cadaveri che camminano"

Pochi giorni prima della strage di via D'Amelio, Paolo Borsellino rilasciò la sua ultima intervista rispondendo alle domande di Lamberto Sposini, all'epoca giornalista del Tg5. Dopo aver parlato della recente morte di Falcone e aver ribadito di non aver perso ma anzi di aver ritrovato l'entusiasmo per continuare nella lotta alla mafia che tanto li aveva uniti, si lasciò andare a una confessione che ancora oggi, a  risentirla, fa rabbrividire. "Ricordo ciò che mi disse Ninni Cassarà – concluse il giudice -, allorché ci stavamo recando insieme sul luogo dove era stato ucciso il dottor Montana nel 1985. Mi disse: convinciamoci che siamo dei cadaveri che camminano. Potrei ripetere questa espressione, ma vorrei farlo in modo più ottimistico. Ho sempre accettato, più che il rischio, le conseguenze del lavoro che faccio, perché ho scelto di farlo e sapevo fin dall'inizio di poter correre questi pericoli. La sensazione di essere un sopravvissuto non disgiunge dal fatto che io credo ancora profondamente nel lavoro che faccio e che abbiamo il dovere morale di continuare a farlo senza farci condizionare dalla certezza che tutto questo può costarci caro".

Borsellino era in effetti l'unico sopravvissuto, fino ad allora, di una serie di personalità impegnate nella lotta con la mafia fatte fuori da Cosa Nostra e dai suoi affiliati, ma sapeva di essere nel mirino dei boss. Prima di lui, non solo Falcone era stato ucciso, ma anche Rocco Chinnici, ammazzato dall'esplosione di una autobomba nel 1983, a cui Borsellino stesso era molto legato, e ancora il commissario Boris Giuliano e il capitano Emanuele Basile. Fu proprio dopo la morte di Chinnici che venne decisa da parte di Caponnetto, che ne aveva preso il posto in procura a Palermo, l'istituzione del pool antimafia.

"Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio"

Negli ultimi mesi della sua vita Borsellino venne rincorso da numerosi giornalisti che volevano avere una sua dichiarazione in merito soprattutto alla morte di Falcone e a come sarebbe proseguito il suo lavoro senza di lui. Oltre che con Lamberto Sposini, il giudice parlò anche con due reporter della rete francese Canal+, Jean Pierre Moscardo e Fabrizio Calvi. Ma c'era chi aveva interesse affinché le sue parole non fossero divulgate, per cui il video realizzato venne pubblicato solo molti anni dopo la strage di via D'Amelio. Per questo è stata ribattezzata "l'intervista nascosta". Il motivo è presto detto: il magistrato non solo accennò a presunti legami tra Stato e Mafia, ma parlò anche del rapporto tra Cosa Nostra e l'ambiente industriale milanese e del Nord Italia in generale, facendo riferimento, tra le altre cose, a indagini in corso sui rapporti tra Vittorio Mangano e Marcello Dell'Utri. Non è forse un caso che l'attentato di cui fu vittima sia stato definito una strage di Stato. Lui stesso disse: "Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio: o si fanno la guerra o si mettono d'accordo".