Battaglia contro i preti pedofili in Australia: cambio di rotta sul segreto confessionale. La decisione epocale della Commissione australiana d'inchiesta, in un documento redatto con lo scopo di rafforzare il sistema penale per assicurare giustizia alle vittime di abusi sessuali, potrebbe segnare una svolta decisiva nell'atteggiamento della Chiesa nei confronti della pedofilia. È l'indagine più approfondita che sia mai stata fatta sul tema in Australia. I dati emersi dalle udienze sono allarmanti: il 7% dei preti cattolici d'Australia è accusato di aver commesso abusi su minori dal 1950 in poi. L'età media delle vittime è di 10 anni e mezzo per le bambine e poco più di 11 anni e mezzo per i bambini. Il fenomeno e diffuso: tra il 1980 e il 2015, 4.444 persone hanno denunciato abusi sessuali su minori commessi da preti o religiosi della Chiesa cattolica australiana.

Il documento redatto dalla Commissione è un insieme di raccomandazioni, 85 in tutto, che dovrebbero servire da linee guida per trattare i casi di abusi. Se le raccomandazioni saranno adottate dai governi, statale e federale, la mancata denuncia diverrebbe un reato penale. "Si raccomanda che non vi siano esenzioni, scuse, protezione o privilegi, accordate al clero che manchi di riferire informazioni apprese in connessione con una confessione religiosa", recita il rapporto.

Ma l'aspetto più interessante è proprio quello legato all'obbligo di denuncia, che potrebbe innescare un conflitto tra Stato, società civile e Chiesa: "Riferire alla polizia informazioni sull'abuso sessuale di minori è cruciale per assicurarne la protezione". La protezione della comunità prima di tutto quindi, anche se questo significa modificare uno dei capisaldi del rapporto tra Chiesa e fedeli. "Il diritto a praticare credenze religiose si deve adeguare agli obblighi della società civile di assicurare la sicurezza di tutti, e in particolare dei minori dagli abusi sessuali", si legge ancora nel documento. I preti insomma dovranno riferire alle autorità competenti quando appreso durante la confessione, anche se questo significa portare alla luce un caso che riguarda un collega.

Ma il clero in Australia non ci sta, e invoca il diritto all'obiezione di coscienza. L'arcivescovo cattolico di Melbourne, Denis Hart, si dice pronto a subire il carcere piuttosto che rivelare contenuti delle confessioni, affermando che la sacralità delle comunicazioni con Dio durante la confessione deve essere al di sopra della legge. Gli ha fatto eco l'arcivescovo di Brisbane Mark Coleridge, secondo cui la relazione fra sacerdote e penitente è diversa da ogni altra, poiché il penitente non si rivolge al prete ma direttamente a Dio.

La questione etica sollevata dagli alti prelati viene confutata dalla commissione, che ha spiegato che istituire questa legge è necessaria per fermare queste pratiche, perché ci sono numerose testimonianze in cui sono stati rivelati in confessione casi di abusi sessuali a minori. Ma i preti che avevano confessato in segreto le loro azioni non sono riusciti poi a cambiare strada: hanno ripetuto il comportamento, sebbene avessero chiesto perdono, accanendosi ancora sulle loro vittime.